4 Settembre 2020

Consigli per recuperone: Mr Inbetween di Alessandro Molducci

Perché ogni tanto anche gli australiani la imbroccano benissimo

On Air

(NdC – Nota di Castelli)
La cosa è andata così: un serialminder di quelli fedeli ci scrive esprimendo il suo affetto per una serie che non avevamo mai trattato, e ci spiega nel dettaglio perché secondo lui meriterebbe il recuperone.
Caso vuole che la recensione fosse buona e che oggi non avessimo niente da pubblicare per casini vari nostri.
Risultato… caro Alessandro, il palco oggi è tuo.

Mr Inbetween è stato un recuperone anche per me, fondamentalmente a causa del concept. IMDb mi dice che:
“Ray Shoesmith è un padre, un ex-marito, un fidanzato e un vero amico: ruoli complicati da destreggiare ai nostri tempi… specialmente per un criminale su commissione”
e nella mia testa è un istantaneo “Visto!Rivisto!Stravisto!” e niente, io ignoro. Poi (grazie, notti insonni) scopro che Mr Inbetween è la serializzazione del cult-movie del 2005 The Magician, anch’esso creato, scritto, prodotto, diretto e interpretato da Scott Ryan. Ora, io Ryan non lo conoscevo e nella serie (por’anima) abbandona il ruolo di regista, ma quando uno ci mette tanto impegno in una creazione e ci mette pure -letteralmente- la faccia, già so che deve crederci fortissimo, e io agli onesti una possibilità la do sempre… Ah, non ha guastato che la sua storia produttiva facesse subito pensare a What We Do In The Shadows, anche se per Mr Inbetween è tutto un po’ più precario: commissionata da FX Australia, viene subito “passata” anche a FX America, ma nel frattempo FX Australia chiude i battenti, lo vende a Fox Australia (nel frattempo s’è capito dov’è ambientata, sì?) e, caso forse unico nella storia, una serie interamente realizzata nell’emisfero australe esce prima in quello boreale. Com’è, come non è, finisce che la prima stagione me la vedo tutta in una sera (aiutato da un agilissimo 6 episodi x 30 minuti) e, esaltatissimo, comincio la seconda. Che dura il doppio ed è ancora più bella. (Ci sarà anche la terza ma è ancora in quarantena, sai com’è).

Quindi? Questo concept stra-letto e stra-visto? Ohi, effettivamente quello è, ma a volte dimentico che quel che importa non è il tema ma il suo svolgimento e il suo messaggio. E in questo caso sono da applausi. A livello tecnico siamo sulla scia delle migliori serie inglesi, quelle con la scrittura fluida e mai scontata, i proverbiali attori impeccabili, la regia sensibile, e dialoghi e fotografia che danno sempre l’impressione di stare guardando qualcosa che stia accadendo per davvero, OLTRE la sospensione dell’incredulità: realismo, fatto e finito.

Poi c’è Scott Ryan, cioè Ray Shoesmith. Bad-ass, gran charme e un cuore d’oro seppellito sotto tonnellate di rocce, Ray è il classico personaggio di cui s’innamorano quasi tutti/e nel giro di 5 minuti, a patto che sia raccontato e interpretato come si deve. Ecco, io dopo 17 episodi faccio ancora fatica a credere che il buon (?) Ryan, con quella fazza lì, possa essere l’autore della serie e non un criminale che interpreta se stesso e che in realtà andrebbe denunciato. Scherzo eh, dovrei avere un cuore di pietra per consegnarlo alla Giustizia, ma siamo anni luce dall’indulgenza che può suscitare un contemporaneo Barry: Ray è pienamente consapevole delle proprie azioni, emana minaccia da ogni fotogramma, fa brutto per davvero… ma Scott Ryan ci fa percepire che (nel senso più puro e primordiale del termine) Ray è uno dei buoni, e con questa scusa ci fa addentrare in una psiche profondamente sfaccettata e controversa che ha però un valore universale.

Mi spiego meglio. Se mi presentano un personaggio che, quando è contento, fa un sorriso come quello qui sotto… beh, normalmente penso al classico stereotipo del cattivo, magari pure un po’ psycho, giusto? Bene: Mr. Inbetween usa quel ghigno per donargli una sensibilità e una ragione profonda, prendendoti per mano e accompagnandoti pian pianino nei meandri della famigerata “mascolinità tossica”. Lo so, è un termine che ormai compare ovunque, ma che serialmente viene rappresentato attraverso personaggi maschilisti, ignoranti o, quantomeno, meschini. Ma, ehi, il nostro anti-eroe tutto è tranne che un maschilista, figuriamoci un meschino -vaglielo a dire tu, che è un meschino, se c’hai il coraggio… te l’avevo detto che riesce a farsi voler bene comunque, no?

…e qui scatta il tocco di classe, ovvero spostare il discorso sulle “corazze” che siamo costretti a crearci per sentirci al sicuro e sull’ambiente che ce le impone, che fa sognare ai presupposti “maschietti” di essere uomini tutti d’un pezzo e alle presupposte “femminucce” di desiderarli. Sì, è sempre mascolinità tossica, ma raccontata con empatia e leggerezza… anche perché Mr. Inbetween, nonostante le frasone che può suscitarmi, fondamentalmente è una serie divertente. Ha la tensione delle migliori scene di mafia (quelle che non sta succedendo niente ma mica è vero e con un brivido alla schiena te ne rendi conto), l’umorismo magari nero ma molto umano dei Soprano, momenti pucciosi per contrasto (geniali i dialoghi con la figliola di sei anni) e personaggi raccontati con amore, coerenza ma comunque imprevedibili. Annoiarsi è praticamente impossibile. Trovarsi in leggero disagio, però, può capitare. Per fortuna.

Perchè vedere Mr. Inbetween: perché ragiona in maniera inedita su aspetti importantissimi per tutti e lo fa intrattenendo, divertendo e in gran stile. Scusa se è poco.
Perchè mollare Mr. Inbetween: se non sopporti gli ambienti crime manco se stanno in sottofondo…

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