Alley Cats – Su Netflix l’animazione gattara firmata Ricky Gervais di Diego Castelli
In questo agosto di poche serie, alcune piazzate in modo tattico così da perderle di vista mentre eravamo al mare, in montagna, o semplicemente preda di un meritato torpore vacanziero, usiamo questi ultimi giorni prima della nuova stagione per mettere la spunta su alcuni prodotti che, pur nel loro piccolo, non dovrebbero passare sotto silenzio.
Uno di questi è Alley Cats, serie animata per adulti di Netflix che attira l’attenzione del pubblico primariamente per essere stata creata da Ricky Gervais, già comico di fama internazionale, creatore originale di The Office, recentemente padre di After Life, e insomma il geniaccio che conosciamo, e che in questa sua prima fatica animata doppia anche il protagonista.
Ma al netto della fama del suo creatore, Alley Cats è anche particolare in sé e per sé, abbastanza da farci dire “ah, diversa dal solito”.

Come titolo suggerisce, i protagonisti di Alley Cats sono una banda di gatti randagi capitanati dal pingue e pigrissimo Gus (con la voce di Gervais), nelle cui fila figura anche il domesticatissimo (nonché castrato) Rupert, e che vedono la loro vita stravolta dall’arrivo di Kitten, una gattina smarrita che cerca la strada di casa. Nel cast, giusto per dircelo, figura anche Diane Morgan, la mitica Philomena Cunk di Cunk on Earth, qui nei panni della sorellastra di Gus.
La trama vede i randagi impegnati in lunghe discussioni sonnolente davanti al televisore, intervallate da tentativi di aiutare Kitten a ritrovare la via di casa, con piccole deviazioni personali come la sottotrama che riguarda la vecchia madre malata di Gus, che è in qualche modo il punto debole di un gatto altrimenti cinico e menefreghista, un po’ come da personaggio classico di Ricky Gervais.

La serie lavora in modo abbastanza peculiare sulla sua parte comica. Se pensiamo alle comedy animate che abbiamo visto negli ultimi anni sulle piattaforme (alcune diventate iconiche tipo Rick and Morty, altre rimaste in un limbo di medietà facilmente dimenticabile), nella marggior parte dei casi ci troviamo di fronte a storie piene di eventi e di ritmo, magari sostenute da un livello produttivo tale per cui vediamo la i disegni al computer mescolarsi con quelli a mano, in una continua ricerca di tante gag, tante situazioni, tanti personaggi, tutto quello che si può fare per non annoiare gli spettatori.
Poi questa cosa si può fare meglio o peggio, ma ci siamo capiti sull’approccio.
Alley Cats è molto diversa. Intanto è una serie costruita con pochi soldi, in cui di movimento ce n’è poco, e molte inquadrature vengono riprese e riutilizzate di continuo, come quelle in cui i gatti sono stravaccati sul divano davanti al televisore nella loro “base”.
Ma poi è proprio diverso lo spirito comico: girata con gli attori che recitavano insieme, e potevano improvvisare, più che con le classiche sessioni di doppiaggio individuale o quasi, Alley Cats presenta scene lunghe e del tutto consapevoli in cui i gatti semplicemente parlano fra di loro degli argomenti più vari, partendo magari da spunti piccoli e del tutto casuali, e arrivando poi a creative elucubrazioni sulla natura umana e felina.
La satira di Gervais consiste dunque nel dare al punto di vista non umano dei gatti la possibilità di pontificare sulle abitudini dei loro teorici padroni, in numerosi crescendo fatti di sempre maggiore follia e volgarità, senza mai arrivare troppo “oltre”, ma concedendo ai protagonisti la possibilità di un tono caustico, irriverente, pigramente sboccato, come se si trattasse di amiconi mezzi ubriachi una domenica pomeriggio.

