4 Agosto 2026

Cape Fear finale – Fra citazionismo e guilty pleasure di Diego Castelli

Facciamo un bilancio definitivo della serie prodotta da Martin Scorsese, riconoscendone qualche limite di troppo, ma anche un certa forza bruta molto estiva

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Quando avevamo parlato del primo episodio di Cape Fear, la serie di Apple TV prodotta da Martin Scorsese e tratta da un romanzo e due film precedenti che raccontavano più o meno la stessa storia, l’avevamo preso come spunto per riflettere sul concetto di remake, di adattamento, di manipolazione di una storia per farla evolvere attraverso epoche e stili diversi.

Dieci settimane dopo, Cape Fear ha reso un po’ meno di ciò che prometteva, in termini di profondità di scrittura e di riflessione, ma è riuscita a trasformarsi in una specie di guilty pleasure estivo pieno di scene madri e violenza, sostenuto da un attore abbastanza bravo da recitare sempre sopra le righe senza stonare, e comunque capace di portare avanti quel discorso fra attualizzazione e nostalgia di cui parlavamo all’inizio.

DA QUI IN POI, SPOILER SU TUTTA LA STAGIONE

Per spiegare in che senso Cape Fear è arrivata col fiato corto alla fine della sua corsa, si possono citare sia l’articolazione della trama in sé e per sé, sia l’evoluzione dei personaggi in rapporto alle premesse.

Prima di tutto, quella di Cape Fear è una narrazione non proprio solidissima, con varie forzature usate per amor di twist, con un cattivo che riesce fin troppo e per troppo tempo a passare per buono, con singole scelte pensate per arrivare rapidamente dove si vuole arrivare, senza troppa cura per la verosimiglianza (nel finale, per esempio, Anna riesce a far arrestare Max Cady, ma lui si libera nel giro di tre minuti perché dai, abbiamo bisogno che lo faccia; poi, quando la polizia lo cerca in casa di Anna e Tom, lui si è nascosto sul tetto, addirittura in piedi sotto la pioggia in posa da figaccione).

Se all’inizio si poteva perfino essere in dubbio sul fatto che Cady fosse un cattivo vero, o quanto meno si poteva immaginare che Anna e Tom si portassero dietro una parte importante di colpa, il finale ci rivela che sì, Anna ha mandato Cady in galera perché aveva paura di lui, venendo meno ai suoi doveri di avvocato, ma a conti fatti Max è un cattivo vero, un pazzo fuori di testa, e le colpe di Anna e Tom diventano veramente ben poca cosa.
Per certi versi, è un ritorno alle origini, a quando Cady (nei due film precedenti) era un cattivo senza se e senza ma, ma la sceneggiatura dei primi episodi della Cape Fear seriale sembrava promettere una diversa ambiguità in questa versione, che invece si scopre essere soprattutto fumo negli occhi, perché ci viene proprio difficile provare reale compassione per Cady.

È insomma una serie che sembrava voler proporre una scrittura più stratificata e moderna, e che invece si è persa in qualche lungaggine e in una polarizzazione molto facile, molto di pancia, ma che tradisce qualche promessa iniziale.

Poi certo, quella polarizzazione comunque funziona. Nel finale, quando ormai la malvagità di Cady è fuori discussione, possiamo prendere i popcorn e goderci lo spettacolo morboso e truculento di lui che uccide la sorella (interpretata da quella Juliette Lewis che nel film di Scorsese era la figlia dell’avvocato protagonista), il figlio (senza ancora sapere che lo è) e il padre (il mitico Ron Perlman), che addirittura viene bruciato vivo in una gabbia.

Anche tutta la scena successiva, in cui Cady organizza una specie di bizzarro tribunale in casa di Anna e Tom, si regge sull’istrionicità di Javier Bardem e sulla forza di alcune rivelazioni (come il fatto che Luke fosse effettivamente figlio di Max, ma non di Crystal, evitando quindi l’incesto ma non l’ammazzamento della prole), ma resta una scena molto teatrale, e nemmeno riuscitissima in termini di pura azione, con una colluttazione che finisce abbastanza banalmente in piscina, dove Cady ha la peggio contro i due coniugi.
Una reazione positiva o negativa su questa sequenza dipende molto da quanto siamo stati in grado di accettare e assorbire, nel corso delle settimane, un certo gusto per l’eccesso e l’esagerazione: se l’abbiamo accettato, è un momento forte e intenso, altrimenti scivola troppo nel grottesco.

