8 Febbraio 2013 3 commenti

30 Rock – Il finale di Marco Villa

Arrivederci 30 Rock ci mancherai di brutto

Ok, 30 Rock è finito e non è stato strappalacrime.
Tempo fa avevo immaginato bacinelle per raccogliere pianti e disperazioni. Non è andata così, con un’ultima (doppia) puntata giocata tutta su una leggerezza a tratti troppo leggera. Il socio diceva nei Serial Moments che avrebbe preferito un finale con il botto, indicando nella scena stile Law & Order di Jenna il momento più alto della puntata. Sono d’accordo con lui: il botto me l’aspettavo anche io, mentre il momento topico per me resta la canzone finale scioglilingua con il fantastico ritorno del rural juror. Ecco, questo mi aspettavo dal finale: una carrellata di grandi classici visti in questi anni, di battute e riferimenti per i superfan. Tina Fey, invece, ha scelto diversamente.

30 Rock si è concluso di fatto al termine dell’undicesima puntata, con l’arrivo dei figli adottivi di Liz Lemon in aeroporto (giuro: dovessi mai dare il nome a qualsiasi cosa che non sia un essere umano, lo chiamerò Liz Lemon, anzi lislemn) e il loro essere sostituti perfetti di Jenna e Tracy (ecco, lì la mezza lacrimuccia c’è stata). Il doppio episodio che ha chiuso 30 Rock è stato qualcosa di terapeutico, che ha portato all’ennesima potenza tutto il discorso meta della serie. La fine del TGS è stata la fine di 30 Rock e tutta la puntata è stata una preparazione personale all’addio, filtrata attraverso il rapporto con i distacchi dei singoli protagonisti. In una sequela di anticlimax, non mancano due momenti attesi e in fondo scontati, ma che funzionano: l’abbraccio tra Jenna e Tracy e ovviamente il discorso finale tra Jack e Liz, con quel fatidico “I love you” che arriva preceduto da una serie di spiegazioni e mani avanti che sanno (giustamente) di un autoironico eccesso di “non vogliamo mandarla in vacca all’ultimo, quindi non fraintendeteci”. Da sottolineare anche i due veri colpi di genio: la sitcom con Grizz protagonista (con tanto di promo fake durante la puntata) e il finale con Kenneth alieno che non invecchia.



La finirei qui sulla puntata, visto che è stato un commiato degno di un episodio medio di 30 Rock, non certo qualcosa da ricordare (rural juror a parte, ripeto). Come detto, l’impressione è che questa fosse la volontà: il finale di 30 Rock non è venuto male, è stato pensato e scritto come qualcosa di non esplosivo. Peccato? Un po’ sì – cazzo di understatement liberal – ma non cambia il discorso di fondo.

E il discorso di fondo è che 30 Rock è e rimane una delle serie cardine della nuova serialità americana, quella che si può datare a spanne come serialità degli anni zero. 30 Rock è – passatemi la frase fatta – un gioiellino di scrittura e interpretazione, capace di portare avanti per sette anni uno schema che un autore medio avrebbe probabilmente sfinito in tre. A proposito di Community, il creatore Dan Harmon diceva “non vogliamo fare la fine di Arrested Development, amato dalla critica ma dalla vita breve”. Ecco, 30 Rock ha portato fino in fondo quello che Arrested Development ha solo abbozzato: una serie intelligente e scritta da dio, forse un po’ ostica per il pubblico medio, ma capace di dare caterve di stimoli e spunti a ogni puntata.

Ma 30 Rock è soprattutto la serie che ricomincerei a guardare domani mattina. E vi assicuro che non mi era mai successo. E sticazzi, è questo che conta. Dio se mi mancherà.

p.s. Al termine della prima stagione di Boris, Gli Occhi del Cuore veniva venduto in Grecia. Nell’ultimo episodio di 30 Rock scopriamo che anche il TGS va in onda in Grecia. Poveri greci, si beccano tutto il peggio.

 



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