Ponies – Il ritorno sovietico-frizzante di Emilia Clarke di Diego Castelli
Una buona serie di Peacock fra spionaggio, commedia e drama. Senza draghi.
Io lo so che il recentissimo debutto di HBO MAX ha già rappresentato un interessante stress test della nostra capacità di assorbire (emotivamente ed economicamente) l’arrivo di una nuova piattaforma di streaming. E no, non temete, per ora stiamo fermi così, non ci sono altri annunci all’orizzonte.
E tuttavia, faremmo un torto alla completezza della nostra analisi sul mercato americano dello streaming, se non ci ricordassimo che mancherebbe ancora una piattaforma all’appello, una piattaforma nata nel luglio del 2020 che per un po’ abbiamo preso in giro in quanto sorella minore e troppo generalista delle varie Netflix, Apple TV e Prime Video, ma che nell’ultimissimo periodo sembra aver alzato un pochino l’asticella.
Parliamo naturalmente di Peacock, che per diverso tempo ha sfornato un tot di prodotti fra il mediocre e il dignitoso, salvo poi uscirsene con titoli improvvisamente più interessanti come Ted (gennaio 2024), The Paper (settembre 2025, in arrivo a giorni su Sky), All Her Fault (novembre 2025, anche questa passata su Sky), The Copenhagen Test (dicembre 2025).
E oggi dobbiamo parlare di Ponies, che rappresenta il ritorno seriale di Emilia Clarke (ex Daenerys di Game of Thrones), ma soprattutto un altro titolo di Peacock che si merita un po’ di attenzione.

Ponies non è una serie su cavalli in miniatura, perché la parola è l’acronimo al plurale di “Person Of No Interest”, cioè l’etichetta piazzata su persone che magari vivono o lavorano ai bordi del mondo dello spionaggio, ma non rappresentano una minaccia o un interesse per nessuna delle parti coinvolte.
La serie, creata da Susanna Fogel e David Iserson (nomi non di primissimi piano, ma con un curriculum che spazia da Flight Attendant a Mr. Robot, passando per il Saturday Night Live), racconta proprio la storia di due donne, Bea e Twila (Emilia Clarke e Haley Lu Richardson, vista nella seconda stagione di The White Lotus), che fanno le segretarie presso l’ambasciata americana a Mosca nel 1977, in piena Guerra Fredda.
Nonostante il luogo un po’ inusuale, la loro sarebbe una vita assai ordinaria, se non fosse che Bea e Twila sono sposate a due spie della CIA, che nei primi minuti del pilot muoiono in circostanze misteriose. Determinate a scoprire cosa è successo ai mariti, le due protagoniste si offrono al capo della divisione spionaggio dell’ambasciata (Dane, interpretato da Adrian Lester) per diventare a loro volta agenti segreti. Lì per lì, l’idea che queste due donne del tutto prive di addestramento possano essere utili alla causa pare sciocca, finché Dane non pensa che proprio il loro essere “ponies”, cioè persone di cui il KGB non sospetterebbe mai, potrebbe essere una carta interessante da giocare al tavolo dello spionaggio fra potenze.
Non credo serva raccontare oltre per far immaginare una trama fatta di appostamenti, inseguimenti, identità segrete, intrighi vari e una certa quota di comica goffaggine. Il tutto di fronte a un cattivo abbastanza dichiarato che risponde al nome di Andrei Vasiliev, interpretato da Artjom Gilz, che le nostre spie in erba devono ingannare e circuire al fine di ottenere informazioni preziose per sé e per il proprio paese.

Come suggerisce facilmente il suo concept, Ponies è una serie che prova a tenere insieme toni e generi diversi. È prima di tutto una serie di spionaggio, ambientata in un’epoca e in un contesto che più di altri incarna il concetto stesso di “intelligence”. E della serie di spionaggio ha tutto l’armamentario di identità segrete, incontri clandestini, doppie vite, microfoni nascosti, documenti riservati da trafugare, impennate di suspense e sorprese varie.
Allo stesso tempo, Ponies vuole anche essere una comedy frizzante, in cui buona parte della leggerezza è affidata alla chimica fra le due protagoniste (che devono compensare con creatività e faccia tosta la loro evidente mancanza di addestramento) ma che coinvolge almeno in parte anche i personaggi più seri. Per esempio lo stesso Dane, figura sfaccettata e con i suoi angoli oscuri, ma che mette in scena un approccio fin troppo rigido e inespressivo per non essere almeno in parte divertente.
E poi c’è almeno una terza componente, quella di un drama insieme amicale e romantico, in cui le protagoniste sono costrette a rileggere la relazione che avevano con i loro mariti, a farsi domande profonde su ciò che vorrebbero dal loro presente e dal futuro, a scoprire dentro di sé risorse inaspettate e magari perfino spaventose, determinanti sia ai fini della trama spionistica, sia per la loro crescita personale.

