11 Dicembre 2025

Spartacus: House of Ashur – Ce n’era bisogno? (Magari sì) di Diego Castelli

A più di dieci anni di distanza, Starz produce un seguito “what if” della famosa serie gladiatoria

Pilot

Su questo sito, che da sempre ha una certa curiosità metatestuale, non abbiamo mai fatto solo recensioni, ma anche ragionamenti su come si fanno le recensioni. In particolare, consci del fatto che i giudizi sui prodotti culturali non sono mai oggettivi e validi per tutti, ma partono da nozioni, percezioni, strutture cognitive personali, abbiamo sempre provato a capire non solo se una serie tv piace, o se “deve” piacere, ma anche “perché” dovrebbe piacere, a magari “a chi”.

Una categoria che non abbiamo mai trattato spesso, ma che farebbe felice più di un professore che io e il Villa abbiamo avuto ai tempi dell’università, nel Cretaceo, è la categoria del “serve”, che potremmo anche definire del “c’era bisogno?”.
Ecco, fra i tanti e tanti parametri, sguardi, prospettive da cui si può valutare una serie tv, rigorosamente non l’unica, ci può essere anche questa: questa serie serve a qualcosa? Ce n’era bisogno?

Mi pare sia una domanda particolarmente importante da farsi in relazione a Spartacus: House of Ashur, sequel di uno show (Spartacus, appunto), terminato nel 2013 con l’inevitabile morte del protagonista storico il cui nome stava nel titolo, e per la cui costruzione è servito addirittura riscrivere la vecchia trama, per riesumare un personaggio che era stato fatto morire nella sceneggiatura dell’epoca.
E guardate che non sono ironico, la domanda è seria, perché non fatico a credere che per qualcuno sì, ce ne fosse bisogno.

Nella lunga e travagliata epopea di Spartacus – che raccontava le gesta del mitico schiavo ribelle nell’Antica Roma e che all’epoca venne funestata dalla malattia e poi la morte del suo primo protagonista, Andy Whitfield – c’era un personaggio di nome Ashur, interpretato da Nick E. Tarabay, che era di fatto uno dei cattivi.
Non che fosse proprio malvagissimo, aveva anche i suoi motivi per essere incazzato, ed era uno la cui capacità di elaborare articolati complotti gli garantiva una certa dose di riluttante rispetto, tipo “ti odio, però riconosco che sei intelligente e che i motivi per cui complotti sono comprensibili”.

In ogni caso, un personaggio alla cui morte non versammo chissà quali lacrime. Ora, con House of Ashur (che trovate su MGM+, disponibile come canale aggiuntivo sia su Prime Video che su Infinity+), il creatore della vecchia e della nuova serie, Steven S. DeKnight, decide di riscrivere la storia. Fa sopravvivere Ashur e anzi lo rende colpevole dell’ultimo colpo inferto al povero Spartacus, e lo mette in cima a una trama che lo vede coinvolto nel tentativo di dare prestigio a una sua squadra di gladiatori, che combattono nell’arena mentre lui intriga nel dietro le quinte, per guadagnare sempre più denaro e potere in un momento tumultuoso della Repubblica (siamo ai tempi di Crasso e dell’inizio della fama di Cesare).

All’inizio del pilot si cerca perfino di dare una legittimazione fantasy a questo cambio di rotta, con Ashur ormai finito nell’oltretomba, che viene rimandato sulla Terra da Lucrezia (Lucy Lawless, morta pure lei in Spartacus) in base a non si capisce bene quali poteri/prerogative, se non un generico “ti rimandiamo nel mondo dei vivi, stacce”.

Ora, questa prima scena è completamente ridicola, e si poteva serenamente evitare. Se vuoi girare un what if, fammi un finto “previously” in cui fai dichiarare a una voce fuoricampo che racconterai una storia “come se”, e ce lo facciamo andare bene. Piazzarci l’elemento fantasy, senza che poi abbia altro seguito, è veramente una poracciata.

Detto questo, poi House of Ashur diventa una serie coerente con quanto avevamo visto quindici anni fa: l’antica Roma, la scuola di gladiatori, le lotte nell’arena, le macchinazioni politiche. Soprattutto, c’è lo stesso approccio visivo, largamente mutuato dal 300 di Zack Snyder: i rallenty vistosissimi nelle scene di lotta, la violenza orgogliosamente esibita, al limite del grottesco (a volte oltre il limite), l’anima scopereccia in cui si tromba molto e si piazzano volentieri nudi espliciti davanti alla macchina da presa, uomini compresi, e compresi anche peni in erezione, che è una cosa che in tv e al cinema (a parte… un certo tipo di cinema) si vede molto raramente (questi son comunque di gomma eh, intendiamoci).

