15 Novembre 2019 2 commenti

Almost Family – Una serie almost interesting di Marco Villa

In Almost Family, un medico non molto onesto lavora in una clinica per la fertilità e usa il proprio seme per fecondare le clienti: ecco che tre ragazze finiscono per scoprirsi sorelle

Se fate una rapida ricerca online, scoprite che in giro per il mondo ci sono diversi casi di medici che lavorano in cliniche per la fertilità che hanno pensato bene di non usare seme da donatori, ma di utilizzare il proprio. Al di là di questioni economiche e gestionali, appare evidente che dietro queste azioni ci sia una sorta di delirio di onnipotenza. Ma anche una trama perfetta per un ventaglio di narrazioni che vanno dal dramma al thriller all’horror, passando per la commedia. E quest’ultima è proprio la strada scelta da Almost Family.

In onda negli Stati Uniti dal 2 ottobre su FOX, Almost Family è il remake americano di una serie australiana. L’originale si chiamava Sisters e già da questo titolo si può capire molto. Il medico che fa da motore a tutta la storia è Leon Bechley (Timothy Hutton), nume tutelare del settore fertilità, che nella stessa sera riceve un premio alla carriera e la notizia che il suo gioco sporco è stato scoperto. La prima a pagarne le conseguenze è sua figlia Julia (Brittany Snow), che non solo si sente tradita da un padre cui ha dedicato tutta la propria vita professionale (e non solo), ma anche da un genitore che di fatto le ha tenuto nascosto l’esistenza di centinaia di fratelli e sorelle. 

Ecco, le sorelle: nel primo episodio, l’allargamento improvviso della famiglia la porta a conoscere tanti nuovi famigliari, tra cui un ragazzo con cui era finita a letto. In particolare, però, il rapporto si stringe con due sorelle acquisite: la prima è in realtà Edie (Megalyn Echikunwoke), un’amica di famiglia da sempre che le ha rubato il fidanzato; la seconda è Roxy (Emily Osment), ex stellina della ginnastica parecchio incazzosa. Per una serie di disavventure, al termine del primo episodio le tre si ritrovano a vivere insieme a casa di Julia, creando così quella Almost Family che dà il titolo alla serie.



Come dicevamo, Almost Family (e con lei la serie originale australiana) avrebbe potuto prendere tante strade, ma la scelta è caduta sulla comedy: si tratta di una scelta che paga, perché il plot si presta a equivoci e contrasti. Allo stesso tempo, però, Anne Weisman (che si è occupata dell’adattamento), non ha spinto granché sull’acceleratore, rimanendo in una terra di mezzo poco ficcante, caratterizzata da personaggi che non colpiscono per la caratterizzazione e spesso hanno tratti eccessivamente calcati (l’insistenza su Julia in bicicletta lungo tutta la puntata per sottolineare il suo essere spirito inquieto). A fronte di un buon cast e di un ottimo spunto di partenza, Almost Family finisce per essere una serie del tutto innocua, che annacqua qualsiasi cosa in nome di una simpatia un po’ melensa.

È l’ennesima serie che non può essere stroncata, ma che non ha comunque elementi tali da poter entusiasmare lo spettatore e forzarlo a rinunciare a qualche altro titolo per dedicarsi alla visione. Il tempo è poco, la qualità è fondamentale: Almost Family non è una tragedia, ma non ne ha abbastanza.

Perché guardare Almost Family: per la leggerezza e la bontà dello spunto

Perché mollare Almost Family: perché è innocua all’ennesima potenza

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