9 Aprile 2026

The Boys 5×01-02 – L’ultimo ritorno di Diego Castelli

Debutta l’ultima stagione della serie di Prime Video, e la sensazione è che si possano fare le cose per bene e ammazzare un po’ tutti

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“Dove eravamo rimasti” diceva Enzo Tortora in una frase tanto commovente quanto famosissima, recentemente riascoltata nella reinterpretazione di Portobello su HBO MAX.
Una frase che, con meno commozione e peso emotivo, ma non senza una certa fatica, si fanno sempre i/le serialminder quando si tratta di riprendere in mano una serie molto importante, per la quale bisogna essere “sul pezzo”, ma che è arrivata a un tale punto di accumulo narrativo, da portarsi dietro tutta una serie di grossi rischi: quando hai abituato la gente e le prometti un gran finale, sono più le cose che puoi sbagliare che quelle che puoi fare giuste.

The Boys arriva alla quinta e ultima stagione con alte aspettative, anche se la quarta era stata, se non proprio “deludente”, quanto meno incapace di tenere l’asticella alta come le prime tre. Qualche personaggio meno efficace, qualche allungamento di brodo, qualche scelta discutibile.
I primi due episodi della quinta non sono stati “sorprendenti”, ma hanno dato una maggiore idea di ordine, l’impressione che finalmente ci si possa concentrare sulle cose importanti, il tutto farcito con la consueta satira politica e sociale e con alcune piccole invenzioni che sono marchio di fabbrica.

ATTENZIONE! SPOILER SUI PRIMI DUE EPISODI DELLA QUINTA STAGIONE

Dal punto di vista strettamente narrativo, The Boys si è piacevolmente asciugata: Homelander ha ormai instaurato il suo regime, controlla il Presidente come fosse un burattino, è ossessionato dalla sconfitta dei suoi nemici e manda i loro sostenitori (basta un post sbagliato sui social e sei fregato) in campi di concentramento in cui i prigionieri indossano pantaloni a stelle e strisce e una maglietta con la faccia del Patriota.

Dall’altra parte, i buoni hanno ormai un unico obiettivo: uccidere Homelander e restituire una qualche forma di decenza al Paese. Per farlo, oltre a tornare insieme (a inizio stagione Hughie, Frenchie e Milk sono ancora in mano alla Vought), hanno a disposizione il virus anti-super di cui si è parlato a lungo anche in precedenza.

E in fondo, come struttura generale, è tutto qui. Non che non ci siano ancora delle sottostorie personali (Frenchie-Kimiko, Hughie-Starlight, le ansie di Deep, il rapporto di Homelander col padre Soldier Boy), ma tutto serve a quell’unica direttrice, al punto che, al momento, sembrano eliminate altre trame accessorie e che stavano diventando pesanti: per esempio, il figlio di Homelander è stato spedito chissà dove all’estero, e al momento non è della partita.

La trama dunque si snoda intorno a questo scontro finale che porta a conseguenze importanti e in qualche caso definitive. È ovviamente rilevante la resurrezione di Soldier Boy, ma già nel primo episodio abbiamo la prima morte importante, ovvero la dipartita di A-Train: il simil-Flash di The Boys, che non riusciva più a essere un fedelissimo di Homelander ma nemmeno si era del tutto votato alla causa ribelle, in un impeto di bontà salva Hughie di fronte al cattivissimo, e viene poi inseguito finché non gli viene spezzato il collo, non prima però di essersi tolto la soddisfazione di dare del patetico perdente a Homelander, che non la prende benissimo.

La fragilità psicologica del villain resta chiaramente un nodo decisivo: serve sia come motore narrativo per certi twist e sorprese, ma anche come strumento per limitare la potenza di Homelander, che non può essere “così” forte e anche perfettamente centrato di testa, altrimenti non ce ne sarebbe più per nessuno (ma su questo fronte restano dei problemi già visti di cui parliamo più sotto).

Ma la morte di A-Train e il completamente del virus, che non riesce a uccidere Soldier Boy ma sembra comunque abbastanza potente da essere un fattore nella battaglia, restano i segni che quest’anno The Boys deve effettivamente chiudere tutto, e non c’è motivo di trattenere niente.

