12 Febbraio 2026

Motorvalley – Luca Argentero che fa il romagnolo su Netflix di Diego Castelli

Il seguito spirituale di Veloce come il Vento mette un sacco di carne al fuoco, qualcosa funziona, qualcosa no

Pilot

Di Motorvalley, nuova serie italiana di Netflix ambientata nel mondo delle corse automobilistiche, altri siti hanno proposto recensioni dal titolo assai professionale, in cui compaiono concetti molto esplicativi come “scocca fiammante”, “serie in pista”, oppure rime più o meno ironiche in cui “cuore” fa rima con “motore”.
Tutto legittimo, naturalmente, senza contare che i titoli degli articoli possono essere un martirio per i siti più istituzionali.

Per fortuna, però, qui siamo su Serial Minds, ci sono solo io, e quindi posso dire che per me Motorvalley, fin dal trailer di lancio, è stata soprattutto la serie in cui Luca Argentero doveva fingere di essere romagnolo.
E il mio primo pensiero è stato: “Luca ma cosa diavolo fai? E quanto può venire orrenda questa cosa?”

Per fare un autospoiler, possiamo già dirci che Motorvalley è tutto sommato una serie media, ma non nel senso che ogni sua componente è media, bensì che è composta di alti (inaspettati) e bassi (molto bassi) che insieme trovano una specie di mezza quadra.
E curiosamente, per dare a Cesare quel che è di Cesare, Argentero non è neanche male.

La prima cosa da sottolineare di Motorvalley, in realtà, dovrebbe essere lo spesso filo rosso che la unisce a Veloce come il Vento, il film del 2016 di Matteo Rovere di cui Motorvalley è una specie di erede spirituale, se non un reboot.

In comune c’è lo stesso Matteo Rovere (che co-crea e in parte dirige la serie per Groenlandia, la casa di produzione da lui fondata), una protagonista femminile giovane, talentuosa, ribelle, con i capelli blu (all’epoca l’esordiente Matilda De Angelis, qui invece Caterina Forza, ancora più ribelle e che fa “Blu” pure di nome), e un protagonista maschile che è un ex pilota caduto in disgrazia con qualche conto da chiudere con il destino (all’epoca il fumatissimo Stefano Accorsi, qui invece un Argentero in versione non fattona ma comunque problematica).

Anche la trama ha diverse connessioni con Veloce come il Vento, ma più in generale con tutto un genere sportivo in cui la competizione è insieme specchio delle tensioni e dei traumi del protagonisti, e strumento per provare a superarli, in cerca di una vittoria sul traguardo che si trasformi in vittoria nella vita.
Il tutto con l’aggiunta di altri personaggi e trame, perché qui ci sono sei ore televisive da riempire (più eventualmente altre stagioni) e serve più roba da raccontare, a cominciare dall’ambiziosa Elena Dionisi (Giulia Michelini), che dopo essere stata estromessa dalla scuderia che porta il suo cognome, ne fonda una sua per prendersi una rivincita sullo spocchioso fratello rimasto a guidare le attività di famiglia dopo la morte del padre.

Fra le cose che funzionano, in Motorvalley, c’è sicuramente questa abbondanza narrativa, che riempie bene gli episodi e gli permette di trovare un ritmo sostenuto, senza inutili pause.
Complice il fatto che siamo in una serie di corse automobilistiche, ambientata in una regione che ha trasformato la passione per i motori in una specie di religione pagana, la sceneggiatura trova il modo di trasferire il racconto della velocità anche nel suo sviluppo complessivo, disseminato di trappole (non solo) emotive per i personaggi, costretti a fare i salti mortali per raggiungere i loro obiettivi. Il tutto nel rispetto di quella regola per cui, se vuoi scrivere una buona storia, devi innanzitutto trattare male i tuoi protagonisti, altrimenti di che parliamo?

Allo stesso tempo, Motorvalley è anche una serie di buoni mezzi tecnici, che superano di slancio il lavoro fatto a suo tempo con Veloce come il Vento, che aveva comunque il merito di inserirsi in una tradizione italiana in cui gli ultimi inseguimenti in auto risalivano al poliziottesco anni Settanta o quasi.
Qui siamo su Netflix, magari non la Netflix di Stranger Things e neppure il set di F1 con Brad Pitt, ma comunque una piattaforma che i soldi li sgancia, permettendo una dignitosa messa in scena di corse regolari o clandestine, in cui c’è modo di sparare un po’ di adrenalina nelle vene degli spettatori. Non è mai cosa che si possa dare per scontata in una serie italiana.

