Emmy Awards 2026 – Premi e commenti di Diego Castelli
Ma scusate, di solito la serata degli Emmy non era di domenica?
Boh, mi sarò perso qualcosa.
Ciao, sono Diego Castelli, il vostro impreparato serialminder di quartiere, che dovrebbe essere qui a spiegarvi le cose, e poi non conosce le più basilari.
Però di serie tv ne guarda, e parecchie (forse dovrei smettere di parlare in terza persona) e quindi c’è sempre fermento quando si arriva ai premi Emmy, gli oscar della tv, i riconoscimenti più importanti a cui possa ambire chi la serialità televisiva la concepisce, la gira, la interpreta.
Allora vediamo com’è andata quest’anno, e sicuramente ne riparleremo anche nella prossima puntata di Salta Intro, il podcast che esce tutti i venerdì sulle principali piattaforme, e che non mancherà nemmeno fra tre giorni.
Di fatto il riassunto si fa in fretta: trionfa Widow’s Bay, trionfa The Pitt, grossi risultati anche per DTF St. Louis. Ma il vero vincitore della serata ha un nome e un cognome: Matthew Rhys.

Miglior serie commedia
Widow’s Bay, Apple TV
Hacks, HBO Max
Abbott Elementary, ABC
The Bear, FX
Margo’s Got Money Trouble, Apple TV
Nobody Wants This, Netflix
Shrinking, Apple TV
Only Murders in the Building, Hulu
Era la grande favorita della vigilia, e non ha deluso, portandosi a casa tanti premi, tutti importanti. Era anche l’unica serie al debutto insieme a Margo’s Got Money Trouble, segno che è stata capace di stupire e conquistare così, de botto.
Miglior serie drammatica
The Pitt, HBO Max
The Diplomat, Netflix
The Gilded Age, HBO
A Knight of the Seven Kingdoms, HBO
Paradise, Hulu
Pluribus, Apple TV
Slow Horses, Apple TV
Task, HBO
Your Friends and Neighbors, Apple TV
Questo è un premio che divide, perché se è vero che The Pitt è una grande serie (e lo è), siamo già al punto che la sua vittoria viene data un po’ troppo per scontata, come se non ci fosse nemmeno da discutere. Invece secondo me da discutere ce n’era, perché le prime stagioni di Pluribus e di A Knight of the Seven Kingdoms sono superiori alla seconda di The Pitt. Secondo me eh, ma voi state leggendo questo articolo, non un altro.
Miglior miniserie, serie antologica o film per la televisione
DTF St. Louis, HBO
All Her Fault, Peacock
The Beast in Me, Netflix
The Beef, Netflix
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, FX
Qui forse c’era poco da dire, considerando le altre candidate. DTF St. Louis ha stupito per inventiva, originalità, bravura dei suoi protagonisti, delicatezza e umanità dei temi trattati. C’era poca storia.
Miglior attore protagonista in una serie commedia
Matthew Rhys per Widow’s Bay, (Apple TV)
Yahya Abdul-Mateen II per Wonder Man, (Disney+)
Steve Carell per Rooster, (HBO)
Jason Segel per Shrinking, (Apple TV)
Martin Short per Only Murders in the Building, (Hulu)
Eccolo qui, il nostro Matthew, pronto a fare la storia. Mai nessuno aveva vinto il premio come migliore attore protagonista lo stesso anno con due serie diverse, e mai nessuno, nella sua carriera, aveva vinto tutte e tre le statuette disponibili come miglior attore protagonista (quest’anno sono arrivate per comedy e miniserie, mentre con The Americans era arrivata la statuetta per le serie drammatiche).
Considerando che è un attore fantastico e una personcina adorabile, siamo felicissimi.
Miglior attrice protagonista in una serie commedia
Jean Smart per Hacks, (HBO Max)
Quinta Brunson per Abbott Elementary, (ABC)
Ayo Edebiri per The Bear, (FX)
Elle Fanning per Margo’s Got Money trouble, (Apple TV)
Lisa Kudrow per The Comeback, (HBO)
E visto che parliamo di vittorie da record, arriviamo a Jean Smart, che ha vinto il premio come miglior attrice protagonista di una comedy per tutte le stagioni di Hacks. Non sono state vittorie consecutive solo perché Hacks ha saltato il 2023, ma per il resto siamo ormai nell’Olimpo. Non è sicuramente il record come maggior numero di vittorie nella categoria (tanto per dirne una, Julia Louis Dreyfus vinse sei Emmy per Veep), ma credo sia la prima volta che un’attrice vince la statuetta per ogni singola stagione di una serie. Ma potrei sbagliarmi, chissà.
