19 Febbraio 2026

How to Get to Heaven from Belfast – Complotti pazzerelli dalla creatrice di Derry Girls di Diego Castelli

Pilot

Avete presente Saoirse Ronan, l’attrice americana di origini irlandesi capace di beccarsi quattro nomination agli Oscar prima dei 25 anni, impresa riuscita prima di lei solo a Jennifer Lawrence?
Ecco, la gente si è interrogata per anni, e ancora si interroga, su come vada pronunciato veramente il suo nome, cosa che lei ha spiegato in innumerevoli ospitate nei talk show.

Ebbene, se ci fosse anche un solo motivo per ringraziare Netflix per l’uscita di How to Get to Heaven from Belfast (in italiano “Da Belfast al Paradiso”), sarebbe la scelta della creatrice Lisa McGee (la stessa di Derry Girls) di dare a una delle protagoniste il nome Saoirse, così che noi si possa sentire pronunciare un sacco di volte quel nome da attori e attrici irlandesi.

Per la cronaca, si pronuncia grosso modo “Sorscia”, anche se la A finale non è dritta e precisa come la nostra, ma un po’ sfumata verso la E, un po’ schwa diciamo. O almeno così ho capito io.
Per fortuna, comunque, ci sono anche altri motivi per apprezzare la serie.

La stessa creatrice della deliziosa Derry Girls, dicevamo, e la cosa si vede, o si sente, anche se la storia è parecchio diversa.
In How to Get to Heaven from Belfast si racconta di tre amiche, Saoirse, Robyn e Dara (rispettivamente Roisin Gallagher, Sinéad Keenan e Caoilfhionn Dunne), che si riuniscono per andare a porgere i loro rispetti alla salma di una vecchia compagna di scuola, Greta (Natasha O’Keeffe). Le tre non vedono Greta da decenni e condividono con lei un oscuro segreto, una di quelle colpe mai confessate che creano un legame indissolubile fra le ragazze, al punto che ognuna di loro ha un tatuaggio specifico che ricorda quell’inaspettata sorellanza.

E cosa volete, che il segreto del passato non torni fuori a mettere nei guai le tre protagoniste? Certo che lo fa, e quello che doveva essere un ultimo saluto a una vecchia amica si trasforma in un mistero da risolvere, pieno di indizi, false piste, complottoni, nemici pericolosi e alleati inaspettati, palpitazioni di cuore (sì, pure romantiche) e ovviamente l’occasione, per i personaggi, di fare i conti con un passato difficile. Un passato che la serie ci mostra con diversi flashback in cui le protagoniste sono interpretate da altre attrici più giovani e piuttosto somiglianti (non metto i loro nomi perché non leggeranno questo articolo e non credo si offenderanno).

Se avete anche solo intravisto Derry Girls, che era una serie ambientata a inizio anni Novanta e che raccontava la buffa vita di un gruppo di ragazze adolescenti sullo sfondo di un’Irlanda politicamente in fiamme, ricorderete la scrittura frizzante, divertente, comica e intelligente di Lisa McGee.

In questo senso, How to Get to Heaven from Belfast non fa eccezione, con particolare riferimento al rapporto fra le tre protagoniste adulte. Sono tre donne con caratteri e vite molto diverse, che quando sono insieme esplodono in dialoghi rapidi, sincompati, simpaticissimi, pure adorabilmente sboccati.
È il nucleo comico della serie, a cui si aggiungono alcuni personaggi secondari a loro volta assai surreali, che punteggiano una vicenda vissuta quasi sempre sul filo del grottesco e quasi (ho detto quasi eh) del fantasy-horror, perché l’Irlanda che le tre attraversano ha un che di bucolico e pazzerello, come se da un momento all’altro potessero emergere dei fauni dai boschi per compiere marachelle.

Allo stesso tempo, e diversamente da Derry Girls in cui il dramma esisteva ma stava per lo più sullo sfondo, How to Get to Heaven from Belfast ha anche un’anima più cupa e apertamente drammatica/thriller, che riguarda la vicenda di Greta e costringe la storia a virare anche sul criminale, sul disagio, sulla sofferenza vera.
Non mancano nemmeno riflessioni di tipo più filosofico. C’è in primo luogo un ragionamento complessivo sulla narrazione di sé e sulla capacità (o anche condanna) di modificare la realtà percepita sulla base di ricordi che possiamo alterare (lo si vede nel rapporto fra il presente e il passato delle protagoniste, ma anche in certe scelte che paiono dichiarazioni programmatiche, come il fatto che Saoirse fa la sceneggiatrice di crime televisivi, sempre impegnata a rielaborare la realtà per trasformarla in racconto).
Ma si arriva poi anche a riflessioni più concrete e politiche, che toccano il destino dell’Irlanda dopo i tumulti degli anni Novanta e il ruolo di un femminismo che ha provato a combattere il sistema, rischiando però di diventarne parte, facendosi tentare dal danaroso capitalismo (a dirvela così pare un po’ campata per aria, ma se guardate la serie è abbastanza evidente).

È dunque una serie caratterizzata da una certa ambizione. Lisa McGee non si stacca dalla sua amata Irlanda e dal potenziale di divertimento che porta con sé, ma cerca di costruire anche un racconto più ricco e stratificato, pure abbastanza complicato in certi momenti, e che punta a tenere insieme più generi diversi.

Questa ricchezza è insieme croce e delizia dello show. Fulminante all’inizio, nella presentazione delle protagoniste e nelle loro prime interazioni, How to Get to Heaven from Belfast aggiunge poi strato su strato, atmosfera su atmosfera, cercando di tenere tutto in equilibrio, ma non sempre ce la fa.
Paradossalmente, il problema è proprio la forza della sua componente comedy e surreale, che è così efficace e immediata, da rendere difficile il passaggio alle sequenze più seriose e drammatiche, che vogliono esserlo “per davvero”, ma che a volte suonano troppo staccate dal resto, come se non si fosse trovata una chiave per armonizzarle davvero.

D’altronde, l’unione di toni opposti è da sempre uno degli obiettivi più nobili e più difficili per qualunque serie tv e film, e più il dramma è pesante e sentito, più i personaggi comici rischiano di apparire fuori posto, o troppo matti. Allo stesso tempo, più la comedy è riuscita, più è difficile convincere gli spettatori a credere al fatto che quei personaggi così buffi e sopra le righe possano partecipare a riflessioni più profonde e a un passo dalla lacrima.

È un difetto abbastanza importante, ma in fondo è anche l’unico di una serie che, se anche fatica un po’ troppo ad amalgamarli, sceglie comunque degli ingredienti di ottimo sapore.
A parere mio, si poteva puntare meno sul dramma, e provare a far passare i significati della serie, il suo racconto dell’adolescenza, delle sue fragilità e dei suoi bilanci postumi, senza allontanarsi troppo da un adorabile grottesco che non avrebbe comunque impedito l’approfondimento.

Detto questo, How to Get to Heaven from Belfast è una buona serie di una brava autrice, e si lascia guardare con grande piacevolezza.
La visione in lingua originale è quasi d’obbligo anche solo per il meraviglioso accento delle protagoniste, ma ho voluto provare ad ascoltarla anche in italiano, e devo dire che il ritmo dei dialoghi e delle battute è così elevato, che tutto sommato funziona anche doppiata.
Vedi che a scrivere bene le sceneggiature, poi funzionano comunque?

Perché seguire How to Get to Heaven from Belfast: per l’ironia rapida, energetica e intelligente di Lisa McGee.
Perché mollare How to Get to Heaven from Belfast
: vuole contenere diverse anime, che non sempre si armonizzano a dovere.



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