17 Febbraio 2016 18 commenti

Vinyl: la serie di Scorsese-Jagger ha grande classe, ma le manca qualcosa di Diego Castelli

Un affresco affascinante, ma che non stupisce

Copertina, Pilot

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QUALCHE SPOILER C’È

In passato su Serial Minds abbiamo già affrontato la questione delle aspettative e oggi vale la pena riprendere quella riflessione. Al cinema come in tv, le aspettative hanno un potere enorme. Se da un prodotto ti aspetti poco o niente e poi quello ti diverte, la recensione esce positiva. Magari non “entusiasta”, ma positiva. È successo giusto ieri al Villa con Lucky Man. Poi invece ci sono quelle serie così attese, così anticipate, così pompate, che se per sbaglio fanno mezzo errore finiscono con l’essere bocciate, come se fossero in assoluto più brutte della piccola serie recensita due giorni prima. Anche quando così non è (e ricordiamo che l’oggettività critica non esiste), una serie non può mai essere disgiunta dal discorso che su lei è stato fatto anche prima della sua uscita, anche perché è la stessa produzione, nella maggior parte dei casi, ad aver alimentato quel discorso.

Tutta sta introduzione non prelude a una “bocciatura” di Vinyl, la nuova e attesissima serie di Martin Scorsese e Mick Jagger. Prelude però al fatto che qualcosa, nel complesso, non torna del tutto.
Anticipata ormai mesi fa come il nuovo evento televisivo – firmata da due leggende del cinema e della musica e posizionata su HBO, una delle poche reti ancora in grado di reggere l’impatto cultural-mediatico delle nuove e agguerrite piattaforme digitali – Vinyl ha debuttato con un pilot monstre di 112 minuti diretto dallo stesso Scorsese. La trama è incentrata su Richie Finestra (Bobby Cannavale), produttore discografico che in vent’anni di carriera è riuscito a salire dalle stalle alle stelle, per poi imboccare una pericolosa via del ritorno. La serie racconta in parallelo sia il tempo presente, in cui la sua etichetta sta per affondare a meno di essere salvata da un grosso gruppo tedesco, sia il passato in cui Richie passava da barman a produttore grazie al suo orecchio fino e alla sua innata capacità imprenditoriale.

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Il personaggio di Richie Finestra è completamente fittizio ed è stato scritto dallo sceneggiatore Terence Winter (Boardwalk Empire, The Sopranos), anche se Jagger ha dichiarato che in Richie ci sono diversi aspetti di alcuni produttori un po’ fumati e fuori di testa da lui incontrati nel corso degli anni, primo fra tutti Walter Yetnikoff, ex CEO di CBS Records. Dietro e intorno a Finestra brulica però un mondo pieno di riferimenti reali, che vanno dalle singole canzoni della colonna sonora alla presenza di personaggi esistenti o esistiti come Robert Plant dei Led Zeppelin.

Ecco, se c’è una cosa che Vinyl fa benissimo, senza se e senza ma, è la ricostruzione degli anni Settanta. Non nel senso del realismo nudo e crudo, su cui non ho nemmeno elementi di confronto per giudicare, quanto piuttosto sull’atmosfera, sulle vibrazioni che emana. Già con i trailer eravamo rimasti affascinati dal sapore di sesso-droga-e-rock’n’roll che sembrava trasudare da ogni inquadratura, e su questo aspetto è difficile rimanere delusi. La cura del dettaglio costumistico e scenografico è impressionante, dalle camicie sgargianti ai basettoni, dallo stile del logo della casa discografica all’arredamento di certi appartamenti. Per non parlare delle automobili o delle sfumature sempre diverse a seconda che si stia guardando la moglie di Richie (Olivia WIlde), madre borghese con i suoi occhiali da sole alla moda, o i quartieri neri ancora legati al blues. Su tutto ovviamente pesa la firma di Mick Jagger, la cui impronta ci rimane stampata in testa come una sorta di marchio di autenticità, che ci convince sul fatto che le cose “andassero davvero così”. Anche se poi, diciamoci la verità, quanto tempo volete che abbia speso davvero Mick Jagger a seguire la produzione?

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Questa ricchezza visiva è poi armonizzata ed elevata ad arte dalla regia di Scorsese, sempre fluida, sempre carica, sempre attenta all’importanza dei singoli dettagli. Forse un po’ retorica, in certi punti, ma questo è un elemento da trattare meglio fra poco.

Inutile dire che in una serie come questa la colonna sonora ha un’importanza fondamentale. Non solo come specifico strumento narrativo (ascoltare cantanti che hanno un peso nella trama) o per l’eccezionale effetto revival, ma soprattutto come settaggio del mood complessivo e come continua sottolineatura dello stato d’animo dei personaggi. Non è ovviamente un caso che il pilot si apra e si chiuda con “Personality Crisis” dei New York Dolls, che già dal titolo sottolinea lo stato mentale di Richie, incastrato in un momento assai difficile della sua vita dove la gloria del passato sembra destinata all’oblio e dove il futuro rappresenta niente più che un grosso punto di domanda.

