Stuart Fails to Save the Universe – Lo spinoff sci-fi di The Big Bang Theory di Diego Castelli
Su HBO MAX arriva uno spinoff che cambia il genere di partenza dell’originale, senza però perdere l’impronta comedy
Ormai lo sappiamo: viviamo in un mondo di sequel, spinoff, remake, reboot. Ogni scusa è buona per recuperare un nome già conosciuto al pubblico e sperare così di farsi notare nella generale cacofonia dell’offerta seriale, cinematografica, internettiana.
Poi certo, alle volte viene bene, alle volte viene male, alle volte non viene neanche male, ma è comunque percepito come superfluo. Anche perché, spesso, l’idea alla base dello spinoff o revival di turno risulta un po’ povera, tirata per i capelli, fatta “tanto per”.
Anche per questo ero genuinamente incuriosito da Stuart Fails to Save the Universe, creata da Chuck Lorre, Zak Penn e Bill Prady e debuttata pochi giorni fa col primo episodio su HBO MAX.
Incuriosito perché si tratta del primo spinoff di The Big Bang Theory (sitcom ormai iconica ma anche terminata da sette anni) che non si limita a prendere uno o più protagonisti della vecchia serie per farci vedere cosa ne è di loro a qualche anno di distanza.
No, Stuart Fails to Save the Universe cambia letteralmente genere rispetto all’originale. O, a voler essere più precisi, ne aggiunge uno, perché questa è ancora una comedy (anche se single camera e non multicamera), ma è anche una storia pienamente fantascientifica, lì dove The Big Bang Theory, invece, raccontava sì la vita di un gruppo di nerd, ma senza uscire da un perimetro di sostanziale realismo.
E il risultato è quanto meno interessante.

La trama non è pochi così originale, se pensiamo alla fantascienza in termini generali, ma certo lo diventa, appunto, se pensiamo che arriva da una sitcom ambientata in un condominio: Stuart, il padrone del negozio di fumetti di The Big Bang Theory, si ritrova suo malgrado a viaggiare in un multiverso pieno di dimensioni parallele, a seguito di un incidente occorso con una macchinario quantistico inventato da Sheldon, Leonard e Howard, già fra i protagonisti della serie originale.
A dirla proprio tutta, nel pilot l'”eroe” non è il nostro Stuart, bensì uno Stuart alternativo, abitante di una Terra distopica in cui riceve la visita dello Stuart originale, che gli racconta dell’incidente di laboratorio, dandogli le istruzioni necessarie a rimettere a posto le cose. Istruzioni che però si perdono in inopportuni problemi di connessione, generando il caos.
Ecco allora che Stuart, insieme al fido amico geogolo Bert (Brian Posehn), inizia un’avventura che lo portera a incontrare altri personaggi ben conosciuti del mondo di TBBT (soprattutto Denise, interpretata da Lauren Lapkus e Barry Kripke, cioè John Ross Bowie), nel tentativo di salvare un multiverso per il quale Stuart rappresenta un campione davvero, davvero inadeguato.

Il potenziale narrativo è evidente, e lo era già fin dal concept. Stuart Fails to Save the Universe ha la possibilità di costruire mille parodie della fantascienza, cambiando continuamente ambientazione e situazioni narrative, lasciando invariato il nucleo principale di personaggi, ma aprendosi a un serbatoio letteralmente infinito di caratteri secondari e gustosi cameo che possono perfino essere ripetuti, perché chiunque può presentarsi nella serie in più versioni alternative di sé.
Nel primo episodio si lavora sul classico scenario post-apocalittico-militare, in cui il tempo dedicato a capire cosa sta succedendo deve lasciare presto spazio a veri e propri combattimenti in cui poter sfoggiare l’inadeguatezza di Stuart al pericolo, ma anche una certa, comica resilienza dei protagonisti, in cui la comicità si crea nei modi bizzarri con cui riescono a salvarsi la pelle.

Il pilot è buono, anche se meno ficcante di quanto sperassi. Oltre ai citati pregi strutturali, il primo episodio di Stuart Fails to Save the Universe funziona anche in termini comici perché i suoi personaggi sono effettivamente abbastanza “fuori posto” e abbastanza diversi fra loro (per esempio nel rapporto fra Stuart, monoespressivo, disincantato, sempre sull’orlo del fastidio, e Bert, pacioso, ottimista e sognatore) da trasformarsi in spettatori divertenti di mondi fantastici che non sanno come gestire.
La scrittura, insomma, c’è, sia in termini di costruzione delle storie, sia nell’ottica delle singole gag, sapendo che una serie come questa può risolvere qualunque potenziale punto morto con l’arrivo di una guest star o con un improvviso cambio di scenario.
Allo stesso tempo, in questa puntata c’è qualche problema di ritmo: soprattutto nei primi minuti, le battute arrivano un po’ lente, lasciando spazi di silenzio leggermente ma percettibilmente troppo lunghi. Sarà una suggestione data dal materiale di partenza, ma si ha quasi l’impressione che sia ancora una comicità che prevederebbe il pubblico in studio e le risate in sottofondo, anche se qui non possono esserci.

È un’impressione che nel corso dei minuti si fa meno pressante, ma che lascia il dubbio che Stuart Fails to Save the Universe abbia capito come rivitalizzare un franchise altrimenti defunto (pur con tutti gli onori), non riuscendo però a scollarsi di dosso certe dinamiche e certi ritmi da tv generalista, che qui vanno sgrossati e rifiniti, perché siamo da tutt’altra parte.
Il giudizio non può dunque essere definitivo, però vi confesso che la quantità di cose che si possono fare con questa storia e questi personaggi è così enorme, che mi viene da darle fiducia per capire cosa sapranno e vorranno inventarsi, e chi potrà presentarsi dal nulla e in quale forma (perché sì, una serie del genere deve anche saper titillare un po’ di nostalgia). D’altronde è stato lo stesso Chuck Lorre a dichiarare che per lui, sovrano della sitcom multicamera contemporanea, questa serie è anche un tentativo di uscire dalla sua comfort zone, per spingersi in terroritori inesplorati: il fallimento è potenzialmente dietro l’angolo, ma tocca apprezzare e sostenere la voglia di sperimentare.
E poi oh, c’è un piccolo dato non troppo oggettivo ma comunque conta: a me Stuart è sempre piaciuto e credo che Kevin Sussman sia nato per interpretarlo.
Perché seguire Stuart Fails to Save the Universe: l’idea alla base dello spinoff è ottima, le possibilità narrative letteralmente infinite.
Perché mollare Stuart Fails to Save the Universe: in termini puramente comici, il pilot poteva essere più ficcante e ritmato.

Vabbè ma cosa ve lo dico a fare? In fondo alla recensione di una serie di fantascienza, torno a proporvi la mia fantascienza, che è meno comica di quella di HBO MAX, ma anche più avventurosa e appassionante (cioè, in teoria, poi mica è detto).
La trovate in ebook e cartaceo a questo link, dopo che in settimana ho saputo che un paio di persone ci hanno fatto un audiolibro usando l’intelligenza artificiale. Non garantisco nulla sul risultato, ma mi piace che la gente sperimenti.

