24 Febbraio 2026

A Knight of the Seven Kingdoms – Che bella prima stagione di Diego Castelli

Sei episodi sono bastati per confermare le prime impressioni: A Knight of the Seven Kingdoms è la prima grande sorpresa del 2026

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE!

Poche settimane fa iniziavo la recensione del pilot di A Knight of the Seven Kingdoms dicendo che lo show si impegnava fin da subito per sottolineare la propria differenza da Game of Thrones. E di sicuro questo impegno è proseguito per più episodi, al punto che, consigliando la serie a chicchessia, bisognava per forza mettere le mani avanti, sottolineando che faceva parte di quel mondo lì, che era ambientata a Westeros, ma andava considerata come una lontana cugina.

La sorpresa maggiore di questa prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, una stagione fatta di soli sei episodi da poco più di mezz’ora, sta allora nel fatto che, a un certo punto, è riuscita a essere anche Game of Thrones, trovando però il modo di non perdere mai la propria identità.

Qualcuno, in giro per l’internet, è arrivato a dire che il quinto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms sarebbe superiore anche alle migliori puntate di GoT. Ecco, qui secondo me si esagera, ci si dimentica un po’ troppo del passato, e credo che l’impressione derivi da aspettative prima basse, poi spostate, e infine ribaltate.
Però insomma, stiamo parlando di una piccola serie di cavalieri erranti, che a un certo punto ci ha fatto sbarrare gli occhi e abbracciare lo schermo come mai avremmo sperato di fare.

Per un po’, diciamo fino al momento del twist sull’identità di Egg (sorpresa importante per la trama anche se di per sé non clamorosa, visto che c’era un bambino Targaryen sparito e un altro bambino senza passato e con la testa rasata), A Knight of the Seven Kingdoms è stata effettivamente quello che sembrava all’inizio: un’avventura cavalleresca con personaggi buffi e un approccio apertamente leggero e commedioso, pur in un mondo narrativo famoso per la sua crudezza.

Dalla metà in poi (l’identità di Egg viene svelata alla fine del terzo episodio), diverse cose cambiano: Dunk è deluso dalla menzogna del suo giovane amico, teme per la propria vita, viene coinvolto in uno scontro mortale da cui si dovrebbe capire la volontà degli dèi circa la sua colpevolezza.
Per certi versi inizia una nuova serie, in cui c’è meno spazio per le battute e la gag corporali, e in cui la vita e la morte cominciano a giocare un ruolo vero, ambizioso, potente.

È questa nuova strada che ci conduce al quinto episodio, quello che ha scatenato entusiasmi e applausi, e su cui vale la pena soffermarsi un minuto.

È un episodio magistrale da più punti di vista, estetico, strutturale, narrativo.
In termini visivi, pur senza poter contare su draghi ed eserciti, la battaglia sette contro sette è un gioiello di violenza, sangue e fango. C’è una straordinaria gestione dei corpi, una precisa volontà di mostrare uno scontro pesante, cruento, faticoso, ben lontano da qualunque sublimazione della lotta in balletto. Ma è anche una sequenza piena di idee, a cominciare da quella soggettiva attraverso l’elmo che non è una novità assoluta nella storia del cinema, ma è comunque perfetta per raccontare le sensazioni di un ragazzone forzuto e ardimentoso, ma certo poco avvezzo alle concrete difficoltà di una battaglia fra soldati.

Poi c’è un tema strutturale, perché la sceneggiatura gioca con le nostre aspettative, facendoci consapevolmente incazzare: siamo dentro lo scontro da pochi minuti, e quello viene interrotto da un flashback che ci fa pensare “ennò dai, proprio adesso che finalmente volavano gli schiaffi”.
In realtà è un trucco, perché la battaglia trova effettivamente conclusione nello stesso episodio, e perché il flashback serve da raccordo per giustificare la motivazione di Dunk, che si rialza nell’arena così come si era alzato in piedi alla prima chiamata di quello che sarebbe diventato il suo mentore.

Ma soprattutto, è un episodio che funziona narrativamente. Se la cornice della battaglia ci fomenta visceralmente al momento della sconfitta del cattivo Targaryen, la sorpresa sta nel fatto che il flashback, che pareva un’interruzione e un riempitivo, è bello e funzionale di suo. Nella breve eppure significativa parabola del giovane Dunk, che vive il dolore per la morte violenta della sua migliore amica e conquista poi la benevolenza di sir Alan con la propria silenziosa determinazione, c’è tutta la forza di un personaggio che non vive di rabbie scomposte e dichiarazioni pompose, ma solo di fatica, disciplina, onore e speranza.

