26 Febbraio 2026

Portobello – Quindi insomma, HBO MAX è partita forte di Diego Castelli

La miniserie firmata da Marco Bellocchio stupisce per rigore formale, bravura del cast, e per quell’inquietante senso di italianità ricorsiva

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Se il buongiorno si vede dal mattino, quello di HBO MAX è un sabato di maggio, di quelli che ti svegli col sole che filtra fra le tende e la prospettiva di due giorni di relax senza un pensiero al mondo.
Delle tre serie più recenti che per ora (fine febbraio 2026) compongono l’offerta “original” della piattaforma americana sbarcata in Italia a metà gennaio, una è un gioiello inaspettato che ci ha scaldato il cuore (A Knight of the Seven Kingdoms), una è un medical di grande prestigio già capace di vincere ricchi premi (The Pitt), e la terza è una miniserie italiana, firmata da un grande del nostro cinema, che fin dal primo episodio colpisce per qualità, rigore, intensità.

Portobello, incentrata sul famigerato errore giudiziario che coinvolse il famosissimo presentatore televisivo Enzo Tortora a inizio anni Ottanta, ha in realtà una vita distributiva particolare, perché venne presentata alla Mostra del Cinema di Venezia a inizio settembre 2025, quando ancora HBO MAX non era nemmeno disponibile in Italia, per poi diventare uno dei titoli di punta con cui lanciare la piattaforma nel nostro Paese.

Ed effettivamente Portobello, diretta da quel Marco Bellocchio che già più volte ha dimostrato di avere un occhio e una sensibilità particolari per la Storia italiana del Novecento (si pensi solo ai due progetti su Aldo Moro, Buongiorno, Notte e Esterno Notte), è fin da subito un prodotto di primo livello, un’immersione in un mondo che non è solo televisione o solo criminalità, ma anche inquietante italianità.

Fra i tanti motivi di rammarico, nella vicenda di Enzo Tortora, c’è anche il fatto che la sua figura ha finito per essere legata indissolubilmente all’errore giudiziario che lo coinvolse, rischiando di far dimenticare che Tortora fu davvero un grande nome della tv italiana, per molti versi assimilabile al trio Pippo Baudo – Mike Bongiorno – Corrado.

Professionista instancabile, prolifico inventore e modernizzatore di format (per dirne una, fu lui insieme a Gianne Serra a trasformare La Domenica Sportiva in un vero e proprio programma tv), figura carismatica capace di far ruotare intorno a sé intere reti, Tortora aveva anche un caratterino niente male, che lo portò a litigare più volte con la Rai e ad allontanarsene / venirne allontanato. Il risultato furono esperienze altrettanto importanti con le tv private italiane e svizzere, compresa la vera e propria fondazione di nuove emittenti (Antenna 3 Lombardia).

Poi certo, nulla batte Portobello. L’ennesimo ritorno in Rai e la creazione del programma simboleggiato dal famoso pappagallo furono il momento di massimo splendore e successo per Tortora, nonché una fucina di sperimentazione che, con le sue idee, avrebbe segnato la tv italiana per i decenni successivi. E poi, naturalmente, fu insieme l’apice di Tortora e contemporaneamente il simbolo amaro della sua immeritata caduta, su cui inevitabilmente si concentra la miniserie di HBO MAX.

Marco Bellocchio non ha il tempo per ricostruire e raccontare la carriera di Tortora fino a quel momento, però ci tiene a spendere buona parte del primo episodio a descrivere la fama e il potere del presentatore, che protegge la sua posizione con lo scudo di dati di ascolto sempre più impressionanti, e che usa quel potere per costruire un palcoscenico in cui l’Italia che lo guarda da casa può trovare un temporaneo eppure agognato posto al sole, riempito di personaggi bizzarri, aspiranti artisti, persone in cerca di riscatto, in una girandola di storie e volti dal sapore felliniano.

Ed è proprio in questo scenario così variegato e brulicante, seguito in ogni angolo del Paese, che la figura di Tortora diventa oggetto non solo di affetto e ammirazione, ma anche di odio e invidia.
Dal carcere dove è rinchiuso, Giovanni Pandico, piccolo criminale associato al boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, cova nei confronti di Tortora un rancore tutto personale, legato ad alcuni centrini spediti a Portobello e mai utilizzati nell’asta della trasmissione. Basta quella scintilla, unita ad alcune altre coincidenze, a scatenare un’accusa infamante e completamente infondata, che trascinerà Tortora nel fango e lo costringerà a essere imputato in un processo-farsa che la miniserie avrà modo di approfondire, e che rappresenta tuttora uno dei casi più eclatanti di malagiustizia italiana.

Ma senza correre a episodi non ancora andati in onda, fin dall’inizio possiamo vedere l’efficacia della mano di Bellocchio sulla vicenda.
Il primo grande lavoro viene fatto sulla figura di Tortora e su Portobello. Fabrizio Gifuni, che non è granché somigliante a Tortora in termini puramente estetici, lo interpreta però con grande precisione, nelle movenze e nelle cadenze, dando al personaggio uno spessore prima di tutto professionale.
Bellocchio (che cura anche la sceneggiatura insieme a Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore) ci tiene a non farne un santino, e dipinge Tortora con tratti pienamente umani, concedendogli indecisioni e paranoie, ma avendo cura di mostrare il peso specifico del professionista nel mondo in cui era inserito.

