2 Gennaio 2026

L’addio a Stranger Things di Diego Castelli

È ormai terminata una delle serie simbolo di Netflix, che arriva a conclusione zoppicando vistosamente, ma a cui è difficile volere proprio male

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OVVIAMENTE È PIENO DI SPOILER

Un argomento che abbiamo trattato spesso su Serial Minds (anche nel nostro libricino che è ancora lì disponibile) è quello della forza strutturale della serialità, rispetto a ciò che seriale non è.
La serialità, che ovviamente non è stata inventata dalla tv, è capace di accompagnare chi la fruisce non solo nell’ordine delle ore, ma anche in quello delle settimane, dei mesi, degli anni. E se riesci ad accompagnare una persona per anni, riesci in qualche modo a entrarle dentro, la compenetri in un modo che, a parità di qualità intrinseca, è impensabile per i prodotti che seriali non sono.

A volte questo scambio dà vita a profonde delusioni e arrabbiature, ma credo siano molto più frequenti i casi in cui la serialità (e parliamo di serie tv in questo caso) riesce a generare un affetto, una complicità, una nostalgia e una malinconia, che travalicano i pregi e difetti del singolo episodio o della singola stagione, lasciando intatta, o quasi, l’impalcatura emozionale costruita in anni di storie.

Con l’ultima stagione di Stranger Things, e soprattutto il suo finale, è andata più o meno così. È una stagione piena di problemi, scelte discutibili, forzature (e ne vedremo qualche esempio), ma è anche il saluto finale a personaggi che conosciamo da quasi dieci anni, che abbiamo letteralmente visto crescere (anche troppo) e per i quali quindi è difficile non provare un affetto quasi genitoriale, che rimane robusto anche quando li vediamo sbagliare.
E poi naturalmente c’è gente che da giorni dice peste e corna, ma sapete che io sono un patatone.

Fra i pregi di questa ultima stagione, e anche del finale, c’è sicuramente la capacità di coinvolgere tutti. Dopo anni di storie e sottostorie, con molti personaggi impegnati a portare avanti questioni anche molto personali, il fatto che alla fine si debba tutti lavorare insieme per la sconfitta di un mostrone veramente grosso (il Mind Flayer trasformato in kaiju ragnoso), con all’interno un altro mostro più piccolo ma non meno spaventoso (Henry/Vecna), contribuisce parecchio all’epica.

È un party di Dungeons & Dragons, come la serie ripete in maniera consapevolmente poco sottile, e in quanto tale ognuno ha la sua parte da recitare, il suo ruolo da ricoprire, e il suo pezzo di gloria&vittoria da afferrare. Il fatto che la battaglia decisiva sia molto spettacolare in termini cinematografici è certamente un plus (e in generale questa serie, fra alti e bassi, non ha mai smesso di essere bella da guardare), ma a piacerci è soprattutto il fatto che siano tutti lì, ognuno con le sue caratteristiche, i suoi poteri, le sue fragilità.

In questo senso, qualcuno ha criticato il “post-battaglia” come troppo lungo, tre quarti d’ora di racconto del vissero felici e contenti, che sarebbe risultato troppo sbrodolato. Ma io su questo non sono per niente d’accordo.

Quando tu hai così tanti personaggi, che segui per così tanti anni, non esiste che tre quarti d’ora sia “troppi” per dire cosa ne sarà di loro. Poi certo, alcune scelte possono piacerci di più, e altre di meno, o tutte e due le cose contemporaneamente.

Il fatto che Hopper chieda a Joyce di sposarlo mi sembra solo giusto, così come mi è piaciuto il discorso di Dustin in sede di diploma. Ho apprezzato anche il proposito dei ragazzi più grandi (Steve, Nancy, Jonathan e Robin) di continuare a impegnarsi per coltivare la loro amicizia, anche se in quella scena, agghindati da manager anni Ottanta, mi sono sembrati tutti semplicemente orrendi. E mi è piaciuto molto anche il passaggio di consegne di D&D, quando Mike e compagni si trovano a giocare una partita appena prima che una torma di bambini più giovani capitanati da Holly entri in cantina per reclamare il loro diritto a giocare e, così, proseguire la tradizione della fantasia.