In termini di commento sociale, la trasformazione di The Boys in esplicita satira anti-trumpiana è definitivamente completa. In alcuni momenti, si percepisce quasi la fatica che la sceneggiatura fa per costruire una versione seriale del movimento MAGA senza usarne le stesse parole e gli stessi slogan, anche se l’ispirazione è palesemente quella.

La relazione di Homelander, leader potente ma anche mentalmente instabile, con i suoi sottoposti, è proprio quella che ci aspettiamo fra Trump e i suoi accoliti, e penso soprattutto a un dialogo con Sage in cui la donna deve chiaramente gestire le proprie parole per non far adirare un capo che capisce quello che vuole e si muove in maniera del tutto erratica.

A voler essere precisi, Homelander resta uno che parla meglio di Trump (altrimenti saremmo totalmente nella comedy), e che sembra patire di più, o in modo diverso, la solitudine che deriva dal fatto di essere un leader che tutti temono e nessuno rispetta, una dinamica tutto sommato classica per la storia cine-letteraria dei cattivi, e in cui forse la realtà extraseriale supera perfino la fantasia.

Ma ci sono vari momenti, in queste due puntate, dove la lettura della realtà attraverso il filtro del supereroismo distorto, raggiunge il sublime: quando Starlight riesce a mostrare il famoso video in cui si vede Homelander uccidere gli innocenti sull’aereo, i cattivi sostengono immediatamente che si tratti di intelligenza artificiale, e mostrano addirittura una versione modificata del video proprio perché sembri ancora di più contraffatto.

In questo come in altri casi, The Boys mostra sempre una grande agilità nel recepire le tensioni del contemporaneo, incorporando nella sceneggiatura problemi e inquietudini che nella prima stagione non avrebbero potuto esserci, perché per esempio non si parlava così tanto di IA.
Ascoltare Sage che, molto esplicitamente, spiega quanta disinformazione è stata usata per annacquare le rivelazioni degli starlighter, non può che far suonare più di un campanello nella testa di chi prova, giorno dopo giorno, a capirci qualcosa del caos informativo, decisionale, politico e culturale che viene dagli Stati Uniti attuali.

Il tutto, naturalmente, unito al consueto racconto capitalista dei supereroi, sempre presi da visualizzazioni, profitti e promozioni, che resta il cuore di The Boys nonché il suo principale e più riuscito tratto di realismo: non c’è nessun motivo per essere sicuri che, se davvero esistessero persone con super poteri, si comporterebbero bene come Superman o Spider-Man.

Accanto alle impalcature narrativa e satirica più complessive, The Boys è famosa anche per le sue singole idee-shock, per quei momenti fra il comico, il grottesco e il volgare che da sempre settano il tono assurdo della serie, proprio nello stesso momento in cui ci ricordano che così assurda non è, a farne il paragone con una realtà che anzi, negli ultimi anni, è sembrata confermare il valore profetico di questo show.

La capacità di The Boys di stupirci rimanendo sé stessa è certamente diminuita nel corso delle stagioni. Il suo stile ormai è conosciuto, ecoglierci di sorpresa diventa più difficile. Allo stesso tempo, non mancano dei tentativi assai riusciti. Dalla modalità di scavo dei tunnel di Worm (che aspira con la bocca ed espelle… da dietro), alla morte del famoso tizio col pisello gigante, strozzato da Milk con la sua stessa appendice, è impossibile non citare Rock Hard, il sup roccioso che Butcher e compagni scelgono di usare come cavia per il virus.

Quando i nostri arrivano dal tizio, che non si vedeva online da un anno, scoprono che si è trasformato in una specie di Jabba The Hut di granito, e di lì a poco si viene a sapere che questa sua forma si deve in realtà alle sue eiaculazioni magmatiche che nel tempo si sono solidificate, trasformandosi in roccia. Una scena adorabilmente disgustosa che ha pure un’alta verosimiglianza geologica, perché ha molto senso che un sup di quel tipo possa incorrere in un problema del genere.
Probabilmente non guarderemo mai più un vulcano nello stesso modo, o l’intera Terra se è per questo, ma in fondo è il tipo di consapevolezze che chiediamo a The Boys.
(Fra parentesi, “Rock Hard” è anche un’espressione che gli americani usano proprio per indicare erezioni poderose, giusto per non lasciare niente al caso)

Si tratta quindi di due episodi solidi, che settano bene la narrazione di questa stagione, e promettono un racconto compiuto e definitivo. Questo però non significa che non ci siano anche alcune fragilità, che in tutto o in parte si notavano già nella stagione passata.

