19 Dicembre 2011 18 commenti

Serial Reminds – Le cinque nuove serie che non potete non vedere di Marco Villa

Dalla fine dell’estate sono iniziate 40 serie. Cinque sono imperdibili.

Quaranta. Da fine agosto a oggi abbiamo recensito quaranta pilot. Non ci credete? Cliccate qui e li vedrete tutti. Non so voi, ma a me sembrano tantissimi. In realtà, sono anche meno dell’anno scorso, quando a ottobre fummo costretti a fare un post riassuntivo per capirci qualcosa.

Stavolta ci arriviamo con calma, al post riassuntivo. Giusto in tempo per le vacanze di Natale, per capire con cosa farcire le giornate di festa, durante le quali imperverserà il cappone violento.

E allora iniziamo mettendo le cose in chiaro: non è stata una stagione esaltante. Delle tante serie partite, pochissime hanno entusiasmato, poche hanno convinto. Troppe si sono lasciate abbandonare senza rimpianti. Per una volta, però, parliamo solo di cose belle: nessuna parola per le delusioni e gli abomini, nessun cenno a telefilm ancora sospesi tra il wow e il meh. Solo certezze: cinque titoli che hanno dimostrato di valere e che, in caso non li steste già seguendo, fareste bene a recuperare. Ovviamente, zero spoiler.



Il primo è Homeland. Fin dal pilot si capivano le enormi potenzialità di questa serie, proseguendo nella visione l’entusiasmo è rimasto alto e, arrivati a un episodio dalla conclusione, le potenzialità iniziali sono state sfruttate a fondo. La storia del sergente Brody – eroe di guerra tornato a casa dopo 8 anni di prigionia – e dell’agente CIA Carrie Mathison – convinta che Brody sia passato al nemico – è scritta in modo impeccabile. Tutto funziona, gira e si incastra: la tensione rimane sempre alta e lo sviluppo orizzontale riesce sempre a trovare il giusto equilibrio con le vicende minori. che vengono aperte e chiuse. Tante piccole svolte narrative, un paio di quelle toste e la faccenda è chiusa. La massiccia presenza nelle nomination ai Golden Globe è, per una volta, ampiamente giustificata.

Così come è giustificata la presenza massiccia di Boss, il cui pilot ci aveva fatto un’impressione addirittura migliore rispetto a Homeland (che già…). Complice l’occhio di Gus Van Sant, garanzia registica che ha messo il bollino su quello che, probabilmente, è il miglior pilot degli ultimi anni. Denso, complesso, teso. Ottimo. Una combinazione che è poi rimasta nelle puntate successive. Non ci sono spiegoni, in Boss, e, a volte, si fatica a stare dietro a tutto il non detto presente nei dialoghi. Ma se si riesce a entrare nella testa di Tom Kane, sindaco di Chicago alle prese con l’inizio della fine del suo potere, si finisce per restare completamente legati. Boss è una serie cattiva, cattivissima: non c’è un eroe buono, non c’è una buona azione. Sono tutti figli di puttana e, anche quando pensi che abbiano toccato il fondo, riescono a essere ancora peggiori e più egoisti. Per questo non è una serie per tutti. Se cercate le favolette, sapete dove rivolgervi. Ma perdereste qualcosa di veramente grosso, che resterà.

Terzo e ultimo drama è American Horror Story. Dopo il pilot ho detto: o diventa una puttanata, o è una serie avanti dieci anni. Sbagliavo, perché – Veltroni ne sarebbe fiero – è entrambe le cose. La storia della casa stregata e della famiglia che la abita è stata sfruttata in mille modi. American Horror Story ne ha trovato uno nuovo: schizofrenico e disturbato, giocando con il fuoco fin dal pilot. Dove il fuoco è l’implausibilità e l’esagerazione. Rispetto alle altre due serie elogiate è forse meno definitiva nella sua potenza, ma è comunque da seguire perché, nei prossimi anni, sarà un punto di riferimento ineludibile per il genere horror. Soprattutto per le continue svolte narrative: nel suo essere oltre ogni logica di scrittura, infatti, butta dentro trame e colpi di scena che altre serie avrebbero spalmato su una decina di stagioni.

Questo per quanto riguarda i drama. Passando alle comedy, va detto che il divario si sente parecchio. Non c’è stato nessun titolo che ha sbaragliato la concorrenza e che si è imposto  fin da subito come qualcosa di imprescindibile. Però non si possono passare le feste solo con terroristi, politici corrotti e fantasmi del passato. Serve anche un po’ di divertimento. Ecco allora due serie che meritano senz’altro di essere seguite.

La prima è 2 Broke Girls e lo dico cospargendomi il capo di cenere. Dopo la visione del pilot aveva vinto lo scetticismo. Invece, la storia di queste due cameriere, senza una lira e con il sogno di aprire una pasticceria, funziona e funziona parecchio. Purtroppo con un grande handicap: a livello visivo è una serie che non regge il passo con le comedy contemporanee. Per fotografia e regia è davvero vecchia. La scrittura, invece, è assolutamente attuale: dialoghi veloci, continui riferimenti al sesso, personaggi di contorno surreali (il cuoco ucraino è vero idolo), un po’ di cattiveria di fondo. Il primo impatto può essere negativo, ma, fidatevi, è colpa di regia e scenografie. Se riuscite a passare sopra, troverete la parte buona di 2 Broke Girls. E poi le cattiverie contro gli hipster fanno sempre bene.

La seconda comedy è New Girl, uno dei maggiori successi di pubblico di questa stagione. La trama è semplice: Zooey Deschanel è Jess, una ragazza stramba che va a vivere con tre uomini. Seguono equivoci e disavventure. Se 2 Broke Girls ha la parte visiva a frenare, New Girl ha un altro elemento di rischio. Ed è proprio Jess, il personaggio principale. Adorabile, carina, simpatica e nerd, ok, ma sempre a un passo dall’irritare profondamente. In alcuni episodi, in cui esagera con la sua stranezza, si arriva a un passo dall’abbandonare il telefilm. Quando però, nel giro di pochi minuti, la sua influenza viene ridimensionata, New Girl torna a essere una comedy scritta molto bene e con le carte giuste per creare, nel tempo, una bella mitologia di figure e abitudini ricorrenti. Vi pare poco?

 



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