21 Giugno 2019 2 commenti

City on a Hill – Kevin Bacon in una serie di qualità altissima di Marco Villa

Una città corrotta, un agente FBI ancora più corrotto e un procuratore che vuole fare la rivoluzione: City on a Hill è una bella bombetta

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City on a Hill inizia senza introduzioni. Al primo secondo siamo già dentro la storia: due persone che camminano e parlano fitto fitto di cose che non sappiamo, con qualche piccolo riferimento per spiegare il contesto, ma senza esagerare. Uno dei due è Jackie Rohr, un agente dell’FBI interpretato da Kevin Bacon. È una di quelle figure borderline che sembrano uscite da un libro di Don Winslow, personaggi che sono dalla parte dei buoni, ma che buoni non sono, perché per raggiungere i propri scopi fanno di tutto, dal ricatto in su. Rohr agisce in un mondo sporchissimo: siamo a Boston, alla fine degli anni ‘80, una città in cui politica, magistratura e polizia si sostengono a vicenda in un gioco di corruzioni e coperture.

Se c’è uno che agisce al limite, deve esserci per forza qualcuno che vuole fare tutto a modino: è Decourcy Ward (Aldis Hodge), procuratore super-idealista, che si mette in testa di ripulire la città e dare via a una sorta di rivoluzione. I due inizialmente si scontrano, ma finiscono per trovare un punto di equilibrio che li spingerà a collaborare per fermare un gruppo di malavitosi di periferia, guidati da quella faccia perfetta da cattivo che è Jonathan Tucker, protagonista di The Black Donnellys, una serie bellissima e molto sfortunata di cui parlammo agli inizia di Serial Minds.

City on a Hill è una serie classica, che si mette al punto di incontro tra drama, thriller e noir. Partita su Showtime il 16 giugno (e in arrivo a settembre su Sky in Italia), ha gli amichetti Matt Damon e Ben Affleck tra i produttori, mentre la regia del primo episodio è di un veterano come Michael Cuesta. Proprio dalla regia è il caso di partire, perché City on a Hill è un racconto che non si allontana mai dai propri personaggi: pochissime inquadrature larghe, anche quelle più movimentate sono sempre realizzate rimanendo incollati ai volti e ai corpi degli attori. Perché di fatto City on a Hill è una storia di personaggi e di motivazioni usate per raggiungere i propri scopi.

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A livello di scrittura, nel primo episodio appare evidente il tentativo del creatore Chuck MacLean di ribaltare il sentimento del pubblico nei confronti dei personaggi principali: Rohr è un bastardo, l’idealista Ward è quasi irritante nel suo essere mister perfezione, mentre al contrario il criminale Frankie Ryan è la figura per cui spendere due lire di simpatia. Di giorno lavora in un supermercato, di notte diventa rapinatore disposto a tutto, anche a uccidere, per provare a portare a casa qualche soldo in più per migliorare il bilancio famigliare. La famiglia, del resto, è l’elemento cruciale di questa sottotrama, con la criminalità mostrata come unico sbocco possibile per poter essere genitori in grado di garantire una vita dignitosa ai propri figli.

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Nel corso delle sette puntate City on a Hill giocherà a portare i tre personaggi principali in una zona sempre più grigia, sfumando i confini tra ciò che è lecito e ciò che non si può e non si deve fare. Il tutto senza indulgere nella tentazione del Grande Affresco di Un’Epoca, che sarebbe la peggiore deriva possibile per una serie di questo tipo. City on a Hill al contrario ha la forza per imporsi come una storia potente, che già dal pilot si propone con forza. Per i 4 che l’hanno vista e con le debite proporzioni, il mondo di riferimento potrebbe essere Show Me A Hero di David Simon per HBO, mica poco.

Perché guardare City on a Hill: per i livelli molto alti di scrittura e regia

Perché mollare City on a Hill: perché non è il classico thrillerone

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