Una scena, peraltro, che si porta dietro il fondamentale racconto (speranza? ipotesi? fatto?) di Mike sulla possibile sopravvivenza di Eleven, con quel “I Believe” ripetuto dai suoi amici che è sicuramente un po’ sdolcinato, ma anche piuttosto potente. E però anche una sequenza che, a suo modo, diventa simbolo di alcuni scompensi.

Il finale di serie di Stranger Things, che si porta dietro quella potenza “ovvia” che hanno tutti i finali, inciampa anche in diversi ostacoli.
Partiamo dalla gestione del personaggio di Will, di cui molto si è parlato. Gestione largamente fallimentare. Alla fine del primo modulo assistiamo a una specie di sua trasformazione in super sayan, che ci promette grandissime cose. Nel secondo modulo, quelle promesse vengono disattese da qualche piccolo puf puf di potere che non ci sazia minimamente, e che invece ci porta verso l’incriminatissima scena del coming out. Purtroppo è difficile criticare quella scena senza dare fiato a certi omofobi subumani che pare si siano accorti solo in quel momento che Will era gay, ma è anche difficile negare che quella sequenza sia abbastanza ridicola: il mondo sta finendo, sono tutti tesi allo spasimo per trovare in fretta una soluzione al problema della distruzione dell’universo, e Will deve fare una sessione plenaria con tutti per dire la brillantissima frase “non mi piacciono le ragazze”.

Non è un problema che Will faccia coming out, naturalmente, e la cosa è importante per lo sviluppo del personaggio in sé e per sé, ma anche per il suo ruolo nella lotta a Vecna, in cui era limitato dalle sue paure. Non è il “cosa” il problema, ma il “come”. Una scena così urlata e così rigidamente impostata, evidenzia quello che è forse IL problema di questo finale e di questa stagione, cioè il tentativo di creare molte scene madri che di per sé sono anche efficaci, ma che diventano sgangherate, goffe e troppo “scritte” se guardate tenendo a mente tutto quello che c’è intorno.

E questo tentativo spasmodico di Will di diventare il protagonista della serie suona ancora più impacciato quando, nel finale, il suo apporto è sì decisivo, ma certo non più di quello degli altri. Insieme alla madre combatte Vecna da lontano, da remoto, scandendo un “non abbiamo più paura” che ripete solo lui, come un mantra che forse voleva diventasse quello di tutto il gruppo, mentre i suoi amici hanno altro a cui pensare, tipo non morire.

E questo protagonismo di Will ci aiuta ad allargare lo sguardo verso altri problemi: quando l’ex ragazzo rapito, nella mente di Henry, assiste al trauma che ha portato il cattivo sulla via sbagliata, gli dice “sei anche tu una vittima”, che è una frase piuttosto significativa da pronunciare in una serie che si ispira agli anni Ottanta in cui, da Darth Vader in giù, la possibilità di redenzione dei cattivi era un tema piuttosto rilevante.

Se non fosse che, dopo questa sparata di Will che ci fa pensare a chissà quale alleanza con Vecna contro il Mind Flayer, arriva Joyce, madre di Will, che decapita Vecna con una decina di colpi d’accetta molto sentiti e molto violenti. Un momento pure entusiasmante, tanto più che è corredato con una serie di rapidi flashback che, nel richiamare eventi e personaggi del passato, diventa una cifra molto importante di questo episodio (pensate a quando ci fanno rivedere Eleven e Mike bambini, con inevitabile batticuore di nostalgia). Ma anche una scena che toglie qualunque rilevanza e significato a quanto detto da Will poco prima.

Non sono gli unici problemi, anche se forse il padre di tutti è il tempo trascorso fra la quarta stagione e la quinta. L’età dei protagonisti, sempre meno passabili per adolescenti, è il difetto principale di questo ciclo, la barriera cognitiva che spesso ci impedisce di lasciarci andare come vorremmo, perché siamo titillati dal cringe di un Dustin che ormai pare il padre di quello della prima stagione.

Ma possiamo citarne altri.
Il ruolo dei militari è risibile, sono del tutto buttati lì, e un personaggio come Kai, interpretato da un’attrice cult come Linda Hamilton, sparisce nel nulla senza alcuna epica o approfondimento.
Il fatto che Henry riesca a entrare nella grotta-del-trauma, a cui per settimane non era riuscito manco ad avvicinarsi, è un “perché sì”, una necessità di trama che porta il personaggio a farcela solo sforzandosi di più, sminuendo tutta la costruzione precedente della sua psicologia.
Il citato racconto/speranza di Mike sulla sopravvivenza di Eleven, arriva dopo che Hopper era riuscito a spiegargli, dall’alto della sua personale esperienza, come gestire il senso di colpa per la perdita della ragazza. Bello quel momento sulla panchina, ma se poi Mike si fa le allucinazioni pur di non pensare che Eleven sia morta, perde un po’ di senso.

