Rooster – Il ritorno comico di Steve Carell, firma Bill Lawrence di Diego Castelli
Il creatore di Ted Lasso e Shrinking crea una comedy che per Steve Carell è quasi l’opposto di The Office
Bill Lawrence dovrebbe fare attenzione. Il creatore di Scrubs e Ted Lasso, che amiamo tantissimo perché… beh, è il creatore di Scrubs e Ted Lasso, sta rischiando un certo livello di sovraesposizione: su Apple Tv c’è Shirinking, tuttora in onda mentre pubblichamo questa recensione; è tornata Scrubs, con una decima stagione / reboot che in America è già iniziata e che arriverà sul nostro Disney+ fra poche settimane; attendiamo la quarta stagione di Ted Lasso in estate su Apple TV; e oggi parliamo di Rooster, nuova comedy firmata da Lawrence per HBO MAX.
Insomma, per quanto si voglia bene al buon Bill, e per quanto ci piaccia il suo stile agrodolce, divertente e puccioso, c’è pure caso che a una certa possa diventare ridondante o stucchevole, che saturi la nostra naturale capienza di zucchero, facendoci chiedere sangue.
Magari è pure per questo che, strategicamente, Bill Lawrence non si lega a una sola piattaforma, sapendo che la maggior parte delle persone (al contrario di noi impallinati) non vedrà tutte le sue serie in una volta.
Fatta questa premessa, dopo la visione del pilot di Rooster possiamo comunque stare tranquilli: era difficile che, scegliendo il mitico volto di The Office (che torna alla comedy seriale dopo la parentesi drama di The Morning Show e l’esperimento non felicissimo di Space Force), Bill Lawrence raggiungesse proprio qui il punto di saturazione. Infatti non è avvenuto, e il pilot di Rooster è una coccola.

Rooster non è una persona, bensì un personaggio. L’ha creato Greg Russo (Carell), uno scrittore che nel mondo reale è un normalissimo divorziato di mezza età, pure un po’ timido e goffo, ma che su carta ha dato vita a un eroe da storie action/erotiche, che forse non vanno più tanto di moda nella società attuale, fluida e politicamente corretta.
Nel pilot della serie, con la scusa di una lettura pubblica in un college prestigioso, Greg corre in soccorso della figlia Katie (Charly Clive), che in quel college ci insegna e che da poco è stata cornificata dal marito Archie (Phil Dunster, il Jamie Tartt di Ted Lasso), che si è messo con una ragazza più giovane.
Il tentativo di supporto da parte di Greg è tendenzialmente tenero e sincero, ma pure impacciato, imbarazzante e poco organizzato, e finisce con lo scaricare a tempo indefinito il protagonista in un mondo, quello del college, in cui Greg non è particolarmente a suo agio, anche per la presenza di personaggi parecchio sopra le righe come Walter (John C. McGinley, il dottor Cox di Scrubs), il presidente del college, che è una persona tanto entusiasta quanto completamente fuori di testa.

Per certi versi, Rooster rappresenta un ribaltamento rispetto a The Office, la serie che diede notorietà mondiale a Steve Carell.
In The Office, Michael Scott era uno sfigato, ma anche uno che credeva di essere chissà chi, il miglior capo del mondo, un esempio per i suoi pari, un leader carismatico a cui tutti avrebbero dovuto guardare con deferenza, rispetto e ammirazione.
Il fatto che non fosse manco una di queste cose, e che invece fosse un grumo di cringe quando ancora il termine “cringe” non era così in voga, era uno dei principali motori della comicità di quella serie.
Possiamo dire che Michael Scott fosse un pazzo in un mondo di normali, anche se poi gli altri personaggi di The Office tanto normali non erano.
Con Greg il meccanismo è quasi opposto. Non che non sia un personaggio segnato da qualche goffaggine comica di per sé, ma a scatenerare il ridicolo è invece il rapporto fra il suo essere un uomo tutto sommato ordinario, abbastana anonimo, e un mondo esterno che, improvvisamente, comincia a vorticargli intorno a velocità poco rassicuranti.
La vita di Greg si fonda sulla differenza fra ciò che lui è e ciò che mette nei suoi libri, dove costruisce un protagonista forte, seducente, molto maschio. Quando eventi inaspettati gli chiedono di prendere le redini di un’esistenza improvvisamente diventata meno governabile (perché non sa come aiutare la figlia cornificata, perché il presidente del college lo stima molto ma è matto come un cavallo, perché una bella donna che incontra e vorrebbe fare sesso con lui lo mette in difficoltà ecc), Greg va in confusione e comincia a girare in tondo.
E qui arriva la bravura di Carell, che possiede un campionario di facce e movenze così ampio, e così buffo, da renderlo perfetto per questi personaggi inadeguati, imbarazzanti e imbarazzati, a prescindere dalle basi a partire dalle quali maturano ed esprimono quella inadeguatezza.

La cosa interessante è che il pilot di Rooster ci racconta già molto, presentandoci parecchi personaggi e facendo succedere tante cose, senza che sia ancora emerso quello che, almeno a giudicare dal trailer, dovrebbe essere il vero cuore narrativo della serie.
Sì perché finora abbiamo inquadrato Greg come un pesce fuor d’acqua, magari simpatico e dotato di buone intenzioni, ma sicuramente non troppo adatto alla svolta di vita che gli si presenta davanti, ma non l’abbiamo ancora visto “davvero” immerso in quella vita, perché Greg, a fine primo episodio, non ha ancora deciso definitivamente di restare al college.
In questo senso, è quindi una serie che si prende il suo tempo per mettere bene i pezzi sulla scacchiera, in attesa di far cominciare la vera partita.

Il che, sia chiaro, è un bene. In questo esordio, Rooster è una serie fresca e divertente, con un ottimo protagonista e personaggi di contorno facilmente inquadrabili e che funzionano subito.
In quanto serie di HBO MAX, poi, ci tiene ad avere anche un certo stile visivo, che si allontana dalla fotografia molto chiara e generalista di serie come Scrubs o anche Shrinking (che generalista tecnicamente non è), per provare a costruire un’immagine dal sapore più vintage, quasi da commedia sofisticata anni Settanta, in cui l’ambientazione universitaria è anche la scusa per uno stile visivo più ricercato, a cui contrapporre la bonaria scemenza dei personaggi.
È un buon esordio, subito digeribile ma anche ricco di spunti e vario nei contenuti. Ed è netta l’impressione che il percorso di Greg, obbligato a diventare un po’ più Rooster (che in inglese significa “gallo”, nel senso qui di maschio alfa), garantirà parecchie risate.
Forse a un certo punto Bill Lawrence ci stancherà, ma non è questo il giorno.
Perché seguire Rooster: un grande autore e un grande protagonista, per una commedy ben scritta e dal grande equilibrio.
Perché mollare Rooster: se le altre serie di Bill Lawrence non vi piacciono, difficile che questa vi faccia cambiare idea.