In primo luogo, non sono due episodi memorabili, e lo dico sapendo quanto una valutazione del genere sia insieme molto soggettiva e forse ingenerosa per una serie giunta alla quinta stagione e che, come detto all’inizio, deve badare soprattutto a essere ordinata. Però sembrano essere passati i giorni in cui si diceva “mamma mia, hai visto The Boys ieri?” e la paura è che possano non tornare più, se non magari per gli ultimissimi episodi.

Ma a parte questa considerazione generale, poi restano alcuni problemi strutturali. Su tutti c’è sempre la potenza di Homelander, che già citavamo nella quarta stagione. Vedere il Patriota svelare il piano di fuga di Hughie, salvo poi non riuscire ad ammazzarli tutti in un attimo anche quando vorrebbe, è davvero troppo inverosimile: l’idea di usare A-Train per far allontanare Homelander dalla battaglia ha senso, ma è semplicemente troppo stiracchiato il fatto che, nei minuti precedenti, il cattivo non usi superforza, sguardo laser, visione a raggi X e tutto il resto, per sterminare nemici che si muovono con la lentezza di normali esseri umani, che riescono a fuggire solo perché Starlight abbaglia Homelander, manco fosse una bomba atomica.
Ma ci sono anche altre forzature, come l’insistenza che Butcher mette nella necessità di salvare Frenchie (un dettaglio che poi porta anche a qualche dissidio fra Hughie e Annie), salvo poi mostrarci che Frenchie, in effetti, non serve così tanto, perché il virus è effettivamente pronto.

E potremmo chiudere con lo scarso coinvolgimento dei ragazzi di Gen V. Marie Moreau e gli altri vengono citati espressamente, fanno parte della resistenza, ma per ora il timore è che il loro coinvolgimento resti solo verbale, con conseguente depotenziamento del pur valido finale dell’ultima stagione di Gen V.
La partita non è chiusa su questo fronte, e potremmo avere delle sorprese. Però ecco, a queste sorprese ci terrei.

È comunque giusto chiudere con una nota di ottimismo e di gioia. Se si fanno le pulci a The Boys è perché la serie stessa ha settato uno standard molto alto, che a volte è difficile reggere. Ma se ci guardiamo intorno, The Boys resta perennemente una delle serie migliori su piazza, in cui ogni scena e spesso ogni inquadratura si portano dietro un senso, un divertimento, un’importanza superiore alla media delle serie tv.

Vi cito giusto un esempio: quando Homelander risveglia il padre, per la pura speranza di avere qualcuno “come lui” che possa stargli accanto e non avere timore (e il bisogno di affetto da parte di Homelander resta uno dei tratti cardine della sua psicologia di ragazzino traumatizzato), lo porta dal Presidente e dagli altri per re-introdurlo nel gruppo e spiegare i suoi piani.
Questa scena è splendida perché Homelander, solitamente pazzo-e-pericoloso, torna un bambino ossessionato dall’approvazione del padre, ed è esilarante lo sguardo incazzato che rivolge al Presidente quando quest’ultimo gli propone un bicchiere di latte che Homelander avrebbe accettato in qualunque altra circostanza, ma che diventa motivo di imbarazzo di fronte a Soldier Boy che ha appena chiesto un Manhattan.

Ci sono tanti piani di lettura e di intrattenimento in The Boys, dall’azione supereroistica tamarra alla satira socio-politica, dall’analisi psicologica di molti disagi alla comedy più improvvisa, sboccata e creativa. Le perdoniamo dunque qualche inciampo o debolezza, nella consapevolezza che, comunque, è difficile annoiarsi o non essere ingaggiati dagli eroi scalcagnati e i cattivi incasinati di Eric Kripke (e Garth Ennis e Darick Robertson).
Poi certo, è l’ultima stagione, e vogliamo un gran finale. Su questo faremo fatica a transigere, ma credo si possa essere fiduciosi.



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