10 Gennaio 2017

The Crown è la vera erede di Downton Abbey di Diego Castelli

Tanta tanta roba

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Quando si parla di “eredi”, in qualunque campo della cultura e dell’intrattenimento, bisogna andarci molto cauti, specie quando decidi di parlare di una serie tv che ha appena vinto due golden globe e che magari non ha voglia di essere l’erede di nessuno.
Peraltro, il termine “erede” è quanto mai scivoloso: che significa esattamente? Una serie è erede di un’altra se ha una trama e un’ambientazione simile? Oppure una struttura dei personaggi quasi uguale? Oppure ancora se va a coprire lo stesso slot di programmazione di un prodotto dello stesso genere che c’era prima? O forse è più una questione di sensazioni, di emozioni, di impatto culturale?

Nel caso specifico, scrivendo fin dal titolo che The Crown è la vera erede di Downton Abbey, potrei espormi a più di un rimbrotto.
È vero che si parla di due serie tv che raccontano di nobili inglesi del Novecento, ma certo ci sono anche molte differenze: per esempio in Downton Abbey la Storia era una cornice in cui inserire un racconto puramente finzionale, mentre in The Crown i personaggi riflettono figure realmente esistenti; in Downton c’era un’ironia spesso molto marcata su cui invece The Crown gioca piuttosto poco; Downton era un racconto dichiaramente corale, mentre The Crown si concentra su poche figure centrali, con una protagonista principale molto riconoscibile.



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Di differenze ce ne sono comunque parecchie, dunque, e non abbiamo nemmeno citato la forma distributiva assai differente fra l’emissione centellinata e generalista di ITV e il tutto-e-subito tipico di Netflix. Ma allo stesso tempo l’etichetta di “erede” non può essere appiccicata a un prodotto solo quando è uguale a chi lo ha preceduto, sennò non sarebbe un erede, bensì una copia, un plagio, e già solo per questo sarebbe inferiore.
Per quanto mi riguarda, dare a The Crown dell’erede di Downton è prima di tutto un complimento, considerando quanto ho amato le vicende della famiglia Crawley. Tanto più che l’erede “ufficiale” di Downton, cioè Victoria, ha deluso le aspettative, annacquando lo stile unico della serie di Julian Fellowes in una storiella amorosa noiosa e ripetitiva.
Insomma, io lo bravamo un erede di Downton Abbey, e non mi aspettavo che arrivasse da Netflix.

Fatta tutta sta premessona, a mio giudizio sono soprattutto due gli elementi che rendono The Crown la vera àncora di salvezza per chi non è riuscito a dimenticare i Crawley.
Da una parte l’eleganza, dall’altra la tensione.

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Partiamo dall’eleganza.
In ogni suo elemento, che sia la ricostruzione di scenografie e costumi, che sia l’incastro delle vicende storiche con quelle romanzate, The Crown mette in mostra un invidiabile equilibrio. È una serie con budget altissimo, visibile in tante scene ricche di dettagli, comparse, inquadrature larghe e ariose che gettano lo spettatore indietro nel tempo. Ma non è mai pacchiana, e i singoli dettagli si amalgamano in un tutto fluido senza squillare in modo volgare, senza urlare “guardate quanti soldi abbiamo!”.
Ma l’eleganza non è solo questione visiva, è anche e soprattutto una questione di scrittura. Peter Morgan, già sceneggiatore del The Queen di Stephen Frears, torna a giocare con un tema che gli piace moltissimo, ma che per sua stessa ammissione è difficile da trattare, ricco com’è di sfaccettature e segreti.

Per quanto aiutato da appassionati biografi della regina, esiste un ovvio alone opaco che da sempre maschera le vicende più personali della sovrana più longeva d’Inghilterra, e che Morgan avvicina con enorme rispetto. Come Downton Abbey, che nel corso dei suoi anni di vita ha fatto succedere un po’ di tutto ai personaggi, senza però perdere mai una fondamentale compostezza, allo stesso modo The Crown non si lascia mai andare alla faciloneria di certi racconti televisivi più vicini alla soap opera, in cui la rappresentazione esagerata e strillante di emozioni violentissime diventa gancio per l’attenzione altrimenti distratta dello spettatore. No, The Crown sceglie di raccontare quelle stesse passioni in modo più contenuto e controllato, come si addice alla regina, e anzi fa di questo tema del controllo e dell’equilibrio la principale molla emotiva di tutta la serie.