E però c’è comunque quella strana domanda che incombe, una specie di disagio o di imbarazzo nell’essere qui a guardare una storia che si credeva proprio finita-finita, e che torna dopo dieci anni abbondanti chiedendoci un’attenzione e una passione che nel frattempo sono state cullate, sobillate, plasmate da altro.

In realtà, non fatico a vedere due approcci ugualmente possibili, anche se opposti.
Da una parte no, non c’era alcun bisogno di Spartacus: House of Ashur. Siamo fuori tempo massimo, quella storia aveva vissuto una parabola piena ed esaustiva, perfino faticosa considerando le vicissitudini extra-schermo, e si poteva lasciare benissimo così com’era, senza contare che, per riesumarla, si è dovuto ricorrere a una forzatura fantasy.
In aggiunta, c’è un ribaltamento morale molto spiazzante: guardavamo Spartacus con il desiderio di supportare la ribellione di un uomo saldo e buono contro una malvagità tentacolare, e il sapere che sarebbe finita in tragedia non faceva altro che aumentare la grandezza del protagonista. Ora invece ci viene chiesto di parteggiare per uno dei cattivi, diventato protagonista per non sappiamo bene quale motivo, come se la semplice ambientazione e messa in scena fosse l’unica cosa che ci interessava della storia di Spartacus.

Dall’altra parte, però, si può fare un ragionamento non diverso da quello che ci è capitato di fare a proposito dei continui revival di Dexter: come non c’era niente, né mai più c’è stato niente, come Dexter (in termini di concept), così non c’è mai stato più niente come Spartacus. Chi aveva amato la sua violenza, la sua spregiudicatezza, la tamarraggine che andava ben oltre qualunque pretesa di realismo, di fatto non l’ha più trovata da nessuna parte. Magari in The Boys o in certe serie coreane, ma in ambientazioni e con approcci visivi completamente diversi.
In questo senso, mi parrebbe del tutto ragionevole dire “ma sai che c’è? Io un altro giro me lo faccio”.

Non fatico a immaginare queste due prospettive perché le ho vissute entrambe. L’inizio del pilot, come detto, mi è parso ridicolo, e in generale di Ashur (il personaggio intendo) mi interessa poco, o comunque molto meno rispetto a Spartacus.
E però poi non posso nemmeno negare di aver allungato nuovamente un sorrisino compiaciuto di fronte a certi scontri nella sabbia, fra sangue ovunque, arti mozzati e altre mutilazioni moooolto dolorose.

Sono riuscito anche a digerire con una certa facilità una svolta woke che forse arriva pure lei fuori tempo massimo, e che comunque non ci aspettavamo da questa saga: molto presto viene introdotta una gladiatrice donna (e nera, interpretata da Tenika Davis) che sembra proprio messa lì a flaggare qualche casella di inclusività.
Allo stesso tempo, non è mica un brutto personaggio, e il suo inserimento nel gruppo ha un suo senso narrativo (la volontà di Ashur di stupire il pubblico dell’arena) e una sua qualche verosimiglianza fisica, tale per cui nessuno finge che Achillia sia forte come i nerboruti guerrieri che ha attorno, ma compensa con rapidità, ferocia, e la disponibilità a giocare sporchissimo.
Tanto più che, naturalmente, Achillia è molto più meritevole del nostro affetto e del nostro tifo rispetto allo stesso Ashur, e quindi la necessità di un personaggio per cui parteggiare viene comunque soddisfatta.

Dopo due puntate di Spartacus: House of Ashur, non sono ancora sicuro di voler vedere la terza. Però non posso nemmeno negare che, prima di iniziare il pilot e perfino dopo la prima scena, pensavo che l’avrei mollata rapidamente e senza remore. Il fatto stesso che ora sia indeciso va considerato come un elogio a una serie che, a dispetto di tutto, ha ancora qualcuno dei punti di forza dell’originale, senza che altri prodotti nel frattempo glieli abbiano completamente usurpati.

Resta l’idea di fondo che non saremmo certamente morti senza avere House of Ashur, ma siamo pur sempre sotto Natale, e non si può escludere che vedere qualche squartamento in mezzo ai film pucciosi e abbracci coi parenti, possa anche farci bene.

Perché seguire Spartacus: House of Ashur: se vi mancano i rallenty, il sangue e gli ammazzamenti dell’originale, beh, qui ci sono, e sono come dovrebbero essere.
Perché mollare Spartacus: House of Ashur: perché al suo protagonista non si può volere bene come a Spartacus, e in generale perché non sentivamo granché il bisogno di questo sequel.



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