The Copenhagen Test – I complottoni intricatoni di Peacock di Diego Castelli
In questo luminoso giorno della Befana, torniamo a un’abitudine antica di Serial Minds, ovvero quella di recensire serie non ancora arrivate in Italia.
Ormai siamo abituati al fatto che la serialità americana di una certa qualità arrivi subito o quasi subito anche nel nostro amato stivale (e la sensazione dovrebbe aumentare con il debutto di HBO MAX), ma qualche volta bisogna ancora avere l’accortezza di buttare uno sguardo oltre oceano, per vedere cosa succede da quelle parti.
Parliamo di tv generalista, che però da qualche anno fatica sempre più a sfornare prodotti di alto livello, ma anche di quelle (ormai poche) piattaforme che non hanno creato una succursale italiana. Fra queste c’è Peacock.
In questi anni, la figlia streaming di NBC non è riuscita a imporsi chissà quanto nell’immaginario collettivo, ma qui e là, nella sua ancora giovane vita, è riuscita a tirare fuori qualche titolo interessante (tipo Ted o The Paper).
Oggi parliamo proprio dell’ultimo drama di Peacock, che probabilmente non sarà ricordato come un capolavoro, ma che dovrebbe far drizzare le orecchie a chi ama lo spionaggio e i complottoni: The Copenhagen Test.

Creata da Thomas Brandon, alla prima prova da showrunner dopo aver scritto un tot di episodi di Legacies (lo spinoff di The Vampire Diaries) The Copenhagen Test ha per protagonista Simu Liu (conosciuto al grande pubblico per il personaggio di Shang-Chi della Marvel) nei panni di un funzionario di una misteriosa agenza segreta americana (l’Orfanotrofio), che funziona come una sorta di Affari Interni delle altre agenzie. In pratica, agenti segreti che vigilano sull’operato di altri agenti segreti.
Alexander, questo il nome del protagonista, vorrebbe salire di livello nella gerarchia dell’agenzia, lui che è nato da genitori immigrati e ci tiene a rendersi utile per il paese che li ha adottati. Sfiga vuole, però, che qualcuno finisca a sospettare che proprio lui potrebbe essere una talpa messa lì da un imprecisato nemico.
In realtà, qui c’è un primo twist molto importante che quasi mi scoccia rivelare, ma considerate che è molto chiaro già nei trailer ufficiali della serie, a riprova del fatto che la stessa Peacock ci teneva a farci conoscere quello che è probabilmente il dettaglio più originale dello show.
Alexander è stato hackerato: gli è stato infilato qualcosa nel cervello, un qualche nano-dispositivo che emette un segnale wifi che consente a dei misteriodi cattivi di vedere e sentire tutto quello che sente lui, in ogni momento della giornata.

Questa, che potrebbe anche essere la sorpresa finale in un film di genere, diventa la premessa narrativa che muove tutto il resto. Questo perché i capi di Alexander, a partire da Peter Moira (Brian d’Arcy James), decidono di non licenziare (o magai uccidere) l’agente, ma di usarlo invece per un elaborato doppio gioco. Visto che i nemici vedono e sentono tutto quello che vede e sente lui, i capi affidano alla giovane Parker (Sinclair Daniel) il compito di creare intorno ad Alexander (con il consenso di lui) una specie di Truman Show che possa ingannare i cattivi e fargli credere cose che non esistono, fino al punto di portarli allo scoperto.
(Fra parentesi, esistono ovviamente dei luoghi schermati in cui Alex sa di poter parlare liberamente senza che il segnale dalla sua testa raggiunga l’esterno, altrimenti sarebbe stato davvero troppo complicato.)
Per la sua missione, tra le altre cose, Parker si affida anche a Michelle (Melissa Barrera), un’agente spregiudicata e pronta a tutto, con un passato oscuro, che deve intessere con Alexander una relazione che potrebbe sembrare d’amore, forse è di protezione, e forse è un’assicurazione nel caso in cui lui a un certo punto finisse in mani sbagliate (con l’incarico, per Michelle, di NON farlo finire in mani sbagliate, ci siamo capiti).
Da queste premesse si articola una trama piuttosto complessa, soprattutto nei primi episodi (la prima stagione ne conta in tutto otto), in cui si affollano doppi e tripli giochi, in cui non sappiamo mai se quello che stiamo guardando è vero e no, e in cui c’è ampio spazio pure per tutta una serie di elementi aggiuntivi, tipo scene d’azione piuttosto ben girate (Alex è un ex soldato e sa come si mena) o risvolti romantici più o meno abbozzati.

