The Rainmaker – Quel bel Grisham di una volta di Diego Castelli
La serie tratta dal famoso romanzo del maestro del legal si rivela un racconto solido con tutte le cosine al posto giusto
C’è stato un momento, sul finire degli anni Novanta, che fra lui, Ken Follett, Wilbur Smith e pochi altri/e, bene o male sapevi cosa potevi trovare sul comodino o sulla sdraio di una buona percentuale degli italiani lettori.
John Grisham, nato nel 1955 e con un passato di avvocato e politico, si reinventò romanziere trovando un successo planetario che conta qualcosa come 300 milioni di copie vendute e una lunga serie di film tratti dai suoi romanzi, in larga parte ispirati dalla sua conoscenza della legge e del mondo degli avvocati statunitensi.
Legal thriller, gialli giudiziari, chiamateli come volete, ma Grisham trovò la formula del successo nel racconto di avvocati spesso spiantati e soli contro tutti, ma dotati di un’arguzia e di una preparazione tali da compensare la scarsità delle risorse, al punto da poter combattere e vincere contro avversari molto più forti, che si tratti dello studio legale ricchissimo e popolarissimo, dei pregiudizi della provincia americana, o di qualche altra oscura forza complottara.
Non fa eccezione The Rainmaker, L’uomo della pioggia, sesto romanzo di Grisham (datato 1995) e già trasposto in un bel film di genere diretto da un maestro come Francis Ford Coppola e interpretato da gente del calibro di Matt Damon, Danny DeVito, Claire Danes e Jon Voight.
E ora siamo qui a parlare della prima serie tratta dai romanzi di John Grisham, e proprio da quel The Rainmaker che, con qualche aggiustatina seriale, è approdato su USA Network e, in Italia, su Sky, dove ha debuttato a inizio dicembre.

La storia è quella di Rudy Baylor (Milo Callaghan, al cinema era Matt Damon), un giovane avvocato che deve ancora passare l’esame, ma che è pronto per iniziare a lavorare in un grande studio legale guidato dal carismatico e pericoloso Leo Drummond (John Slattery), dove peraltro andrà anche la sua fidanzata, Sarah (Madison Iseman).
Caso vuole, però, che una serie di imprevisti uniti al caratterino polemico e idealista di Rudy, lo facciano licenziare il primo giorno, costringendolo a trovarsi un altro posto dove praticare.
Finisce così a lavorare per uno studio moooolto più piccolo e dalla reputazione discutibile, un po’ alla Saul Goodman, guidato da Bruiser (al cinema era Mickey Rourke e qui diventa una donna interpretata da Lana Parrilla) con l’aiuto di Deck (P. J. Byrne), paralegale piccolo, buffo, un po’ cialtrone, sempre con in mano qualcosa da mangiare, ma tutt’altro che scemo.
Ovviamente, andando a caccia di casi con cui finire in tribunale e sfilare soldi a qualche multinazionale, Rudy, Deck e Bruiser incappano in un caso più grosso e intricato del previsto, che li metterà sulla strada di Drummond (e di conseguenza di Sarah, giusto per mettere pepe alla relazione altrimenti troppo facile), e con il quale la serie prenderà le mosse dall’effettiva trama del romanzo di Grisham, trovando però necessità e modo di ampliare il discorso, costruire altre sottostorie, trovare una propria via.

Sul fatto che la trama della serie differisca più o meno pesantemente dal romanzo, direi che non serve neanche parlare. Cioè, è proprio un chi se ne frega: il romanzo ha trent’anni, il film che ne fu tratto ne ha poco meno e funziona ancora benissimo, una serie tv non aveva alcun obbligo di essere super fedele, considerando poi che non c’era materiale abbastanza per allungare così tanto il brodo.
Il tema, piuttosto, è vedere se la serialità ha saputo cogliere il vero cuore di questo e di altri romanzi di Grisham, cioè la lotta dei pochi-ma-buoni contro i molti-ma-stronzi, in una visione idealistica della legge e del sistema giudiziario in cui lo spazio per il bullismo è pressoché infinito, ma ugualmente infiniti sono i modi in cui pochi avvocati mossi da giuste intenzioni e alimentati da vera intelligenza possono sconfiggere qualunque riccone cattivone.
È una visione realistica della realtà? Direi di no, e forse lo è ancora meno adesso di come lo era trent’anni fa. Ma non sta scritto da nessuna parte che, se la realtà fa schifo, un film o una serie tv non possano sollevarci lo spirito e darci un po’ di speranza, o quantomeno un’immagine (iperbolica o esagerata finché volete, ma comunque emozionante) di come dovrebbero essere le brave persone.

Nel complesso, The Rainmaker coglie nel segno. Non è il capolavoro della vita, né forse potrebbe esserlo una serie con una genesi così lontana del tempo, in un genere che non è più così rilevante nel complesso della serialità tradizionale e da streaming. Senza contare che se ti metti a fare il confronto con il cast del ’95, ahia, pur con tutto il bene che vogliamo a John Slattery dai tempi di Mad Men e a Lana Parrilla da quando faceva la matrigna in Once Upon a Time.
Però quello spirito di cui si diceva sopra, quella voglia di combattere contro i mulini a vento sapendo di avere qualche arma in più di Don Chisciotte, effettivamente funziona. La sceneggiatura e la regia nemmeno ci provano a stupirci davvero: lo senti quando Rudy (Milo Callaghan non è Matt Damon, ma è comunque molto in parte) sta per piazzare un colpo di genio per il quale verrà guardato come una piacevole scoperta o un’inaspettata spina nel fianco dai professionisti più navigati che ha intorno.
Non è questione di non sapere mai cosa sta arrivando, dinamica che pure esiste nella serie, ma che non è il cuore dell’esperienza. Al centro dell’intrattenimento c’è la costruzione di personaggi che abbiano un carisma, una riconoscibilità immediata e memorabile (difficile non amare subito Deck), e un’intelligenza che possa diventare arma entusiasmante contro il denaro e il potere di chi pensa di potersi comprare la libertà di fare quello che vuole.

Il romanzo di Grisham, pompato in questo dalla forma seriale, assomiglia più a un giallo investigativo che a un legal vero e proprio, perché Rudy e Deck devono andare fisicamente in giro a scovare indizi e interrogare testimoni, passando quindi meno tempo in un tribunale rispetto a legal più puri.
Ma le etichette contano quello che contano: è una storia interessante, con personaggi gustosi, più livelli diversi di tensione. Non c’è niente che sia particolarmente “nuovo”, come nulla suona più nuovo in un romanzo di Grisham, ma se quello che cercate è solido intrattenimento avvocatizio, con quel profumo un po’ vintage di romanzo tascabile sulla spiaggia, direi che ci siamo.
Perché seguire The Rainmaker: se Grisham ha venduto così tante copie, è perché le sue storie funzionano, e funziona anche questa.
Perché mollare The Rainmaker: il passaggio da romanzo-film a serie tv ha fatto perdere qualche stella di Hollywood e imposto qualche scelta per allungare il brodo, che potrebbe sembrare troppo diluito.

