21 Dicembre 2011 1 commenti

Boss – Il finale della prima stagione di Marco Villa

E’ finita la prima stagione della serie più bella dell’anno

SPOILER PESANTI TOTALI INCONTROVERTIBILI

Finita la prima stagione di Boss, finita la prima stagione di quella che, per il sottoscritto, è la grande serie dell’anno. Ora, se non avete visto la serie, andate a recuperarla. Come dicevo qualche giorno fa, è qualcosa di veramente grosso. È qualcosa che, tra qualche anno, diventerà una specie di monumento, di quelle cose che, quando le citi, ti dai di gomito e dici “Ah, certo che Boss era proprio una figata però”.

Sì, Boss è proprio una figata e le ultime due puntate della stagione sono di un’intensità pazzesca. Tutte le dinamiche interiori e relazionali vengono accelerate e compresse, la corruzione e la cattiveria vengono fatte esplodere in modo spettacolare e fragoroso.

Vediamo un po’ di tirare le fila del discorso. Il Boss del titolo è Tom Kane, sindaco-padrone di Chicago, alle prese con le prime avvisaglie di una malattia neurologica degenerativa e con l’inizio dello sgretolarsi del suo potere. Coinvolto in uno scandalo politico di dimensioni enormi, deve scegliere se farsi da parte o travolgere tutto ciò che lo circonda, per fare tabula rasa e tornare a ergersi come un gigante sulle macerie politiche della sua stessa città.

Questa la trama generale della stagione. Affascinante di suo, resa ancora più bella dal modo in cui viene raccontata. Il primo elemento fondamentale è che in Boss non ci sono personaggi positivi. Fin da subito, i politicanti ci vengono presentati come dei traffichini, e va bene, non è una novità. Non è un santo, però, nemmeno il protagonista. Anzi, è uno senza scrupoli, che ordina ritorsioni da malavitoso, minaccia e – addirittura – fa uccidere. Poi scopriamo che anche chi gli sta intorno non è immune da colpe e anche chi cerca di staccarsi da questa logica di potere non lo fa per spirito d’ideale, ma per cercare di rifarsi una verginità nel timore del crollo. Infine, la mazzata che affossa ogni spirito buono: anche l’unico personaggio che agisce per un ideale – il giornalista – mette da parte la propria missione in nome di una promozione.

Questa cattiveria esplode potente nella settima puntata, nella quale tutti danno il peggio di sé. È un episodio che prende ogni storyline e la porta a un livello superiore. Sono due, in particolare, i momenti topici, che condensano in pochi minuti tutta la mancanza di pietà di questo telefilm. Il primo è ovviamente l’interrogatorio di Kane a Kitty. Uno scontro che, credo di non esagerare, si configura come uno stupro senza contatto fisico. Il corpo maschile di Boss (Kane) prende il corpo femminile simbolo della serie (Kitty) e lo inchioda a una sedia. Quindi, senza sfiorarla con un dito, le toglie di dosso tutte le corazze mentali e comportamentali che si è costruita negli anni e la mette psicologicamente a nudo, facendola tornare la ragazzina inesperta che ha iniziato a lavorare proprio con Kane. Da lì in avanti, Kitty non è più in grado di compiere una sola azione “professionale”. Si rifugia in se stessa e si occupa solo della propria sopravvivenza. La sfuriata di Kane è anche segno di un pesante maschilismo: tutte le donne di Boss sono eccezionali nel proprio lavoro e nel proprio ruolo, ma, al termine della stagione, non una di loro riesce a mantenere la stessa indipendenza e la stessa forza che possedeva nel primo episodio.

Secondo momento cruciale è l’arresto della figlia di Kane. È il momento in cui Boss precipita in un abisso di crudeltà da cui non potrà mai riprendersi. È il momento in cui, guardando la puntata, ci si sorprende a dire ad alta voce una serie di “no, non è possibile”, perché è davvero un colpo mortale a ogni possibilità di empatia con il personaggio di Kane. Una roba tremenda. E tragica.

Perché, di fatto, Boss altro non è che una tragedia shakespeariana in formato di serie televisiva. Il potere, i tradimenti, il sesso, gli intrighi, i grandi burattinai, persino la rivelazione finale del tradimento dell’amico fraterno. Proprio nel voltafaccia del fidato – e, va da sé, spietato – Ezra Stone e nel successivo monologo si arriva al punto nodale dell’intera serie, ovvero l’inevitabilità della pena. In Boss ogni azione ha una conseguenza e nessuno viene risparmiato. Stone si aspetta “una punizione giusta e commisurata alla sua responsabilità”. E l’unica punizione giusta è la sua uccisione, così come, per la moglie di Kane, l’unico modo per rimediare al proprio tradimento è distruggere la propria dignità e il proprio corpo, che fino a quel momento ha attraversato l’intera serie come se fosse di un altro pianeta, algido e irraggiungibile.

Come di un altro pianeta, alla fine, è Boss. È uno dei telefilm più complessi e stratificati di questi anni, un telefilm che non dà neanche un momento di tregua e pace. Tra dieci mesi arriverà la seconda stagione, che, presumibilmente, si concentrerà di più sulla malattia di Kane, lasciata del tutto da parte negli ultimi episodi, senza che la serie ne risentisse, anzi.

Insomma, è una bomba, è la sorpresa dell’anno. Imperdibile.



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