8 Maggio 2020

Westworld terza stagione: la recensione a due voci e molti punti di La Redazione di Serial Minds

Nella redazione di Serial Minds c’era troppo disaccordo sulla terza stagione di Westworld, non poteva scriverne uno solo, così ci abbiamo ravanato entrambi

SPOILER SU TUTTA LA STAGIONE

Il 15 marzo andava in onda – su HBO e in Italia su Sky Atlantic – la prima puntata della terza stagione di Westworld. L’isolamento era iniziato da una settimana ed erano i giorni in cui tutti avevamo avuto l’idea di fare una diretta Instagram. Noi compresi. E il tema non poteva che essere proprio la prima puntata della nuova stagione di Westworld, che ci aveva divisi in modo piuttosto netto, con la classica ripartizione di Serial Minds che vede il Castelli poliziotto buono e il Villa poliziotto cattivo.
Ci piacerebbe raccontare un’evoluzione clamorosa dei giudizi, che nel corso della stagione abbia portato a un ribaltamento delle posizioni. No, non è andata così: al Villa è piaciuta sempre meno, fino a sfociare nell’irritazione. Al Castelli è continuata a piacere, pur con una quantità piuttosto importante di distinguo.
Questo ha significato che ogni mercoledì notte, quando il Villa riusciva finalmente a recuperare la puntata settimanale, ci fosse un rapido scambio di messaggi in cui il sopracitato usava espressioni censurabili per giudicare la serie, mentre il Castelli continuava a difenderla. 
Per fare il punto della questione al termine della stagione, abbiamo quindi scelto di usare uno schema simile, con una serie di veloci botta e risposta divisi in varie sezioni.

(Si noti fra l’altro che questa introduzione sembra scritta da una terza entità: è Rehoboam)



Giusto per fare un riassuntino del finale.
Vediamo il primo incontro fra Caleb e Dolores (quando lui era un militare sotto addestramento e lei una vittima designata nel Parco numero 5, aperto solo ai soldati). Scopriamo che la chiave per accedere al paradiso dei robot è dentro Bernard e non dentro Dolores. L’ex contadinella affronta per l’ultima volta Maeve e sembra avere la meglio, ma una Charlotte virtuale nella sua testa la sabota e ne permette la cattura e la consegna a Serac. Il francese si scopre essere egli stesso una pedina di Rehoboam, che gli suggerisce pure le frasi da pronunciare, e prova a “torturare” Dolores cancellando selettivamente la sua memoria per trovare l’accesso al famoso paradiso. Sarà Maeve, convinta dalla stessa Dolores, a ribellarsi a Serac, consentendo alla ormai ex nemica di distruggere Rehoboam, liberando un’umanità a quel punto preda del caos, ma pronta a un mondo nuovo.
Un mondo in cui non ci sarà più il “vero” William, ucciso da una sua copia agli ordini di Charlotte dopo i titoli di coda. E un mondo in cui Bernard è andato nel paradiso androide e ci è stato per quanto, anni? Comunque un bel po’, a giudicare dallo strato di polvere che lo avvolge quando torna nel mondo umano, pronto a dare il via a una post-apocalittica Westworld 4.

Scrittura
Villa: C’è un motivo per cui ci siamo innamorati di Westworld: la perfezione della scrittura della prima stagione. Personaggi affascinanti, meccanismi perfetti e come risultato una tensione costante, puntellata da colpi di scena. Ve le ricordate tutte le teorie che ci siamo sparati all’epoca? Già la seconda stagione si era impantanata a lungo, salvo riprendersi con un finale denso di spiegoni, ma che avevamo accettato di buon grado, ancora influenzati dal livello della prima stagione. Ma la terza è uno sfacelo, tutta sbagliata. Non c’è un cuore narrativo che riesca a catturare l’attenzione, perché gli otto episodi sono la riproposizione delle stesse dinamiche, senza alcuna variazione. Provate a pensarci: se avessero ridotto la serie da 8 a 3 episodi, ci sarebbe stata qualche differenza? Purtroppo no.