Anche se forse il problema più grosso, perché evidenzia uno scarso coraggio degli autori, è quello della plot harmor, termine con cui si intende solitamente la protezione di cui i protagonisti di ogni storia godono, e che gli impedisce di morire facilmente come capita ad altri (un espediente ovvio, ma che non dovrebbe mai diventare troppo evidente).

Prima del finale, quando già ci dicevamo che forse la storia non aveva più moltissimo da dare in termini prettamente narrativi, affidavamo alle probabili morti di questo o quell’altro il compito di farci versare fiumi di lacrime.
Alla fine, però, si salvano tutti, talmente tanto che anche Eleven, che sceglie di sacrificarsi per il bene dell’umanità, non può morire davvero, e finisce con l’essere almeno in parte salvata da un racconto di Mike a cui, a conti fatti, non possiamo che credere.

Non dico che qualcuno dovesse morire per forza, ma certamente lo spessore del racconto ne avrebbe giovato, considerazone con cui anche i fratelli Duffer hanno mostrato di essere d’accordo attraverso la storia di Kali. La riesumazione di Kali, personaggio di cui non fregava niente a nessuno da anni, ha palesemente la funzione di avere della carne da cannone da spendersi per avere almeno una morte nel finale, una scelta maldestra nella sua vistosità, tanto è vero che praticamente nessuno alla fine si ricorda di Kali o la piange, se non come strumento di una possibile sopravvivenza di Eleven.

Insomma, è un’ultima stagione che, considerando che è arrivata più di tre anni dopo la precedente, si poteva rifinire meglio, magari sacrificando qualche scena madre in nome di una coerenza più generale e organica (alla Pluribus, per intenderci, dove di scene “grosse” ce ne sono meno, ma tutto scorre in un ordine sublime).

Allo stesso tempo, come detto più sopra, un po’ gli anni passati a seguire questa marmaglia di ragazzini, un po’ il fatto che Netflix ha fatto uscire la puntata l’ultimo dell’anno, con questa potente compresenza di nuovi inizi e ultimi addii, una volta arrivati i titoli di coda ho comunque sentito il friccico nostalgico delle cose che finiscono, la malinconia tenera delle persone che non vedrai più.

Le due cose – su questo sito che da anni combatte contro l’idea che ogni prodotto, ogni stagione e ogni episodio possano essere solo capolavori o immondizia, senza vie di mezzo – possono esistere in contemporanea: i fratelli Duffer, creatori di Stranger Things, hanno perso parte della loro bussola e in qualche caso si sono impegnati per farci rimbalzare fuori dalla storia, ma allo stesso tempo hanno saputo creare un mondo e dei personaggi così forti, che poi è stato più facile perdonare gli inciampi e le goffaggini, accettando di emozionarsi per un abbraccio degli amici appena scampati dalla morte, o per un sorriso di Mike che guarda la sorellina accogliere la sua eredità in uno scantinato pieno di fantasia.

Non ci serviva avere altra Stranger Things, e forse poteva finire anche prima. Ma se qualcuno (e ci sono) vuole inserirla nel cestone delle serie rovinate da un brutto finale, no dai, non ci sto, perché sapevo che quei ragazzini avrebbero sconfitto il mostro e conservato la loro amicizia, così doveva essere, e così è stato. Il resto lo dimenticherò, e va bene così.

PS C’è solo una cosa che non potrò dimenticare: Nancy Rambo. E non è tanto il fatto che sta ragazzina si metta ad ammazzare soldati esperti con precisissimi colpi di mitra, con un addestramento di forse venti minuti. No, è proprio che a una certa ha cominciato ad assomigliare a Sylvester Stallone.
E non so se sia body shaming, ma spero possa essere letto solo come una critica alla sceneggiatura e al trucco e parrucco.
(Sì lo so che dovrebbe assomigliare più alla Ripley di Alien, ma che vi devo dire…)



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