Io non sono un esperto di musica e non faccio neanche finta di esserlo, ma credo che per molti fan di quegli anni (e dei venti precedenti, perché la serie guarda molto anche agli anni Cinquanta e Sessanta dove Richie cominciava a muovere i primi passi da produttore) Vinyl possa rappresentare una manna dal cielo in termini di riferimenti, di strizzate d’occhio, di piccole e grandi citazioni visive e dialogiche con i quali gli appassionati potranno giocare fino allo sfinimento, ricordando questo o quel dettaglio, e facendo a gara a chi ricorda meglio i singoli particolari o a chi scova per primo le più piccole incongruenze.

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Insomma, quello di Vinyl è un mondo ricco e vivo, che sembra esistere davvero in qualche universo parallelo in cui semplicemente Scorsese è andato a girare.
C’è però un problema, un problema grosso, che mi sento di riassumere così: Vinyl è ESATTAMENTE quello che ci aspettavamo. All’inizio si parlava di aspettative, giusto? Ecco, nel corso di questo pilot Vinyl non sembra in grado di andare oltre ciò che credevamo potesse essere. C’è la magia di un’ambientazione fantastica, c’è la mano di un maestro (che però nelle prossime puntate non ci sarà), però non si riesce ad andare oltre. In una vorticosa girandola di ralenty, di cocaina, di malavita, di orge e perfino di sangue, questi 112 minuti danno l’idea di una grande maestria, ma faticano da matti a stupire. Semplicemente, si ha la sensazione che non si sia andati oltre il trailer, che sia tutto esteriorità. Una gran bella esteriorità, nulla da dire su questo, ma pur sempre superficie.

Ieri ne parlavo coi soci che mi suggerivano il paragone con Mad Men. È un esempio assai azzeccato: anche Mad Men poteva vantare una straordinaria cura nel dettaglio visivo, pur senza il piglio virtuoso di Scorsese, però riusciva a smuoverci dentro, riusciva a farci rimanere a bocca aperta. Uno dei motivi, banali eppure efficacissimi, stava nel mostrarci una sorta di dietro le quinte degli anni Cinquanta e Sessanta, rimasti nella memoria collettiva per le mogliettine perfette e acconciature voluminose, e trasformati in Mad Men in un coacervo di tensioni, segreti e moti dell’animo.
Anche Vinyl è quasi per definizione un dietro le quinte. Solo che non c’è niente di cui stupirsi: etichette discografiche spietate, manager viscidoni e cantanti strafatti (a proposito: Kip, il cantante scoperto da Jamie, è interpretato da James Jagger, figlio di) fanno già parte del nostro immaginario, e quindi la serie sembra incapace di raccontarci cose che già non sappiamo.

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Certo, c’è anche un discorso di bello spessore sul reale peso della “musica” nell’industria discografica: Vinyl non è una serie sulla musica in quanto tale, bensì sulla musica come prodotto, come merce scambiata, comprata e venduta in nome di un profitto, un meccanismo che ha poco a che fare con l’arte e che anzi stritola chiunque tenti di emanciparla degli aspetti più strettamente economici (a questo proposito vedere l’insistenza sull’importanza delle hit, a prescindere dal contenuto, oppure notare la fine che fa Lester appena tenta di alzare la cresta).
È un quadro poco edificante, che ovviamente riverbera fino al nostro presente e va ben oltre la sfera musicale, come noi serialminder dovremmo sapere bene: siamo qui ogni giorno a parlare di arte telefilmica, ma sappiamo anche benissimo che quell’arte non esiste se non è in grado di generare un qualche tipo di ritorno.

Ancora una volta però, è un discorso abbastanza freddo. Il tema è proposto in maniera molto evidente, fin troppo calcolata, e finisce col sembrare una lezioncina di Storia. A mancare è dunque il senso di una grande narrazione, di una racconto che, mentre appassiona, ci dica anche qualcosa in più. Vinyl per ora non appassiona, è bella ma fredda, e nel prossimo futuro rischia di scontare molto l’inevitabile uscita di scena di Scorsese dalla regia e una diminuzione della ricchezza visiva complessiva (perché lo sappiamo tutti che il pilot, in termini di budget, è sempre più potente di quello che viene dopo).
Il rischio, insomma, è che siamo di fronte a una nuova Boardwalk Empire: una serie di grandissima classe, ma che una volta finita ha lasciato un segno meno profondo di quanto ci sarebbe aspettati.

 

Perché seguire Vinyl: per la ricostruzione storica e la cura maniacale dei mille dettagli e delle mille citazioni.
Perché mollare Vinyl: manca una scrittura che sia realmente appassionante. Rimane il tremendo dubbio che il pilot abbia già mostrato il meglio che Vinyl ha da offrire.

 

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