23 Maggio 2019 16 commenti

The Big Bang Theory series finale – Un dolce saluto per pochi (ma buoni) amici di Diego Castelli

Tutti a parlare di Game of Thrones, ma pochi giorni fa si è chiusa un’altra era

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Per un serialminder di vecchia data, l’atmosfera di questi giorni è molto strana.
Da una parte c’è un finale, quello di Game of Thrones, visto più o meno in contemporanea da molti milioni di persone sparse in tutto il mondo, e diventato rapidamente oggetto di accesi dibattiti, aspre critiche, accorate difese. Una battaglia social, combattuta a colpi di post e meme, che impegna i fan (o gli ex tali) da giorni, e da cui usciremo solo fra un po’.
I motivi di quel dibattito non sono oggetto di questo articolo, ma conta sottolinearne giusto uno: alla base della baruffe c’è un dato apparentemente insignificante ma decisivo, cioè il fatto che il finale di Game of Thrones è stato seguito anche da chi ormai da un paio d’anni non apprezzava più la serie. Un po’ perché volevano semplicemente vedere come andava a finire, un po’ perché il chiacchiericcio telematico era troppo ghiotto per sottrarsene. La compresenza di estimatori e detrattori, tutti riuniti intorno allo schermo, ha fatto esplodere le polveri della polemica facebookiana (e twitteriana, instragrammica, ecc ecc).

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E poi c’è The Big Bang Theory.
Anche The Big Bang Theory è finita, settimana scorsa, ed è strano inquadrare l’evento in relazione all’altro (ben più) atteso finale di questi giorni, ma trovo sia necessario per descrivere due modi diversi di vivere e giudicare la serialità.
Partiamo da una considerazione: The Big Bang Theory è una serie niente meno che epocale. Proprio nel senso che “ha fatto epoca”. Oggi magari si fa fatica a ricordarlo con precisione, ma nei suoi primi anni di vita The Big Bang Theory era oggetto di un culto totale e di un amore viscerale che attraversava cinque continenti. Non c’era serialminder che non desiderasse una maglietta o una tazza con scritto “Bazinga”, ma a essere condiviso era soprattutto un mood, un passaggio culturale: debuttata 5-6 mesi prima dell’arrivo di Iron Man, primo mattone del Marvel Cinematic Universe, The Big Bang Theory metteva in piedi un’operazione semplicissima ma destinata a un successo mediaticamente trasversale: lo sdoganamento della figura del nerd.

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E intendiamoci, non è che prima non fossero mai esistiti film sui supereroi, o dedicati specificamente a quei ragazzi e ragazze che, dagli anni Ottanta in poi, sguazzavano nel loro stagno di disagio sociale fatto di giochi di ruolo, videogames e fumetti. Ma l’intento di The Big Bang Theory, in onda sulla generalistissima CBS, era proprio quello di prendere quei personaggi e farli uscire dallo stagno.
Il “come” era semplice e tutto sommato classico: prendendo due coinquilini sfigati e perennemente single, e facendo trasferire di fronte a loro la biondona super-gnocca e un po’ oca, per la quale uno dei due avrebbe subito perso la testa.
Mettendo insieme concept, posizione in palinsesto, stile di comicità, The Big Bang Theory lanciava un messaggio forte e chiaro: alle porte del 2010, il classico mondo dei nerd può (e forse deve) diventare finalmente protagonista, e non più spalla o prodotto residuale per pochi intimi.

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Sarà stato il tempismo, l’alchimia fra i personaggi, quello che volete, fatto sta che The Big Bang Theory divenne presto il simbolo di una rivoluzione della cultura pop. I temi, i caratteri e gli stili cari al mondo nerd uscirono dall’armadio e diventarono oggetto dell’attenzione e dell’identificazione di tutti. Un cambiamento epocale che ha camminato di pari passo con l’evoluzione massiccia delle tecnologie di condivisione e dialogo in rete, e che naturalmente ha causato anche qualche reazione di rigetto: c’è sempre qualcuno più nerd di un altro, e il fatto di aver visto tutti i film della Marvel non ti rende nerd “doc” come chi ha letto anche venti o trent’anni di fumetti, e via dicendo.
Nel complesso, comunque, un nuovo paradigma, capitanato da un personaggio, Sheldon Cooper, che rappresentava l’estremizzazione di un certo tipo di nerd, e che si presentava insieme oggetto di ironia ma anche di affetto e simpatia.

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A un certo punto, poi, qualcosa si è rotto. O meglio, dopo qualche stagione The Big Bang Theory ha smesso di essere il riferimento centrale dei nuovi nerd, diventando solo un pezzo di un puzzle più vasto composto da tanti libri, film e serie tv. I motivi sono diversi, e vanno dalla moltiplicazione delle offerte concorrenti, a una scrittura che, specie nella stagioni centrali, sembrava aver perso un po’ di spinta e di freschezza, dopo i primi anni di “novità”.
In quel momento, per quanto The Big Bang Theory sia rimasta per tutta la sua esistenza una serie dai grandi ascolti, una buona fetta di spettatori e fan della prima ora ha abbandonato la serie, per non pensarci più. E questo, a fronte di quello che stiamo vedendo con Game of Thrones, è insieme un peccato, ma anche una fortuna.