Però occhio che l’italianità rimonta, anche se si tenta di farla partire in quinta fila. Accanto a una complessiva leggerezza e godibilità, Motovalley si porta dietro anche certi problemi abbastanza evidenti, alcuni dei quale comuni a tanta, troppa fiction italiana.

Se c’è poco da dire sui tre protagonisti in termini di recitazione (Argentero se la cava, perché mette il suo fascino innato al servizio di un personaggio molto autoironico, che ci fa passare sopra anche all’accento un po’ meccanico), appena si va sui comprimari il livello scende sempre di più, fino al punto di avere di fronte, molto semplicemente, “gente che recita”.

In questo, però, i dialoghi non aiutano, affetti come sono (specie nei primi episodi) da quel didascalismo e irrealismo tipicissimi delle produzioni nostrane.
Faccio solo due esempi.
Se c’è una ragazza alla guida di un’auto, e se il montaggio, le grafiche, la recitazione degli altri personaggi, stanno trasmettendo un messaggio inequivocabile circa la bravura della pilota, non ci serve che arrivi un altro personaggio a dire una frase tipo “certo che però è davvero brava”. L’avevamo già capito, e se me lo verbalizzi in modo così esplicito mi sento trattato come un bambino di sette anni.
Il secondo esempio riguarda invece quella stessa ragazza che sta uscendo di prigione. Una guardia le dice “Stai lontana da qua. E vai piano.”. E la ragazza, poco più che maggiorenne, nel 2026, con la fedina penale sporca, le risponde “scordatelo”. Ora non so voi, ma io non mai sentito una persona italiana reale, men che meno giovane, dire “scordatelo”, che è un termine da doppiaggese puro, e non c’entra assolutamente nulla col personaggio.
Ecco, di queste pigrizie linguistiche la serie è piuttosto farcita, come è piena di momenti di tensione e dramma in cui si deve per forza urlare tantissimo (magari questa è una cosa da milanese, ma non ho mai capito perché nei drama italiani bisogna gridarsi contro così tanto).

Poi ci sarebbe anche qualche problema meno espressamente italiano e più specifico di Motorvalley.
Per esempio, quella ricchezza narrativa di cui si diceva prima, e che pure contribuisce al ritmo sostenuto, non è tutta gestita con la stessa pulizia e coerenza. Ci sono momenti più disordinati, sotto-storie che sembrano appiccicate tanto per, e la tendenza a saltare di palo in frasca in termini di genere. Non parliamo solo di ibridazioni di tono (che possono andare bene), ma di vere e proprie parentesi che si aprono facendoci dimenticare che in teoria staremmo guardando un drama sportivo, per portarci da tutt’altra parte per 40 minuti.

A questo, poi, si aggiungono un paio di scelte che considero veri e propri errori. Ve ne dico una, che forse è un filino spoilerosa, ma cerco di contenermi: Elena, il personaggio di Giulia Michelini, ha nel suo passato una colpa specifica, inequivocabile. Ebbene, se vuoi trasformare Elena in un personaggio positivo della storia (cosa che mi pare evidente), quella colpa deve essere in qualche modo elaborata, riconosciuta, deve fare male e da quel male deve fiorire un percorso di redenzione, altrimenti il personaggio non può essere positivo per davvero. Avrete capito da queste parole che no, Elena non affronta davvero quella colpa, e si pone come figura per cui dobbiamo tifare “perché sì”. E invece no, manca proprio un pezzo, il personaggio perde profondità e noi spettatori avvertiamo una distonia straniante.

Ho finito con lo scrivere due blocconi interi sui difetti di Motorvalley, anche se in realtà non vorrei essere troppo duro: la serie ha effettivamente una sua energia, una sua godibilità, un’anima ben definita che magari non è originalissima “nel mondo”, ma che resta abbastanza peculiare nel panorama seriale italiano.

Poi certo, alcuni suoi difetti sono così “classici”, che quella parte di pubblico già mal disposto per la serialità italiana non vorrà scontarglieli.
Io lo sconto glielo faccio perché, sparito il Villa, non c’è più nessuno a Serial Minds che voglia bene alla fiction italiana, e quindi, da genitore single, devo fare le veci di quello che è andato via.
Ma forse, più semplicemente, temevo che Argentero romagnolo mi avrebbe fatto salire il crimine, e invece no. Da lì in poi è tutta discesa.

Perché seguire Motorvalley: è una serie di buoni mezzi e buon ritmo, in un’ambientazione/genere poco battuti dalla serialità italiana.
Perché mollare Motorvalley: si porta dietro una quota di ingenuità e difetti tipici italiani che non tutti sapranno o vorranno digerire.



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