11 Giugno 2026

The Miniature Wife – Una buona idea e un po’ troppi episodi di Diego Castelli

Arrivata su Sky una serie di Peacock con diversi pregi ma anche un’ambizione un tantino fuori scala

Pilot

Su Sky, dove è approdata in Italia, la nuova serie di Peacock riceve il sottotitolo “Un piccolo problema”, gioco di parole quasi inevitabile per una serie che, con quello che racconta, si presta molto bene alle strizzate d’occhio linguistiche.

Io invece col titolo dell’articolo ci sono andato giù piatto, perché in fondo così fa anche il nome originale. Creata da Jennifer Ames e Steve Turner, e tratta da un racconto breve di Manuel Gonzalez, la serie di oggi si chiama “La moglie in miniatura”, e racconta letteralmente di una consorte rimpicciolita, anche se poi, nel corso dei dieci episodi, succedono un sacco di altre cose.

The Miniature Wife ha per protagonisti Lindy e Les, interpretati rispettivamente da Elizabeth Banks (che ha carriera più cinematografica che televisiva, ma che sul piccolo schermo abbiamo visto tante volte) e Matthew Macfadyen (l’indimenticato Tom di Succession).

Lei è una scrittrice capace di vincere il prestigioso premio Pulitzer già con il suo primo romanzo, ma che da anni a questa parte non è più riuscita a scrivere niente. Lui invece è uno ricercatore da sempre in cerca di una scoperta che possa catapultarlo nell’empireo degli scienziati di ogni tempo, e che riesce a inventare un liquido in grado di rimpicciolire cose e persone, senza però aver ancora trovato il modo di farle tornare grandi in sicurezza.

Se non state leggendo questo articolo appena svegli dopo una notte di coliche, probabilmente avrete già capito che, a un certo punto, un incidente inaspettato porta al rimpicciolimento di Lindy, che non la prende benissimo e che Les cerca di nascondere finché non avrà trovato il modo di farla tornare alle dimensioni normali, in un momento molto delicato in cui sta cercando ulteriori fondi (anche di dubbia provenienza) per portare a termine la sua ricerca.

E qui però si apre un mondo, o almeno questa è l’intenzione degli autori. Perché quella che inizialmente potrebbe sembrare una semplice commedia diretta su un unico binario fantascientifico (alla Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi, per chi se lo ricorda), diventa in realtà una lunga esplorazione del matrimonio di Lindy e Les, con molti flashback, litigi, ripicche e ricordi che cercano di dare sostanza alle tensioni della loro relazione, cercando di capire da dove arriva, come evolve, come potrebbe esplodere o risolversi.

Se volessimo rimanere sui paragoni anni Ottanta, ecco allora arrivare anche La Guerra dei Roses, che quarant’anni fa raccontava la sempre più estrema faida fra due coniugi, in un crescendo grottesco e vagamente inquietante che aveva un tono ben più cupo di quello di The Miniature Wife, ma che si basava su dinamiche dialogiche e fisiche non tanto diverse.

Il senso di urgenza crescente, con un segreto sempre più difficile da mantenere e altre sottostorie che arrivano ad aumentare l’ansia (tipo un’accusa di plagio recapitata a una Lindy che, da rimpicciolita, fa fatica a gestirla), concorrono a una corsa sempre leggera e divertente, ma che punta a non mollare mai gli spettatori.

Sicuramente il ritmo non fa difetto alla serie, che viene ben sostenuta da un gran cast. I due protagonisti sono ottimi, e Macfadyen si conferma attore bravissimo a costruire e veicolare un certo tipo di disagio crescente, da persona che vuole dare l’impressione di avere tutto sotto controllo, quando la realtà gli scivola inesorabilmente dalle mani.
Ma potremmo citare anche le spalle comiche fornite da O-T Fagbenle (che interpreta un collega di Les innamorato di Lindy) o Zoe Lister-Jones (nei panni di una boss apparentemente incapace di sorridere).

Allo stesso modo, The Miniature Wife gioca abbastanza facile con tutto un immaginario di fantascienza rimpicciolita che sa essere curioso e creativo, non tanto nell’uso della computer grafica (abbiamo visto di molto meglio), quanto nella creazione di oggetti ingranditi (nella percezione di Lindy) che diventano un parco giochi fatto di telefoni, auricolari, giocattoli, insetti giganteschi.

Una serie, quindi, che ha gli strumenti per tenere insieme commedia, drama romantico, avventura e fantascienza light. E che naturalmente si porta dietro un certo livello di riflessione coniugal-patriarcale, con una moglie fisicamente rimpicciolita a simboleggiare uno squilibrio di potere nella coppia, in un meccanismo così esplicito che la protagonista lo dichiara praticamente nella prima scena, giusto per non fare la figura di quelli che cercano di fare gli intellettuali, con il paradossale risultato di risultare banali.

Se The Miniature Wife ha dei problemi (e ne ha) non stanno dunque nel concept, nel cast o nella messa in scena.
Se volessimo riassumerli in una frase, potremmo dire che la prima stagione è troppo lunga.

Il racconto originale è breve, e dunque non offre chissà quanto materiale. Per spalmarlo su dieci episodi (seppur in formato generalista, da 40 minuti circa) è stato necessario aggiungere altre linee narrative, altri temi, quando non andare direttamente di ridondanza, mettendo tre litigi dove prima ce n’era uno, e via così.

Il risultato è una stagione forte all’inizio e alla fine, ma con in mezzo un lungo guado in cui non tutto riesce a essere importante o divertente come vorrebbe, con un po’ di ripetizioni e l’impressione molto netta che di puntate ne sarebbero bastare cinque o sei.
Ne risente anche l’impianto tematico, perché una storia che poteva essere una precisa satira sulla guerra fra i generi, in salsa fantascientifica, si appesantisce di tutta una mole di altri temi, flashback, rivalse personali, storie di plagio e storie di corna, ricconi cattivi e baruffe universitarie, che alla fine crea un’impressione paradossale: quella di un racconto che poteva durare meno, ma che allo stesso tempo non riesce ad approfondire adeguatamente le riflessioni che mette in campo, e che avrebbero avuto bisogno di più spazio.

In attesa di capire se ci sarà una seconda stagione (gli autori vorrebbero, ma ci siamo appena detti che forse la prima era già troppo lunga, quindi insomma… ehm…), credo che The Miniature Wife possa effettivamente garantire un simpatico, tranquillo, godibile intrattenimento di superficie. Perché i personaggi funzionano, il cast è azzeccatissimo, gli stimoli sono sufficienti a passarsi qualche ora di bizzarra avventura fantasy coniugale.

Allo stesso tempo, lascia anche l’amaro sapore del vorrei ma non posso, del racconto che poteva essere molto più ficcante in formato film, o in una forma seriale più rifinita, più centrata su uno-due temi da sviluppare come si deve, invece di sembrare un cestone in cui buttare quanta più roba possibile, pur di arrivare alla quota prestabilita.
Trovo sia un peccato soprattutto per la storia matrimoniale di Lindy e Les, che in mezzo al cestone ha comunque un suo valore e profondità in quanto racconto di una coppia disfunzionale a cui, in effetti, viene offerta un’occasione di ripensamento di sé.
Però questo spessore sta un po’ in mezzo al casino.

Perché seguire The Miniature Wife: per l’idea efficace, il buon cast, e qualche soluzione interessante.
Perché mollare The Miniature Wife: la stagione è troppo lunga e, per questo, azzoppata da diversi elementi che girano a vuoto.

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