In otto episodi di prima stagione (che non è stata ancora rinnovata ma che finisce con un cliffhanger importante, spero non facciano scherzi), Ponies riesce a tenere insieme tutte le componenti, ad affidarle ad interpreti di spessore (Emilia Clarke è brava, lo è sempre stata, ma il range espressivo che lei e le sue adorabili sopracciglia possono raggiungere è sempre spettacoloso), e a condirle con una messa in scena quasi sempre ricca e curata, che si parli di costumi, scenografie, oggetti di scena, e della capacità di aggiungere ulteriori sfumature al puzzle, compresi certi momenti di erotismo e romanticismo (e vie di mezzo fra i due) che riescono a non stonare e a essere credibili.
Poi certo, l’intento narrativo è ambizioso, e non tutto gira al 100%. Non è questione del singolo personaggio o del singolo risvolto narrativo, ma proprio del tentativo, mai semplice, di sfumare i confini fra i vari generi, rendendoli tutti allo stesso modo credibili.
In questo senso, una serie che racconta di due recenti vedove che scelgono di rischiare la vita in nome della verità, ha il suo bel da fare nel costruire un rapporto fra le due che sia anche dichiaramente comico o quanto meno commedioso, senza far perdere di forza alle scene e alle situazioni che poi devono essere più drammatiche.
Per dirla in altro modo, arrivano dei momenti, nella prima stagione di Ponies, in cui ci si chiede se dobbiamo essere più divertiti o preoccupati, più trepidanti o più incuriositi. E non è sempre un bene che non si sappia che risposta dare alla domanda, perché il rischio è quello di sentirsi “tirati fuori” dalla storia, spettatori di un mosaico in cui lo spazio fra le varie tessere è troppo evidente per non essere notato.
Se volete un esempio specifico di questa dinamica, è proprio il cattivo, Andrei. Che sia pericoloso e spaventoso non ci piove, e però è anche uno che viene costantemente turlupinato da due ex segretarie che, quando non lo stanno turlupinando, vivono una specie di sitcom fra vedove. Anche il carisma del temibile Vasiliev ne risulta un filino appannato.

Si tratta comunque di sfumature, non di veri e propri errori, per una serie che ha una sua indubbia solidità e una bella capacità di intrattenere, divertire, e di settare un ritmo della narrazione molto funzionale a ciò che vuole raccontare.
Non la metterei al livello delle serie più grosse degli altri giganti dello streaming, non è insomma un capolavoro, ma già il fatto che sia in grado di scendere in campo, di giocarsela, per Peacock non è una cosa da poco.
Giusto per tornare all’inizio, elogiare Ponies non significa bramare l’arrivo di un’altra piattaforma in Italia, anche perché, per ora, le serie migliori di Peacock sono arrivate su Sky e magari lo farà anche Ponies (non so nulla a questo riguardo).
Però, senza farci venire la FOMO dello streaming, bisogna anche dire che le serie migliori dell’elenco di Peacock sono quasi tutti serie dell’ultimo periodo, se non proprio degli ultimi mesi. Significa che qualcuno lì dentro sta lavorando per alzare il livello, e questo fa sempre piacere.
PS Al di là di temi filosofici più evidenti, in particolare quello del sacrificio in nome di un Bene superiore, Ponies è pure interessante per il momento in cui è uscita: raccontare la Guerra Fredda fra USA e URSS, con tutto il suo corollario di strane eleganze e sottigliezze, diventa particolarmente straniante in un momento storico in cui il comportamento della Russia è ben poco elegante e raffinato, e quello degli Stati Uniti, beh diciamo che in questo momento parlare di eleganza e raffinatezza sarebbe fuori luogo. Potremmo arrivare a dire che Ponies sobilla la nostalgia per la Guerra Fredda, e che magari dovremmo provarne nostalgia anche noi? No, non credo sia questo il senso, però già solo che ci venga in mente la domanda…
Perché seguire Ponies: perché lega il suo approccio misto genere a un concept preciso e a brave/i interpreti.
Perché mollare Ponies: come sempre, voler proporre più aromi diversi può anche portare al mischione insapore. Non mi sembra questo il caso, ma va molto a gusti.
