21 Maggio 2026

The Boys – Il finale faticoso di una serie memorabile di Diego Castelli

L’ultimo episodio di The Boys chiude molte delle storie rimaste aperte, ma non risolve i problemi di una stagione difficile

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTO IL FINALE DI SERIE

Siamo in uno di quei giorni, quelli in cui è appena finita una serie grossa. E a prescindere da come è finita (su alcuni aspetti dell’ultima stagione di The Boys non potremo essere teneri), poche cose ci danno l’idea del tempo che passa come la fine di prodotti seriali che ci hanno accompagnato per anni, causandoci gioie e dolori, entusiasmi e delusioni.

Nel caso di The Boys, la serie sviluppata per Prime Video da Eric Kripke sulla base dei fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, parliamo di un esempio particolarmente calzante perché è stata un prodotto di grandissimo successo, capace di fomentare grandissima eccitazione ma anche (o forse proprio per questo) amari rimbrotti quando le cose non sono andate come si sperava.

Prima di analizzare un po’ meglio la faccenda, possiamo già dircelo che l’ultima stagione di The Boys, compreso il suo finale, non è stata esattamente all’altezza delle aspettative, aspettative altissime per merito della stessa The Boys, e rese pericolanti, per paradossale che possa sembrare, proprio dal suo successo, che hanno fatto ingolosire Amazon al punto da chiedere l’allungamento eccessivo di una storia che, forse, già dopo la terza stagione non aveva più così tanto da dire.
Una storia, peraltro, che si basava su una satira a un mondo reale che, nel recente passato, è finito col superare perfino la follia della serialità televisiva, al punto che non sappiamo più se stiamo guardando una serie distopica, o un mondo fittizio che, forse, non è neanche così male paragonato a quello che effettivamente vediamo intorno a noi.

Vale la pena, prima di tutto, di ricordarsi perché The Boys è diventata The Boys. E i motivi sono parecchi.
The Boys mette in scena un dissacrante ribaltamento del mondo supereroistico, in cui i super smettono di essere eroi solitari dall’identità segreta, chiamati a sopperire le mancanze delle autorità, per diventare invece star capricciose manipolate da una corporation tentacolare.
Da questo concetto deriva il suo inevitabile tono parodico, ma anche la sua violenza smaccata e consapevolmente volgare, la forza dell’egocentrismo dei suoi eroi interessati solo ai like e ai follower, e infine la sua satira più prettamente politica: The Boys ha raccontato per anni il peggio della destra statunitense, le sue derive fondamentaliste, il grottesco delle sue battaglie ipocrite, fino ad arrivare a un’esplicita e difficilissima parodia di Donald Trump, di cui Homelander è diventato una specie di doppio con i poteri. E dico “difficilissima” perché, naturalmente, è dura fare la parodia di una persona che è già di suo completamente fuori da ogni schema e logica.

E prima di sparare qualche bordata, perché qualche bordata la dobbiamo sparare, secondo me è giusto dirci che alcuni di questi punti di forza non sono mai venuti meno. Per cinque stagioni, The Boys è sempre riuscita a piazzare il guizzo, l’idea vincente, la scena indimenticabile, la satira pungente. Ne ha piazzate di più nelle prime tre stagioni che nella quarta e nella quinta, ma anche in quest’ultimo ciclo di episodi, e fino all’ultimissimo, abbiamo assistito a scene difficilmente dimenticabili e riflessioni ficcanti, dalle esplosioni di Seth Rogen e amici al “passaggio di consegne” super-cheap fra Gesù e Homelander.
Allo stesso tempo, come detto, questa è anche una serie che ha mostrato la fatica della sua stessa sopravvivenza. Nella quinta stagione l’abbiamo visto spesso, e nel finale anche di più.

C’è un doppio ordine di problemi. Ci sono scelte semplicemente sbagliate, o pigre, e ci sono altre scelte più giuste o perfino inevitabili, a cui si arriva però con grande affanno e/o con salti logici difficilmente spiegabili.

Fra le scelte semplicemente discutibili ci sono, prima di tutto, le gestioni di Soldier Boy e delle ragazze di Gen V.
Soldier Boy ha una grande rilevanza per quasi tutta la stagione, poi viene ricongelato da Homelander dopo un breve scontro peraltro troppo semplice, e nell’ultimo episodio non compare mai. Ma come? Un personaggio così importante, così carismatico, così decisivo anche per la psicologia del principale cattivo, non partecipa al finale? Mi pare un filino assurdo.
E per quanto riguarda le ragazze di Gen V, se l’unico modo per coinvolgere un personaggio (Marie Moreau) che nell’altra serie era stato descritto come potenzialmente forte quanto Homelander, è fargli guidare un pulmino verso il Canada manco fosse June di The Handmaid’s Tale, allora tanto valeva non usarlo.