Miglior attore protagonista in una serie drammatica
Noah Wyle per The Pitt, (HBO Max)
Sterling K. Brown per Paradise, (Hulu)
Gary Oldman per Slow Horses, (Apple TV)
Mark Ruffalo per Task, (HBO)
Rufus Sewell per The Diplomat, (Netflix)
Stesso discorso di prima, con Noah Wyle che ormai parte favorito di default, anche se pure in questo caso la concorrenza era piuttosto agguerrita. Poi per carità, io ci sono cresciuto con quel tizio lì, va benissimo, ma sicuri che non lo meritassero anche Brown o Gary Oldman?
Miglior attrice protagonista in una serie drammatica
Rhea Seehorn per Pluribus, (Apple TV)
Carrie Coon per The Gilded Age, (HBO)
Chase Infiniti per The Testaments, (Hulu)
Keri Russell per The Diplomat, (Netflix)
Zendaya per Euphoria, (HBO)
Sapete bene quanto abbia amato la prima stagione di Pluribus, che per me poteva anche vincere di più (cioè, la preferisco a Widow’s Bay, giusto per essere chiari). In mancanza d’altro, però, il premio a Rhea Seehorn è graditissimo e più che meritato, anche se avevo paura di Zendaya, fosse solo per la sua potenza mediatica. Ma bene così.
Miglior attore protagonista in una miniserie, serie antologica o film per la televisione
Matthew Rhys per The Beast in Me, (Netflix)
Oscar Isaac per Beef, (Netflix)
Riz Ahmed per Bait: Fuori parte, (Prime Video)
Jason Bateman per Black Rabbit, (Netflix)
Charlie Hunnam per Monster: La storia di Ed Gein, (Netflix)
Ed ecco la seconda statuetta di Rhys, non per forza scontata (The Beast in Me, in generale, è stata una buona miniserie, ma senza esagerare), ma a conti fatti meritata pure questa, anche se sicuramente Charlie Hunnam ci sperava più di altri.
Miglior attrice protagonista in una miniserie, serie antologica o film per la televisione
Sally Field per Remarkably Bright Creatures, (Netflix)
Carey Mulligan per Beef, (Netflix)
Sarah Snook per All Her Fault, (Peacock)
Claire Danes per The Beast in Me, (Netflix)
Sarah Pidgeon per Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, (FX)
Ecco, qui invece devo manifestare ignoranza perché non ho visto Remarkably Bright Creatures, che d’altronde è l’unico tv movie della griglia. Vigliacchi, ma non lo sapete che questo posto si chiama SERIAL Minds? Certo che però la Sarah Snook di All Her Fault è stata proprio brava, un po’ mi spiace.
Miglior attore non protagonista in una serie commedia
Stephen Root per Widow’s Bay, (Apple TV)
Colman Domingo per The Four Seasons, (Netflix)
Paul W. Downs per Hacks, (HBO Max)
Harrison Ford per Shrinking, (Apple TV)
Nick Offerman per Margo ha problemi di soldi, (Apple TV)
Michael Urie per Shrinking, (Apple TV)
Tyler James Williams per Abbott Elementary, (ABC)
Widow’s Bay si è portata a casa anche i premi per i migliori attori non protagonisti, e bisogna dire che il misto di commedia, horror e drama ha dato modo a Root e Kate O’Flynn di dare il meglio di loro, che gli vuoi dire?
Poi certo, se avesse vinto Nick Offerman non mi sarei certo dispiaciuto, ma per me Nick Offerman può vincere anche i pupazzetti alle sagre di paese.
