23 Maggio 2011 5 commenti

The Big Bang Theory: il duello! di La Redazione di Serial Minds

Ma The Big Bang Theory fa ancora ridere?

E’ una delle serie simbolo di questi anni e lo sarà ancora di più, visto che, con il recente rinnovo per due stagioni, raggiungerà almeno le sei annate di messa in onda, per un totale di oltre centoventi episodi.
Ma siamo sicuri che sia una buona notizia? Siamo sicuri che faccia ancora ridere?
Questi quesiti hanno spaccato la redazione di Serial Minds.
L’unico modo per affrontare questa frattura era un duello.
L’abbiamo fatto e ne è uscito il post più lungo nella storia di questo sito.
En garde.

Il fronte del sì, ovvero Diego Castelli



Di recente, il Villa ha cominciato a dare segni di insofferenza nei confronti di The Big Bang Theory. Quindi un post che consideravo piuttosto facile si è trasformato in un duello all’ultima parola. A dirla tutta, forse ricordate che io stesso ho sollevato qualche riflessione critica nei confronti della serie (precisamente qui) soprattutto a causa della mancanza di una linea romantica appassionante e realmente coinvolgente (alla Friends, o anche alla How I Met Your Mother) che desse una base emotivamente carica al susseguirsi di battute a sfondo nerd.

Ma siccome siamo in un duello, è inutile che mi metta a fare dei sofismi. Quindi difenderò a spada tratta quella che ritengo ancora una delle migliori sitcom in circolazione. The Big Bang Theory ha quasi fondato un genere a sè stante, la nerd-comedy, mettendo in primo piano tipologie di personaggi che altrove erano solo contorno. Ebbene, il primo obiettivo deve essere non allontanarsi da questo binario. L’unico modo per allontanarsene sarebbe modificare i protagonisti nel profondo, e questo farebbe semplicemente implodere la serie. Una certa fissità dei caratteri diventa dunque quasi imprescindibile, pur riconoscendo, talvolta, la necessità di non cadere nell’eccessiva ripetizione.

In questo senso, si potrebbe criticare l’eccessiva importanza data a Sheldon, che rimane uno dei personaggi più clamorosi ideati negli ultimi anni, ma che non può reggere lo show completamente da solo. In questo senso, però, e qui so di andare direttamente contro l’opinione del mio socio, trovo che l’ingresso dei personaggi femminili sia riuscito a dare una certa varietà d’azione che prima mancava. Amy, la Sheldon-femmina, è riuscita a intrattenere con la sua controparte maschile una relazione che più di una volta si è spinta verso una strana sessualità nella quale il nostro spilungone germofobico non si era mai trovato. Allo stesso tempo, Bernadette ha dato modo a Wolowitz (che forse è il mio personaggio preferito) di cimentarsi con una relazione seria, lui che faceva tanto il latin lover de noantri. E Priya, per quanto personaggio di per sé abbastanza piatto, è riuscita a smuovere un po’ le acque della relazione Penny-Leonard, che ormai si erano fin troppo calmate, fino all’inaspettato finale, che di certo non è cosa telefilmicamente “nuova”, ma che in una serie come questa lascia abbastanza di stucco.

Ma il vero campo di battaglia è un altro. E qui io e il Villa potremmo scannarci per ore senza arrivare da nessuna parte, perché è una questione troppo soggettiva.
Il fatto è questo: a mio giudizio, The Big Bang Theory continua a fare ridere. E pure tanto. Con alti e bassi, certo, ma continuando a inanellare una serie di trovate che non mi paiono né spente né indebolite. Penso ai riferimenti più o meno espliciti all’omosessualità latente di Raj; a quando Priya ha fatto allontanare Sheldon scatenando la nostalgia degli altri; a certi dialoghi tra le ragazze, che mai avrei creduto in grado di reggere la scena da sole; alla puntata dell’esperimento sul gossip; alla Justice League; agli impulsi  sessuali di Amy per l’ex ragazzo di Penny; alla “indian dance“; alle partite a scacchi in tre; all’ottimo penultimo episodio con la madre di Howard in ospedale e uno Sheldon che meriterebbe una chance in un medical, giusto per vedere quanto farebbe incazzare House. O forse sarebbero amici, chissà…

Margini di miglioramento ci sono sempre, e questo vale anche per TBBT. Ma è una sitcom che continua a farmi sbellicare e, finché rimane così, le lascerò tutto il tempo che vuole per coprire le sue pur innegabili mancanze.
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PS Non so se il Villa tirerà in ballo un paragone con Community. In quello specifico caso, sappiate che sarò d’accordo con lui: Community è di un altro pianeta, non la si può neanche far giocare con gli altri.

