10 Gennaio 2013 4 commenti

Misfits 4 – Parola d’ordine: resistere di Vale Marla Morganti

Come regge una serie quando perde tutti i suoi protagonisti?

Copertina, On Air

– ESSENDO UNA DISSERTAZIONE SULLA STAGIONE 4 (GIA’ ANDATA IN ONDA E CONCLUSA IN UK) ATTENZIONE, SPOILER ALERT! –

La quarta stagione di Misfits è stata quella che io definirei un’annata di transizione: il finale della terza aveva fatto presagire che almeno due dei personaggi principali sarebbero piombati in un universo spaziotemporale diverso da quello della domenica sera su E4, ma perdere il 100% del cast iniziale, e qualche altro personaggio, nell’arco di poche puntate è stato un colpo piuttosto pesante e a mio avviso coraggioso.

Un colpo che si è sentito tutto, perché con i personaggi se n’è andata via la storia portante, l’affezione che si era creata e una certa profondità che era andata a costruirsi nei tre anni precedenti. Detto questo la serie è andata avanti, forse con meno appeal rispetto alle precedenti, ma comunque con puntate e situazioni di tutto rispetto e abbastanza fedeli al marchio di Misfits.
I nuovi personaggi hanno buon potenziale, certo è difficile abituarsi al fatto che Kelly la Rocket Scientist sia in Uganda a disinnescare bombe, e soprattutto che il bel Seth lo spacciattore di poteri l’abbia veramente seguita, o che la relazione tra la strana coppia Simon e Alisha continui in un altro universo spaziotemporale, però penso che l’intento di questa stagione fosse quello di piantare nuovi semi, dando loro lo spazio e il modo di radicarsi nei nostri cuori. E’ stata una stagione con un andamento orizzontale piuttosto blando, più intenzionata a farci scoprire di puntata in puntata i nuovi personaggi con episodi che sviluppavano per lo più un grande evento legato a un personaggio, creando anche situazioni per inserirne dei nuovi strada facendo, come Alex il barista e Abbie (Natasha O’Keeffe), l’autocandidata ai servizi sociali senza memoria, che sarà di sicuro uno dei traini della prossima stagione.

Paragrafo a parte se lo guadagna Rudy, unico sopravvissuto dell’anno scorso, ma nemmeno lui membro originale del cast. A inizio stagione lo eleggevo a pilone portante del gruppo e della serie, e così è stato. Ha forse perso un po’ del suo piglio comico a favore di una maggiore concretezza narrativa, come testimonia l’ultima puntata durante la quale vede spegnersi prematuramente il suo vero amore a causa dei quattro bikers dell’apocalisse.

Comunque qualche genialata qua e là non ce l’hanno fatta mancare. Come la morte di Curtis all’inizio della serie, totalmente inaspettata quantomeno per me che sono sempre poco sul pezzo per quanto riguarda le beghe contrattuali degli attori – è stata una bella sorpresa vedere che da una puntata all’altra ti sparisce un attore (un po’ meno felice quando è successo con il personaggio di Seth) anche se una zombizzazzione di massa stile The Walking Dead non l’avrei vista male. Per non parlare del coniglio malefico (incubi post Donnie Darko), del barista figo al quale sono stati rubati gli attributi, della suora che fa innamorare Rudy, della fidanzata che con il suo potere inzerbinisce il fidanzato e chiunque le sia a tiro, di Rudy uno e trino. Altra coccarda agli sceneggiatori per il Probation Worker, che finalmente ci accompagna fino a fine stagione e non rimane vittima di qualche fortuito e truce assassinio (ve lo dissi in tempi non sospetti che il ragazzo aveva gran poteziale, o no?!) ma delizia con una dolce e appassionata versione di “The power of love” al karaoke e regala, a Rudy e a noi, una perla da vero mentore: “Hey, that’s what love feels like, Crawling naked through glasses and dog shit”.

Insomma, nonostante fosse una stagione “caronte”, ossia di traghettazione, non sono mancati gli spunti né i momenti, e sono riusciti a mettere ottime basi per farci rimanere con l’acquolina in bocca per la season number 5. Certo, ora dell’autunno prossimo meglio rubare qualche Kit-Kat dalle macchinette che sennò non ci si arriva.
Quindi mi raccomando, non ascoltate tutti quei detrattori che considerano Misfits una serie ormai finita: la nostra generazione è ormai abituata ad avere tutto e subito a non credere più nei sogni, nelle attese, nelle pause costruttive. Il problema sta tutto in questo e i nostri Disadattati preferiti l’hanno capito, elaborato e ci hanno anche dato la soluzione, per questo vi lascio, sgranocchiandomi il primo Kit Kat, con un’illuminante quote dell’ultima puntata:

Jess – Do you ever think we suffer from a complete lack of ambition and immagination?
Finn – I guess that’s why we live in an age of chronicle high youth unemployment.



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