Miglior attrice non protagonista in una serie commedia
Kate O’Flynn per Widow’s Bay, (Apple TV)
Dale Dickey per Widow’s Bay, (Apple TV)
Hannah Einbinder per Hacks, (HBO Max)
Janelle James per Abbott Elementary, (ABC)
Michelle Pfeiffer per Margo’s Got Money Trouble, (Apple TV)
Megan Stalter per Hacks, (HBO Max)
Jessica Williams per Shrinking, (Apple TV)
Come sopra, con tutto che qui Hannah Einbinder sperava probabilmente di fare l’accoppiata con Jean Smart. Ma in generale era una categoria ricca, perché quello di Michelle Pfeiffer è un grande ritorno, e Megan Stalter (sempre di Hacks) ce la ricorderemo vita natural durante.
Miglior attore non protagonista in una serie drammatica
Tom Pelphrey per Task, (HBO)
Patrick Ball per The Pitt, (HBO Max)
Billy Crudup per The Morning Show, (Apple TV)
Shawn Hatosy per The Pitt, (HBO Max)
Gerran Howell per The Pitt, (HBO Max)
Jack Lowden per Slow Horses, (Apple TV)
Carlos Manuel Vesga per Pluribus, (Apple TV)
Questo è stato un premio meno scontato, perché Task è piaciuta, sì, ma c’era lo sbarramento di fuoco di The Pitt, e c’era anche Jack Lowden, di cui si è molto parlato recentemente come possibile nuovo James Bond. Insomma, era facile farsi distrarre. E invece la spunta un Tom Pelphrey comunque intenso e meritevole.
Miglior attrice non protagonista in una serie drammatica
Allison Janney per The Diplomat ( Netflix)
Katherine LaNasa per The Pitt, (HBO Max)
Taylor Dearden per The Pitt, (HBO Max)
Fiona Dourif per The Pitt, (HBO Max)
Sepideh Moafi per The Pitt, (HBO Max)
Julianne Nicholson per Paradise, (Hulu)
Karolina Wydra per Pluribus, (Apple TV)
Per Serial Minds Allison Janney è un po’ come Noah Wyle o Nick Offerman: è stata co-protagonista di una tale pietra miliare (ovvero The West Wing) che le garantirà amore sempiterno. E tutto sommato è un premio ragionevole, pur non scontato, che fa mangiare le mani alle ben quattro candidate per The Pitt. Ma ci sarà tempo ragazze, Janney è una veterana.
Miglior attore non protagonista in una miniserie, serie antologica o film per la televisione
David Harbour per DTF St. Louis, (HBO)
Jason Bateman per DTF St. Louis, (HBO)
Richard Gadd per Half Man, (HBO)
Richard Jenkins per DTF St. Louis, (HBO)
Charles Melton per Lo scontro, (Netflix)
Nick Offerman per Death by Lightning, (Netflix)
In questa categoria c’erano ben tre attori di DTF St. Louis, che sul casting ha fatto veramente un lavoro straordinario. E la vittoria di David Harbour ci sta tutta, per un personaggio veramente potentissimo, anche se la concorrenza era davvero davvero agguerrita, perché oltre al già citato Nick Offerman e al compagno di set Jason Bateman, c’era pure il debordante Richard Gadd di Half Man. Insomma, un premio difficile da vincere, bravo David.
Miglior attrice non protagonista in una miniserie, serie antologica o film per la televisione
Linda Cardellini per DTF St. Louis, (HBO)
Dakota Fanning per All Her Fault, (Peacock)
Laurie Metcalf per Monster: La storia di Ed Gein, (Netflix)
Joy Sunday per DTF St. Louis, (HBO)
Youn Yuh-jung per Beef, (Netflix)
Constance Zimmer per Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, (FX)
E DTF si porta a casa anche la miglior attrice non protagonista, in una categoria forse meno combattuta di quella maschile. Se avessi dovuto sceglierne un’altra, avrei puntato su Laurie Metcalf, altra veterana televisiva sempre bravissima, ma in fondo siamo contenti così.
Miglior regia in una serie commedia
Widow’s Bay per l’episodio Benvenuti a Widow’s Bay di Hiro Murai
Hacks per l’episodio Hacks di Lucia Aniello
Abbott Elementary per l’episodio La Partita di Randall Einhorn
The Bear per l’episodio I Bear di Christopher Storer
The Chair Company per l’episodio Life goes by too fking fast, it really does di Andrew DeYoung (HBO)
The Ms. Pat Show per l’episodio Give it Arrest di Mary Lou Belli (BET+)
A riprova della sua solidità complessiva, Widow’s Bay vince anche il premio per la miglior regia con il pilot diretto da Hiro Murai. D’altronde ci avevamo messo poco per capire che eravamo di fronte a qualcosa di diverso dal solito.