Avrete già intuito che The Copenhagen Test mi è piaciuta. È una serie che ha una sua originalità e ambizione, che punta a tenere il ritmo molto alto, che non si spaventa di fronte alle cose difficili nella speranza che siano anche cose belle.
Bisogna seguirla con una certa attenzione per non perdersi i pezzi, e per questo è forse uno dei pochi casi in cui mi sento di consigliare il binge watching. Ma poi di contenuti ne mette sul piatto tantissimi, perché la trama spionistica, pur intricata, riesce a non soffocare la scrittura dei personaggi e dei loro obiettivi personali. Mi riferisco in particolare ad Alex, caratterizzato da questa lealtà maniacale che sembra volerci dire qualcosa delle cosiddette “seconde generazioni”, i figli di immigrati che possono sentire un forte attaccamento alla patria che ha adottato i loro genitori, se gliene viene data la possibilità. E poi anche a Parker, che da aspirante spia che pensava di non essere tagliata per niente, trova in questo strano lavoro una ragione di vita ma anche di continua messa in discussione di sé.

Poi certo, The Copenhagen Test non è nemmeno una rivoluzione, un po’ per limiti strutturali, e un po’ per inciampi autoimposti.
Non sembra avere un grandissimo budget, e di certo l’originalità della serie non sta nella sua messa in scena: che si parli delle semplici scenografie dell’agenzia, delle scene d’azione, o anche solo della rappresentazione tecno-biologica dell’hackeraggio di Alex, non c’è niente che non si sia già visto altrove. Non c’è nemmeno niente di “scarso”, a mio giudizio, ma insomma, niente effetto wow.
Sul fronte della scrittura, dove di originalità ce n’è significativamente di più, si incappa anche in alcune forzature e giravolte in cui si vedono le necessità di una sceneggiatura che, complicata com’è, aveva bisogno di mollare il colpo qui e là.
Per esempio, è vero che siamo in un contesto parzialmente fantascientifico per via dell’hacking di Alex, però nessuno ci spiega perché, nel mondo di questa storia, Parker e gli altri riescano ad accedere in qualunque momento a un numero smodato di telecamere sparse veramente ovunque, al punto che non sono quasi mai in difficoltà nel tenere d’occhio Alex.
Non è esattamente un “errore”, però è un punto di leggerezza del world building che è certamente utile a non complicare troppo le cose, ma che a volte risulta un po’ troppo vistoso per non spezzarci l’immersione nella storia.

Però insomma, se quello che cercate è un intrattenimento solido, con una sua originalità, che vi faccia lavorare un po’ il cervello senza per questo dovervi insegnare a tutti i costi le grandi verità della vita, The Copenhagen Test fa al caso vostro.
Forse si sarà notato che non ho spiegato minimamente cosa significhi il titolo della serie, ma questo sarebbe un ulteriore spoiler e mi sembra che abbiamo già fatto abbastanza.
Perché seguire The Copenhagen Test: per il concept stuzzicante e l’abilità nel mettere tanta carne al fuoco, gestendola complessivamente bene.
Perché mollare The Copenhagen Test: per alcune forzature e inverosimiglianze forse inevitabili, ma che tolgono un po’ di spessore a un ingranaggio altrimenti molto efficace.