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Il fronte del no, ovvero Marco Villa

Dai, siate sinceri. Anche voi che aspettate ogni settimana con impazienza il nuovo episodio. Fate un rapido calcolo di quanto ridevate nella prima stagione e di quanto ridete oggi. Poi prendete le situazioni e fate un confronto. Cosa è cambiato? Il problema è che non è cambiato nulla. The Big Bang Theory nasce come “facciamo vedere quanto sono strambi i nerd”, per poi svilupparsi in “facciamo vedere quanto è strambo Sheldon”. In queste due frasi ci sono le prime tre stagioni e ci sono puntate straordinarie, modi di dire e comportamenti in grado di diventare tormentone. Ci sono i Bazinga e le tre bussate alla porta, ma anche la filastrocca sul gatto e il contratto tra coinquilini. Al termine della terza stagione è stato introdotto il personaggio di Amy: potenzialmente un ottimo elemento, che personalmente ho valutato da subito in modo del tutto positivo. O almeno, le mie attese erano del tutto positive. Perché alla prova dei fatti, il suo inserimento ha provocato il collasso della serie.

Cosa abbiamo visto in questa quarta stagione? Una replica di qualcosa già sfruttato. Di fatto, Amy è stata sviluppata come una versione femminile di Sheldon e il terzetto di donne formato da lei, Penny e Bernadette è andato a riprodurre le stesse dinamiche del quartetto maschile. A pagare le conseguenze di questa scelta è stato il personaggio di Penny: da figura altra rispetto al mondo nerdy dei suoi vicini, con velleità da attrice e capacità sociali ben oltre la norma (in fondo riesce a fare amicizia con degli orsi), è diventata inspiegabilmente una sfigata colossale, che esce con due soggetti disadattati. L’unico elemento di diversità, che dava pepe alla storia, è stato così normalizzato (o meglio a-normalizzato) e adattato all’ambiente.

Passando al gruppo maschile, Sheldon ne rimane re incontrastato, ma sono pochi i momenti di grazia da ricordare. Piuttosto, torna in mente l’orrenda seconda puntata, durante la quale manda in giro un pc al suo posto. Dovessimo mai trovare un salto dello squalo per The Big Bang Theory, io voterei per quell’episodio. Il rapporto con Leonard non è cambiato per nulla, prova ne è il continuo riferimento al contratto che hanno sottoscritto per l’appartamento, ovvero un’idea che risale a quattro anni fa. A proposito di Leonard, va detto che Priya è sostanzialmente inesistente. A parte l’inizio giocato sulle scaramucce con il fratello, gli autori le hanno ritagliato addosso un ruolo da antipatica di contorno, senza il minimo spessore. Di fronte a un Raj che non è avanzato di un millimetro (ancora e sempre il mutismo selettivo e i genitori come uniche fonti comiche), l’unico personaggio degno di nota è stato forse Howard: non è un caso che una delle migliori puntate, la penultima, abbia avuto lui come protagonista.

La sensazione è quella di una stagione nulla, che si potrebbe cancellare senza essersi persi niente. The Big Bang Theory ha bisogno di una sterzata, di una botta di energia, vedremo se gli elementi introdotti nel finale riusciranno a fornirla. Solo così potrà recuperare un po’ di terreno rispetto a serie come Community e Parks and Recreation. A volerla dire in modo altisonante, l’impressione è che TBBT sia stata la serie simbolo degli anni zero, mentre i due titoli citati siano nettamente più avanti, come di un’altra generazione, già proiettate negli anni dieci. Certo, il formato da sitcom classica non aiuta e le risate finte sono ormai diventate del tutto controproducenti. Chuck Lorre e soci, però, sono stati capaci di creare un telefilm che a suo modo ha fatto epoca. Un lumicino di speranza per una ripresa c’è. La quinta stagione sarà fondamentale, con le prime dieci puntate a fare da dentro o fuori.



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