19 Aprile 2017 4 commenti

The Leftovers, terza stagione – Prove tecniche di Messia di Marco Villa

A una domanda, The Leftovers replica sempre con un’altra domanda: ora forse arriveranno le risposte

Copertina, On Air

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Abbiamo lasciato The Leftovers in piena anarchia, ricominciamo con la quiete più assoluta. L’anarchia è quella successiva a quella specie di colpo di stato compiuto nel finale della scorsa stagione dai Guilty Remnants a Jarden/Miracle. La quiete è invece quella a cui assistiamo nei primi minuti dell’avvio di terza stagione, minuti in cui tutti i protagonisti ci vengono mostrati tre anni dopo, alle prese con una vita apparentemente pacificata.

Non mi metto a fare il riassuntone di tutte le situazioni dei personaggi, perché di fatto quello che ci interessa di più è parlare della condizione di Kevin Garvey. Come tutti, in superficie sembra ormai tranquillo: è tornate a fare il poliziotto, ovvero quello che gli riesce meglio, e cerca di governare quel regno di pazzoidi e fanatici che è la cittadina del Texas in cui vive ormai da tempo. L’unico altro personaggio che va assolutamente citato è Matt, ovvero il prete, pure lui tornato a fare ciò che gli riesce meglio, ovvero predicare. Da una parte la legge, dall’altro la religione: sono i due poli da cui parte la puntata, che si snoda attraverso una miriade di fatti e informazioni, per approdare a un finale in cui proprio questi poli risultano ben più vicini di quanto si potesse pensare.

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Nella scorsa stagione Kevin è passato attraverso due morti e resurrezioni, che messa così può anche far ridere, ma chi segue The Leftovers sa che tutto è stato portato avanti con una forza narrativa rara. Così, dopo la routine iniziale, è di nuovo la morte a sparigliare le carte: come in un rituale abusato, come se fosse il caffè della mattina, al risveglio Kevin Garvey prova ad ammazzarsi, chiudendosi dentro un sacchetto di plastica e sigillandolo con duecento giri di gaffa. Stacco: Kevin esce di casa come se niente in fosse. Quello che c’è in mezzo, quello che non viene mostrato, è il cuore della prima puntata e forse di tutta la terza stagione di The Leftovers. Kevin non è un cretino, si è reso conto che gli è successo qualcosa di strano, di molto strano, perché non è normale morire e poi rinascere. Non è affatto normale. La sua sembra quindi essere una ricerca, un tentativo di capire come è cambiata la sua vita e cosa gli sta accadendo.

Di fatto, la stessa ricerca che sta portando avanti il reverendo Matt, che, si scopre nel finale, sta scrivendo una sorta di nuovissimo testamento in cui il ruolo del Messia è interpretato proprio da Kevin Garvey. Come dargli torto, del resto? Mica a tutti i preti capita sotto mano uno che sembra immortale.

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Tutto questo si incastra con l’avvicinarsi del settimo anniversario del giorno della dipartita del 2% della popolazione, ricorrenza che ovviamente accende gli animi e tira fuori la parte più folle di tutte le persone, compreso il caro vecchio vicino di casa della prima stagione, che si è convinto che i cani stiano assumendo forme umane per governare il mondo.

E qui si torna all’inizio, al prologo in costume ambientato quasi duecento anni fa, con una setta che aspetta con fiducia in costante calo il giorno in cui dio verrà a prendere i suoi figli prediletti. Come sempre, l’avvio di stagione per The Leftovers è fondamentale e detta il tono di quello che sarà: in questo caso, il tema principale che viene introdotto sembra essere proprio quello dell’attesa, che è anche uno dei cardini di tutta la serie. Tutti i personaggi sono sospesi, sempre in balia di un tempo che non passa o non vuole passare alla velocità che i protagonisti vorrebbero. C’è sempre attesa di qualcosa che deve venire, che può essere tutto o niente, come predicato dal reverendo nel suo sermone. Grande è la confusione sopra e sotto il cielo, ma per una volta ci piazziamo anche noi dalla parte di quelli che aspettano, perché anche noi non siamo stupidi e sappiamo che intorno a Kevin si stanno verificando fatti troppo oltre l’umana comprensione. L’attesa è anche nostra e non riguarda solo il settimo anniversario del 14 ottobre, ma anche il tempo futuro del finale di puntata, quello in cui una invecchiatissima Nora Durst si fa chiamare Sarah e rinnega di aver mai conosciuto un certo Kevin. È anche la perfetta chiusura circolare di una puntata che inizia e finisce con colombe che portano messaggi. 

Si sa, in The Leftovers a una domanda si replica sempre con una domanda. La sensazione è che in queste ultime dieci puntate, magari attraverso piccioni viaggiatori, forse arriverà anche la risposta.



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