Sul fronte dell’approccio prettamente audiovisivo, Cape Fear sceglie perfino più nostalgia di quello che avevamo visto all’inizio, arrivando a qualche scelta molto consapevole, ma potenzialmente divisiva.
Il film di Scorsese è richiamato spesso sia dalla colonna sonora molto vintage, sia da uno stile di ripresa in cui certe specifiche scelte (come l’uso degli zoom sui volti dei personaggi in momenti di grande pathos) fanno parte di una grammatica ormai ampiamente passata di moda, ma che qui vuole essere rispettosa di un certo passato glorioso.

Un approccio che, talvolta, impone di pagare un prezzo, o quanto meno prendersi un rischio: nel finale, quando Cady salta dal tetto alla camera di Zach, c’è un momento di cinema nemmeno anni Novanta, ma forse anni Quaranta: una luce innaturale e molto decisa sul volto di Cady, e poi un balzo non esattamente realistico verso la finestra. Il pubblico più smaliziato ci vede un chiaro omaggio a certo cinema che fu, e il tentativo di inserire anche questo Max Cady in un empireo di cattivi quasi mitologici del cinema. Spettatori più ingenui o semplicemente più rilassati (perché la vita quotidiana può essere sfibrante), di fronte a una scena del genere vengono inevitabilmente disturbati da un senso di finto, di sbagliato, e quindi di non particolarmente emozionante.

Stesso discorso per l’ultimissima inquadratura della miniserie: Anna e la sua famiglia sono ormai liberi e possono godersi un barbecue in santa pace, ma un elemento di disagio attraversa la protagonista, spingendola a guardarsi le spalle mentre l’immagine ribalta la cromia per trasmettere un senso di pericolo e di straniamento. L’idea, per stessa spiegazione del creatore Nick Antosca, è quella di trasmettere un senso di “niente sarà come prima”, nella misura in cui la famiglia Bowden, nonostante la sconfitta del proprio nemico, ne ha passate troppe per tornare a una vera serenità. D’accordo, era abbastanza chiaro, ma lo strumento scelto per trasmettere questo disagio è così “vecchio” da sembrare appiccicato a forza, se non addirittura come un segnale di una storia non conclusa, come in realtà è. Forse sarebbe bastato fermarsi sul sorriso mozzato di Anna, che riesce a divertirsi solo per qualche istante, prima di tornare ai pensieri foschi.

Chiaro però che parliamo di pregi e difetti diversi: il fatto che la sceneggiatura fatichi a tenere salde le redini da lei stessa afferrate a inizio stagione, è un problema più vistoso e difficilmente eludibile, mentre le scelte di stile visivo sono palesemente più consapevoli, e si prendono il rischio di non piacere pur di rimanere davvero autoriali: hanno decisamente più senso.

Nel complesso, come accennato, Cape Fear non riesce a tenere sempre la barra dritta, si perde in deviazioni e incongruenze zoppicanti, e prende scorciatoie troppo vistose. Però piazza anche dei colpi forti, riesce comunque a costruire tensioni genuine (come quando Max, nel penultimo episodio, è riuscito a dividere tutta la famiglia avversaria e mandarne in prigione tre su quattro) e in una sfida attoriale tutta vinta da Javier Bardem (Amy Adams non riesce a tenergli testa) costruisce effettivamente un villain seriale che, con tutti i limiti, potremmo ricordarci a lungo.

Poteva uscirne una miniserie più spessa e robusta, e questo è un peccato. Però se la guardiamo come guilty pleasure estivo, come drammone violentone caricato a pallettoni, da spararsi mentre mangi la pizza, beh, in questo caso il suo porco lavoro lo fa lo stesso.



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