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E qui arriviamo alla tensione. Non stiamo parlando di suspense, per lo meno non nel senso classico del termine. Parliamo invece del senso più letterale del termine, di frizione e contrasto fra opposti che insieme si attraggono e si respingono.
In Downton Abbey c’erano due grandi direttrici di tensione narrativa: il rapporto fra nobili e servitori, e quello fra la tradizione e la modernità.
In The Crown sono presenti, se possibile, ancora più aree di contrasto: sicuramente ritroviamo la tensione fra passato e futuro. Diventata regina poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, in un periodo storico di grandi rivolgimenti culturali, la novella Regina Elisabetta si trova contesa fra una tradizione colma di procedure e consuetudini rigidissime, e la voglia di esplorare nuove strade, in termini di moralità e di rappresentazione di se stessa. Alla fine la scelta ricade quasi sempre su un legame forte e saldo con la tradizione, ma di volta in volta vediamo la regina impegnata a gestire le intemperanze del marito, poco incline ad abbassare la testa di fronte a doveri e restrizioni, oppure quelle della sorella, invaghita di un uomo divorziato che potrebbe mettere in imbarazzo la Corona.
Ma questo rapporto non è l’unico motivo di tensione, per quanto legato a tutti gli altri: il senso di inadeguatezza di Elizabeth, che si fa dare lezioni private per imparare a discutere di temi importanti; il rapporto con il governo e in particolare con Churchill (su cui torniamo a breve); i rapporti famigliari con marito, sorella, e madre, in cui il desiderio di Elizabeth di essere una buona sovrana sembra cozzare quasi sempre con quello di essere una brava moglie, sorella e figlia; la gestione dell’opinione pubblica e della stampa, che con la televisione diventa molto più pervasiva e onnipresente rispetto al passato; e poi la tensione ultima, il nocciolo di gran parte dell’emozione visibile in The Crown: il contrasto fra la donna e la Regina, fra l’individuo e il simbolo, fra persona e istituzione.

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I due elementi, eleganza e tensione, si compenetrano e si rilanciano, e la qualità sorge dove l’eleganza non esclude la tensione, e dove la tensione riesce a esprimersi nell’eleganza. Ancora una volta, come in Downton Abbey: l’occhio più superficiale vede un po’ di signorotti di inizio Novecento impegnati in lunghe discussioni davanti a una tazza di te, mentre lo sguardo più accorto scorge il riflesso di un intero mondo, tutto racchiuso nelle stanze di un palazzo.
Con
The Crown è lo stesso, e l’attenzione per il particolare della vita di Elizabeth, molto più ricercato e sondato rispetto alla sua vita istituzionale, ci restituisce la forza e la difficoltà di un compito assai arduo, in cui pian piano ci si rende conto che il titolo svelava già tutto: la protagonista è sempre meno Elizabeth, e sempre più la corona che porta sulla testa.

Probabilmente nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza uno straordinario lavoro sugli attori. La protagonista Claire Foy ha appena vinto il golden globe, e John Lithgow sicuramente lo meritava per la parte di Churchill. La loro bravura (perché anche il concetto di bravura di un attore si presta a diverse soggettività) è stata quella di sfruttare al massimo tutto ciò che la sceneggiatura non dice. Per quanto The Crown sia una serie molto ben sceneggiata (nel senso della successione degli eventi) e molto ben dialogata, non imbriglia gli attori con una scrittura soffocante. Ci sono insomma ampi margini perché un attore o un’attrice possano esprimere concetti complessi che non hanno volutamente trovato la via delle parole esplicite. In questo senso, senza mai dimenticare la fusione di tensione ed eleganza, i protagonisti di The Crown restituiscono tutta la forza delle loro emozioni con espressioni, gesti e sussurri che li fanno diventare istantamente vivi, come se la telecamera fosse passata di lì per caso, testimoniando un’emozione effettivamente in corso.

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Ci sono pochi litigi in The Crown, poche urla, e spesso quando ci sono sono mascherate, ammutolite dalla musica o da qualche altro ostacolo. Questo perché anche un sopracciglio di Claire Foy, una vibrazione delle labbra di Lithgow, o uno sguardo storto di Matt Smith (che interpreta Philip), trasmettono già tutto quello che ci serve.
Nel corso di dieci puntate, la Foy passa da regina alle prime armi a sovrana navigata, e lo fa con lo sguardo, la postura e l’intonazione, prima ancora che col trucco o i vestiti. E questo senza mai farci dimenticare la giovane donna che le si dimena dentro e chiede maggiore libertà e meno vincoli.

Tutto finto, ovviamente, o per lo meno tutto ipotizzato, visto che la stessa attrice ha spiegato la difficoltà di un’interpretazione in cui si imita una persona realmente esistente della cui personalità si sa pochissimo, occultata per decenni sotto la patina dell’istituzione e del senso del dovere.
Ma è proprio qui, nella rappresentazione di ciò che si nasconde dietro quell’occultamento, che The Crown ha stupito e incantato, riuscendo nello stesso obiettivo di Downton Abbey: farci correre su wikipedia alla fine di ogni puntata per vedere come erano andate le cose nella realtà.
Cioè, come dire, fatela vedere nelle scuole.



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