Ed è proprio Dunk che, anche quando A Knight of the Seven Kingdoms perde buona parte della sua leggerezza, impedisce alla serie di diventare semplice copia di Game of Thrones.
Perché nella Westeros che abbiamo conosciuto finora, uno come Dunk non l’abbiamo mai visto, certo non in una parte da protagonista.
(Vale la pena di aprire una parentesi per dire quando sia bravo Peter Claffey, che sembra nato per quella parte, ma è un discorso che potremmo fare per diversi altri membri di un cast perfettamente assemblato)

La bontà verso il prossimo, la timidezza verso chiunque, il senso di giustizia che lo porta a difendere una donna in pericolo dalla violenza di un nobile arrogante, il dolore sincero provato per le persone morte in nome suo. Questa e altre caratteristiche fanno di Dunk una fonte di luce benevola che in Game of Thrones semplicemente non c’era, se non forse in qualche figura di contorno, e che invece è la vera cifra e la vera identità di A Knight of the Seven Kingdoms.

Per questo, come accennato poco sopra, la serie cambia senza perdere sé stessa. Perché la crudeltà di quel mondo non è cambiata, non siamo in un universo parallelo. Westeros è ancora Westeros, ma il cuore nobile di una singola persona può intaccare anche il suo cinismo e il suo grigiore, fino a conseguenze impensabili, come il tradimento della sua famiglia da parte di un nobile Targaryen commosso dalla nobiltà di Dunk, o come il fatto che, nel finale, il padre di Egg voglia ancora affidare il figlioletto al protagonista, dopo che questi ha appena umiliato l’altro figlio, quello stronzo.

Il sesto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms, successivo a “quello bello”, è più seduto e descrittivo, questo sì come da tradizione di Game of Thrones. Le spade hanno cozzato, le ossa si sono spezzate, e ora troviamo un momento per raccogliere i pezzi e vedere come siamo messi. Si può recuperare una certa leggerezza, e si può ripartire a cavallo, in cerca di nuove avventure e momenti di crescita.

Questo però non significa che non ci sia di che stupirsi, o per cui trepidare. Egg si riunisce a Dunk, mentendo sulla volontà del padre, che era sì d’accordo sulla possibilità che il protagonista continuasse ad addestrare il bambino, ma non come cavaliere errante. Inutile dire che questa fuga di Egg finirà col creare nuovi problemi nella prossima stagione.

Ma soprattutto, in un flashback anch’esso piuttosto divertente, viene sollevato un grosso sospetto, quasi una certezza, sul fatto che Sir Alan non abbia effettivamente mai ordinato Dunk cavaliere, come da lui sostenuto fin dal pilot. Che poi sarebbe il motivo per cui Dunk, poco prima della battaglia del quinto episodio, non se l’è sentita di nominare cavaliere Raymun: perché tecnicamente non poteva.
Questa ipotesi fa sì che Dunk, ai nostri occhi, diventi un vile mentitore, immeritevole della nostra simpatia? Certo che no, anzi: il messaggio qui riguarda proprio il fatto che Dunk è un cavaliere non perché qualcuno gli ha poggiato una spada sulle spalle, ma perché si comporta come un cavaliere, crede in ciò a cui dovrebbero credere i cavalieri, ispira le persone intorno a lui con un esempio che è pienamente cavalleresco.

In questo senso, inserita in un universo narrativo che ha basato due intere serie e infinite battaglie su questioni di sangue, successione, ereditarietà, la vicenda di Duncan The Tall sembra volerci ricordare che i titoli non contano niente, se non sono accompagnati dalla virtù che quei titoli vorrebbero suggerire. E che anzi, se la virtù ce l’hai, chi se ne frega dei titoli, e a fine stagione puoi diventare il nuovo mentore di un nuovo apprendista, mentre il fantasma del tuo vecchio maestro si allontana nei campi, non più necessario.

È un discorso troppo elevato, e troppo luminoso, per trovare largo spazio in un posto marcio e velenoso come Westeros. Però è l’ideale per una serie piccolina e raccolta, in cui ci si può ancora raccontare di nobili cavalieri e altrettanto nobili imprese. Un po’ come nella realtà, che complessivamente fa un po’ schifo, ma in cui abbiamo sempre la possibilità di decidere se vogliamo essere un Dunk o un Aerion.
Io non ho i capelli e sarei inetto in qualunque battaglia, quindi faccio Egg, ma questo è un altro discorso.



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