Ma potremmo aggiungere anche altri esempi, come la stupidità del piano ordito da Butcher per attaccare Homelander (siamo dalle parti del “andiamo lì e picchiamolo”, e basta), o la costante perdita di importanza di Hughie, che è diventato un mezzo comprimario per buona parte della stagione, salvo poi tornare decisivo nelle ultimissime scene, in maniera però fin troppo vistosa.

Ma potenzialmente peggiori, perché accrescono la sensazione di una scrittura pigra, sono le scelte “obbligate”, a cui però si arriva in maniera goffa.
Pensiamo per esempio alla fine di Deep: ci sta che muoia ammazzato dai pesci, perché la storia puntava in quella direzione, e ci sta che il suo ultimo scontro sia con Starlight, che era stata la persona che, fin dal pilot, rischiava di oscurare la sua stella all’interno dei Seven. È però abbastanza ridicolo che Annie, che si trovava nella Casa Bianca con i suoi compagni, decida di allontanarsene così tanto per andare a combattere dove? In spiaggia. Ma come, tu stai affrontando uno che ricava potere dall’acqua e dalle creature marine, e vai a combatterlo in spiaggia dove è più potente? E dove intorno non si vedono apparecchiature elettriche, che sono invece la tua fonte di forza? Questa cosa non ha alcun senso, se non per il fatto che gli autori volevano che Deep morisse in mare. Ma non dovremmo “vedere” in maniera così esplicita questo desiderio.

E tema del tutto simile si pone con la fine di Homelander. Giusto che l’ultima battaglia sia con Butcher e giusto che ci sia anche Ryan. Così come di grande impatto è vedere Homelander senza poteri che piange e implora per la propria vita prima che il cranio gli venga aperto con un piede di porco.
Allo stesso tempo, nessuno ci aveva detto che Butcher sarebbe stato in grado di tenere testa a Homelander a mani nude (anzi, il fatto che il cattivo non uccidesse sul posto i suoi nemici ogni volta che ne aveva l’occasione, è sempre parso un elemento di debolezza della serie). In più, la fine di Homelander, privato dei poteri da Kimiko, toglie praticamente qualunque importanza alla storia del virus e del V1. Abbiamo passato un’intera stagione a costruire virus, cercare virus, lottare sui virus, e poi la soluzione del problema era dare nuovi poteri a Kimiko. Perché non è stato fatto prima? Boh, perché nessuno ci aveva mai pensato. Anche in questo caso, la cosa risulta parecchio goffa.

Poi certo, il virus torna importante nella morte di Butcher, ma qui sorgono altri problemi. Che Butcher muoia ci sta, in fondo non è un buono puro, è un antieroe. E ci sta che sia Hughie a ucciderlo. Perfino la voglia di Butcher di uccidere tutti i sups resta valida, e anzi aggiunge un tassello alla riflessione politica della serie: Homelander non era IL problema, era solo il sintomo di un problema più sistemico che estende ulteriormente la metafora trumpiana, mostrando una fragilità nella democrazia americana che non deriva da Trump, ma ne è la fonte.

Ok, tutto bene, se non fosse che abbiamo appena scoperto che Kimiko sa togliere i poteri ai sups. Possibile che Butcher non pensi nemmeno per un istante alla possibilità di studiare ulteriormente quest’abilità, magari con l’obiettivo di togliere i poteri senza uccidere tutti? Possibile che non consideri almeno l’idea di salvare Annie, togliendole i poteri prima di rilasciare il virus?
Ancora una volta, siamo di fronte a uno scontro finale che nella testa degli autori era dovuto e inevitabile (cosa di per sé vera), ma a cui non sono stati in grado di portarci in modo lineare e coerente con gli eventi visti in precedenza, a volte letteralmente dieci minuti prima.

Insomma, The Boys ha un po’ perso la bussola. O meglio, sapeva dove voleva finire, ed era giusto che finisse dove è finita, ma ci ha messo un sacco di tempo per arrivarci, ha sbagliato strada un po’ di volte, e non si è fatta aiutare quando avrebbe potuto, preferendo incaponirsi su percorsi circolari complessivamente ripetitivi.
(ammazza che ardita sta metafora, si capisce?)

Questo non mi basta per detestare The Boys, per bocciarla aspramente o rinnegare l’impegno che le ho dedicato. E questo perché quando una serie offre alti e bassi, ma gli alti sono alti per davvero, è comunque meglio di un racconto con tutte le sue cose a posto, ma che addosso non ti lascia niente se non un tranquillo senso di sobrietà.

Quindi viva The Boys e le sue esagerazioni, viva i suoi personaggi sopra le righe, viva Antony Starr e Karl Urban, che hanno portato sullo schermo due personaggi indimenticabili, viva la gente che esplode e che combatte con i testicoli.
Però faremmo un torto alle serie che hanno tenuto la barra dritta fino alla fine, se non ci dicessimo che The Boys ha sofferto la grandezza del suo successo, che l’ha costretto ad allungarsi oltre il dovuto, senza che ci fosse una vera idea di come riempirla e ordinarla in modo davvero efficace.
Purtroppo capita anche ai migliori, e The Boys lo è stata, almeno per un po’.




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