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Un peccato perché, a mio giudizio, in molti hanno lasciato la serie per il motivo sbagliato. Intorno al 2011-2012, era facile leggere molte critiche del tipo “non è più come l’inizio, addirittura Howard si sposa, non sono più i nerd di una volta”, critiche che non consideravano come il senso profondo di The Big Bang Theory fosse esattamente quello: non prendere in giro i nerd, in una forma di neo-bullismo da scuola elementare di cui francamente non ci sarebbe stato bisogno. Al contratto, la sitcom puntava a sdoganare i nerd, a inserirli nel tessuto sociale complessivo, a dargli un posto che per certi versi potesse essere considerato “normale”, pur concendendo loro di mantenere le caratteristiche fondanti della loro identità.
Se Raj non avesse mai imparato a parlare con le donne, se Howard non avesse mai fatto l’astronauta e non si fosse mai sposato, se Leonard non avesse conquistao Penny e Sheldon non avesse trovato Amy, avremmo avuto una serie sempre uguale a se stessa che si limitava a prendere in giro dei ragazzi strambi e un po’ asociali. The Big Bang Theory, invece, ci ha mostrato la serena e semplice quotidianità di persone normalissime, semplicemente appassionate di argomenti un po’ di nicchia, a cui è stato concesso di trovare varie forme di felicità anche tradizionale, senza smettere di essere se stessi.
Questo è il messaggio di fondo della serie, nonché la base per l’evoluzione più importante fra tutte, cioè quella di Sheldon.

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Come detto, però, l’abbandono di parte del pubblico è anche una fortuna. Perché chi è rimasto, i fan duri e puri che non si sono scomposti di fronte a qualche scivolone e una certa “normalizzazione” dello show, hanno potuto godersi in santa pace un finale che non è stato probabilmente eccezionale, ma che gli ha fatto comunque venire il magone, senza che nessun hater passasse di lì a rompere le balle.
Perché sì, da un certo punto di vista il doppio finale di The Big Bang Theory è un po’ sotto tono. A parte qualche colpo di classe qui e là, come la comparsata di Sarah Michelle Gellar, i due episodi si limitano a portare a compimento la trama principale (legata al nobel per Sheldon e Amy) e ad aggiungere elementi in qualche misura attesi e previsti (come la gravidanza di Penny, buttata lì senza grande approfondimento circa i vecchi propositi della ragazza di non avere figli), senza però costruire quell’impalcatura di rimandi interni e autocitazioni che sarebbe stato lecito aspettarsi da una serie del genere. Nessuno dice mai Bazinga, non compaiono la madre di Sheldon o altri genitori (nonostante l’importanza della scena del nobel), perfino Stuart si vede solo in videochiamata. È mancato insomma quel senso di “riassunto” che forse molti speravano di trovare (con qualche lodevole eccezione, naturalmente, tipo la riparazione dell’ascensore).

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Allo stesso tempo, però, il finale di The Big Bang Theory ha piazzato una splendida scena finale, che da sola vale il prezzo di un biglietto che allunga una specie di mano metaforica che gli spettatori possono stringere. Dopo varie vicissitudini nell’avvicinamento alla premiazione per il nobel, i riflettori sono tutti per Sheldon, che si lancia in un discorso accorato e improvvisato in cui ringrazia gli amici di sempre per il supporto e la pazienza durante tutti questi anni.
È un discorso strappalacrime, forse perfino stucchevole, benché inframmezzato da qualche opportuna gag, ma il bello è che è giusto proprio per quello: dopo dodici anni di storie, e dopo che buona parte del pubblico se n’è andata, lasciando solo gli irriducibili, il finale di The Big Bang Theory ci ricorda più o meno consapevolmente una grande regola della lunga serialità televisiva, cioè il fatto che quando convinci milioni di persone a volerti bene, volerti bene sul serio, facendo sì che ti accompagnino per un lungo tratto della loro vita, importa relativamente che tu sia in grado di creare un enorme “botto” finale. Quello che conta, a quel punto, è che il saluto sia sincero, le lacrime reali (come voglio credere che lo fossero quelle degli attori), il lieto fine davvero pieno e completo.
Rimasti “da soli” a seguire il finale di The Big Bang Theory, non abbiamo nelle orecchie le critiche dei più cinici, che magari sarebbero pure giustificate, né dobbiamo preoccuparci troppo del fatto che la conclusione non sia necessariamente perfetta, o sorprendente. Ci interessa che abbiamo compiuto un lungo viaggio insieme a un gruppo di amici, e ora li lasciamo alle loro vite, sapendo che saranno felici anche senza di noi.
Non ci serve altro.



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