La famosa trasmissione televisiva viene ricostruita con grande dovizia di particolari, al punto che viene spontaneo provare a cercare in rete riferimenti specifici a questo o quel personaggio, per vedere se è possibile recuperare i filmati originali a cui fanno riferimento le diverse scene della miniserie (per esempio quella con l’ospitata di Paola Borboni).
Stiamo parlando di qualcosa che è abbastanza lontano nel tempo per essere “Storia”, ma anche abbastanza vicino perché ci siano moltissimi spettatori e spettatrici che Portobello se la ricordano sul serio, generando così sensazioni molto diverse a seconda del vissuto di chi guarda gli episodi.

Poi ci sono i criminali, i cattivi. Le scene in carcere sono forse quelle in cui Portobello rischia di più di scivolare nella macchietta, con l’immagine da “nerd malvagio” di Pandico (interpretato da Lino Musella) e la decrizione di dinamiche di potere che odorano di fiction di mafia.
Ma sono anche i momenti in cui, pian piano, vediamo l’emergere di una specie di complotto completamente campato per aria, in cui piccoli criminali mentono per minuscoli profitti personali, e in cui inquirenti dall’accusa facile non vedono l’ora di dare spettacolo.

Ed è qui che dobbiamo parlare dell’Italia. Portobello è certamente una serie incentrata su un errore giudiziario, e costruita come un thriller molto teso di cui conosciamo già la fine, ma che proprio per questo ci fa trepidare ogni volta in cui arriva la mazzata che stiamo aspettando. E tuttavia, una grande porzione di fascino è rappresentata dall’Italia che sembra stare sullo sfondo, ma che tanto sullo sfondo non è.

L’impressione, senza girarci troppo intorno, è quella di un Paese che è cambiato, ma non così tanto. La fame di fama (perdonate il gioco di parole) con cui la gente affolla gli studi Rai per trovare cinque minuti di notorietà, non sembra tanto diversa dall’ansia con cui pubblichiamo sui social il normalissimo piatto di pasta del ristorante, marchiato di hashtag pieni di entusiasmo.
La cautela che viene richiesta a Tortora nella sua vita personale e relazionale, tradisce un’attenzione morbosa nei confronti della vita privata dei famosi che non è certo cambiata nel corso dei decenni.
La polarizzazione che la sua vicenda generò, dividendo il pubblico fra colpevolisti e innocentisti sulla base non certo dei reali riscontri dell’indagine, bensì di antipatie e simpatie personali, non ha nulla di diverso rispetto alle gogne mediatiche di cui siamo costantemente testimoni.
E in ultimo, gli errori giudiziari e investigativi di cui Tortora fu vittima sono lo stesso pane di cui si nutrono i complottisti da social, a volte in maniera prevedibile, non fosse altro per la frequente superficialità con cui vengono condotte le indagini nel nostro Paese.

Portobello, dunque, può essere vista come la semplice odissea kafkiana di un uomo innocente, trascinato suo malgrado nelle maglie di una giustizia difettosa, ma è anche il simbolo e lo specchio di un’Italia che ci piace pensare lontana, e che invece assomiglia ancora parecchio a quella in cui viviamo.
Ed è un’Italia che, già nel primo episodio, Bellocchio esplora con piccoli lampi, entrando nelle variopinte case di italiani che aspettano solo di farsi legare le mani in diretta dall’ipnotista di turno, oppure nei questuanti che braccano Tortora alla Rai per mostrargli i loro presunti talenti.

Non è sempre e solo un ritratto cinico o mal disposto. Emerge anche una certa nostalgia, un affetto quasi familiare, un rispetto per certi riti collettivi che oggi, quelli sì, si vedono sempre meno, polverizzati come siamo fra mille device e piattaforme.
Allo stesso tempo, però, è evidente l’influenza di quel piccolo schermo sempre più potente (nella miniserie viene mostrato anche il passagio dal bianco e nero al colore) che, come esplicitamente metaforizzato, ha il potere di ipnotizzare, di esercitare una forza dalle conseguenze non sempre prevedibili, anche quando sei un professionista come Enzo Tortora e anche quando proprio quella forza è la base del tuo successo.

Se vogliamo, l’unica nota stonata non c’entra nulla con la miniserie in sé, quanto con il suo posizionamento. Gli spettatori più esperti, magari fan di lungo corso di HBO, faranno forse fatica a collocare precisamente questo progetto nel famoso marchio de I Soprano e di Game of Thrones, perché più che “una serie di HBO parlata in italiano”, Portobello assomiglia ancora agli esempi migliori della nostra fiction e del nostro cinema d’autore (con tutto che Rai è comunque presente nella produzione).
Un po’ quello che successe con L’Amica Geniale, in cui HBO era presente con ruoli invertiti.

Ma sono sottigliezze di contesto, e non è nemmeno detto che l’eventuale omologazione a marche di stile americane sia per forza un bene, specie per una storia che è profondamente nostrana.
In attesa di vedere il resto della miniserie, già applaudita a suo tempo a Venezia, l’impressione iniziale è comunque netta: un raffinato lavoro di ricostruzione storica, un cast di primo livello e sempre in parte, e uno sguardo sensibile non solo alle vicende dei personaggi, ma anche alle cose del mondo che rappresentevano, e che forse ancora rappresentano.
Avercene.

Perché seguire Portobello: è un storia italiana ancora dolorosa e attuale, ottimamente prodotta e messa in scena.
Perché mollare Portobello: perché l’anima è ancora quella della fiction italiana, e magari non piacerà ai fan duri e puri di HBO.

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