Miglior regia in una serie drammatica
Slow Horses per l’episodio Cicatrici di Saul Metzstein
The Pitt per l’episodio Sesta ora 12:00-13:00 di Noah Wyle
Pluribus per l’episodio Noi siamo Noi di Vince Gilligan
The Gilded Age per l’episodio La decisione è presa di Salli Richardson
Paradise per l’episodio Esodo di Hanelle Culpepper
Task per l’episodio Ben oltre le idee di giusto e sbagliato, c’è un fiume di Salli Richardson
Un po’ meno scontato questo premio per Slow Horses, una serie che tutti adorano ma che dà l’impressione di aver vinto meno di quello che poteva finora. Qui c’era una concorrenza fortissima, fra la solita The Pitt, Pluribus e Paradise, tutte serie molto attente alla loro componente visiva. Ma i ronzini questa volta hanno prevalso.
Miglior regia in una miniserie, serie antologica o film per la televisione
DTF St. Louis di Steve Conrad
Black Rabbit per l’episodio I Black Rabbit di Jason Bateman
Beef per l’episodio Resterà così e tu obbedirai di Jake Schreier
Beef per l’episodio Oh, Il comfort, l’indescrivibile comfort di Lee Sung Jin
Onestamente qui c’era poco gioco, viste le nomination. Troppo d’impatto DTF per farsi fregare da serie che sono passate rapidamente in secondo piano.
Miglior sceneggiatura in una serie commedia
Widow’s Bay per l’episodio Benvenuti a Widow’s Bay ! di Katie Dippold
Hacks per l’episodio Hacks di Lucia Aniello, Paul W. Downs e Jen Statsky
Abbott Elementary per l’episodio Team Building di Quinta Brunson
The Chair Company per l’episodio Life goes by too f**king fast, it really does di Tim Robinson e Zach Kanin (HBO)
The Comeback per l’episodio Valerie pensa a tutto di Michael Patrick King e Lisa Kudrow (HBO)
Jury Duty Presents: La gita aziendale per l’episodio Fusioni e acquisizioni di Anthony King (Prime Video)
Lo stesso episodio con cui Widow’s Bay ha vinto per la regia, si porta a casa il premio per la sceneggiatura. E capite bene che se un episodio vince per ciò che si vede e ciò che si impara, mentre gli attori coinvolti vincono quasi tutti l’Emmy per le loro interpretazioni, beh, vuol dire che la serie ha spaccato proprio.
Miglior sceneggiatura in una serie drammatica
Pluribus per l’episodio Noi siamo Noi di Vince Gilligan
Slow Horses per l’episodio Cicatrici di Will Smith
The Diplomat per l’episodio Amagansett di Peter Akerman e Debora Cahn
The Pitt per l’episodio Sesta ora 12:00-13:00 di Valerie Chu
The Pitt per l’episodio Settima ora 13.00-14:00 di Kirsten Pierre-Greyfman e R. Scott Gemmill
Task per l’episodio Una flebile piccola voce di Brad Ingelsby
Secondo, meritatissimo Emmy per Pluribus, che forse forse può perdere per la regia, però che diamine, un premio per la scrittura bisogna darglielo, perché nessuna delle altre serie nominate può mettere sul piatto la stessa creatività e immaginazione.
Miglior sceneggiatura in una miniserie, serie antologica o film per la televisione
DTF St. Louis di Steve Conrad
All Her Fault per l’episodio Episodio 8 di Megan Gallagher
Beef per l’episodio Tutte le cose che non avremo mai di Lee Sung-Jin
The Beast in Me per l’episodio Inumano di Gabe Rotter e Daniel Pearle
Death by Lightning di Mike Makowsky (Netflix)
Per DTF vale più o meno lo stesso discorso di Pluribus. Troppo originale la serie in sé, a partire dal suo concept, per non lasciare un segno in chi deve decidere qual è la miniserie meglio scritta. Non che le altre non funzionino a dovere, ma qui siamo proprio un gradino sopra, il gradino della memorabilità.