Accanto a questa impronta comica, così diversa da quella di altre serie animate molto più mosse, c’è però anche un’altra anima importantissima, che per ammissione dello stesso Gervais all’inizio non era nemmeno prevista, e si è poi infilata quasi naturalmente nel racconto.
Parliamo della componente potremmo dire sentimentale, pucciosa, a tratti perfino commovente. Nel rapporto con Kitten e con la madre, Gus scivola dal ruolo dello svogliato fancazzista a quello del burbero di buon cuore, che capisce la differenza fra le chiacchiere da bar (non c’è il bar, ma ci siamo capiti) e le cose importanti della vita.
È un’aggiunta fondamentale, non tanto perché la commedia becerotta debba obbligatoriamente essere bilanciata dal drama per avere valore (se fatta bene, la commedia becerotta può stare benissimo da sola), ma perché in una storia di randagismo, di individualità menefreghiste che sembrano fare eco a certi isolazionismi umani contemporanei, l’inserimento del tema della comunità, della condivisione, dell’umanità dei personaggi (anche se sono gatti), permette alla narrazione di fare un delicato ma efficacissimo salto di qualità, verso uno spessore ben maggiore.

A ben pensarci, è la stessa cosa che è successa con After Life, e che permette di guardare con più facilità al dietro le quinte della figura di Ricky Gervais. Negli ultimi anni, specie con i suoi spettacoli di stand up comedy che si possono trovare anche sulla stessa Netflix, Gervais si è costruito un’immagine di alfiere della libertà di espressione, che spesso provoca appositamente il bacchettonismo di ritorno di certo wokismo estremo, in nome della possibilità di scherzare di tutto e su tutto.
In questo percorso decisamente furbo, Gervais si è effettivamente attirato una certa quantità di critiche da chi lo vede come un vecchio trombone che, nascondendosi dietro la libertà di parola, pretende di poter continuare a fare battute ora razziste, ora transfobiche ecc.
Possiamo pensarla come vogliamo sulla qualità o opportunità di quella comicità, ma sono proprio serie come After Life e Alley Cats a mostrarci come Gervais sia ben più consapevole e furbacchione di quanto pensino alcuni. L’uomo che sale sul palco con l’idea di far incazzare più gente possibile, è lo stesso che poi scrive e interpreta una commedia gattara (lui che è fervente animalista) in cui è facilmente trovarsi a trattenere le lacrime, in virtù di una sensibilità emotiva molto basica ma estremamente efficace, di cui non crederesti capace l’animale da palco di cui sopra.
Qual è il vero Gervais? E qual è quello che “ci frega”? Il primo, il secondo, nessuno dei due, tutti e due, chissà.

In definitiva, Alley Cats è una serie consigliata. non perché sia un capolavoro fatto e finito o una nuova pietra di paragone per l’animazione. Se tutte le serie animate diventassero così, specie da un punto di vista produttivo, dovremmo considerarlo un complessivo passo indietro.
Ma è una serie che ha un’anima e uno stile preciso, sia in termini comici che emotivi, e che quindi passa come qualcosa di originale e fresco. E comunque dannatamente divertente, perché questi scalcagnati felini sono capaci di elucubrazioni così fuori di testa, da farti rimanere col sorriso stampato ma pure una strana, piacevole indecisione su cosa diavolo hai appena ascoltato.
Perché seguire Alley Cats: una comedy animata diversa dal solito per struttura, stile comico, ed equilibrio fra volgarotto e commovente.
Perché mollare Alley Cats: è pur sempre uno show di gatti che parlano e si muovono molto poco.

Volete sapere dove non c’è nemmeno un gatto? O meglio, se ne parla a un certo punto, ma niente di serio?
Ma nel mio romanzo sci-fantasy Void, che tu non hai ancora comprato non si sa bene per quale motivo, nonostante lo sforzo di promozione che ci sto mettendo e che, giorno dopo giorno, mi fa perdere sempre un pezzettino in più di dignità.
Ma tu niente, inflessibile.
Ma dai che lo so che hai un cuore buono. Pigliati sto link va.