Castelli: Per me il cuore narrativo invece c’è, e anche molto chiaro, cioè il tentativo, allargando la storia oltre il parco, di mostrarci un’umanità che è a sua volta trasformata in burattino. Questa è la principale, e più che esplicita, idea di scrittura che sottende tutta la stagione, e che ha permesso la nascita di altre buone idee e piccoli tocchi di classe, compresi certi spiegoni che riescono a risultare comunque interessanti per chi ha interesse nei temi trattati. Sono però purtroppo d’accordo col Villa sul problema quantitativo: se pure ci sono buone idee, sono però allungate e sbrodolate su otto episodi in cui troppo spesso arrivano riempitivi action di poca importanza, e sviluppi che sono apparsi fragili o quasi abbozzati (come quasi tutti i dialoghi con Caleb), in cui si vedeva la presenza di una cornice, ma anche la difficoltà a curare il dettaglio con la stessa precisione della prima stagione.

Ambientazione
Villa: Per dirla semplice: la terza stagione di Westworld è una serie che non è più Westworld, che non ha nulla di ciò che l’ha resa un grande prodotto, se non un discorso ripetuto allo sfinimento sul libero arbitrio. Cambiare radicalmente setting è segno di coraggio, ma il cambio deve essere accompagnato da un rilancio: devi convincere gli spettatori che una storia del tutto nuova e lontana da quella a cui sono abituati è la soluzione migliore. Ovviamente il rilancio non c’è stato: se questa fosse stata una nuova serie tout-court, probabilmente non sarei andato oltre il primo episodio, tanto è basso il livello di stimoli e spunti che contiene. E poi: ma tutte quelle scene di combattimento? E su dai…

Castelli: Per me invece il cambio di setting era semplicemente inevitabile dopo gli eventi della seconda stagione (che siano piaciuti o meno). Stare ancora dentro il parco non aveva più senso. La nuova ambientazione pienamente futuristica e molto più “umana” è per me la scelta migliore della stagione, e anche quella più curata in termini di scenografia e oggetti di scena. I veicoli, le tecnologie, gli stunt, tutto fatto a modino. Diverso, sì, ma inevitabile.

Regia
Villa: La regia è pulita, ben fatta, oserei dire anche elegante. Ma lì si ferma, non riuscendo in nessun modo a compensare la tragedia che si è consumata a livello di scrittura. È però visiva l’unica bella intuizione della stagione, ovvero la resa grafica del disordine sociale, sintetizzato in un cerchio che si slabbra quando il corso degli eventi devia dal prestabilito.

Castelli: Sono abbastanza d’accordo, nella misura in cui Westworld rimane al top in termini di valori produttivi, e quando ci capiti sopra lo vedi subito che siamo a un altro livello. Purtroppo i problemi della scrittura non possono essere tutti risolti da un colpo di classe registico (per esempio, i combattimenti sono quasi tutti belli, ma che siano “troppi” non è cosa che la regia possa risolvere). E mi spiace per alcune cadute inaspettate, come la puntata in cui Caleb si prende la droga metatestuale, che si risolve in qualche filtro piazzato sulla sua vista e poca o nessuna conseguenza per il personaggio. Un po’ pochino.

Personaggi e cast
Villa: Se hai una brutta trama, ma dei buoni personaggi, in qualche modo ti salvi. Ma se hai una trama mediocre e dei personaggi che non stanno in piedi, non hai nessuna speranza. Il vero buco nero della terza stagione di Westworld sono i personaggi ed è piuttosto imbarazzante per una serie che ha già uno storico di venti episodi e un cast che è sempre stato punto di forza. E invece. Rapida rassegna: Dolores non ha la minima profondità, sembra il robottino della Duracell che va avanti senza mai fermarsi finché ha la batteria carica: non riesce a trasmettere nessun tipo di passione o di identificazione, dopo essere stata invece il punto di riferimento per due stagioni. Implosa, svanita. Puff. Accanto a lei il personaggio più insulso, il Caleb di Aaron Paul: fuori contesto dal primo episodio, continua a galleggiare in un limbo in cui sembra non capire nulla di ciò che lo circonda, trascinato dagli eventi e immerso in un continuo rimestare in un passato di cui allo spettatore interessa meno di zero. Nettamente migliore la presentazione del Serac di Cassel, la cui caratura di villain viene però demolita puntata dopo puntata: incapace di rispondere agli attacchi che subisce, il supercattivo che controlla il mondo crolla senza quasi opporre resistenza. Glisso su Maeve, ancora più piatta di Dolores. La chiusura la merita tutta Bernard, che nelle ultime due stagioni si è mosso nella serie con lo stesso carisma di un Roomba alla scoperta di una nuova stanza di casa: personaggio chiave della prima stagione, è quello che porta addosso i segni più evidenti della caduta della serie.

Castelli: Purtroppo devo essere d’accordo, soprattutto su Caleb, che è forse la delusione più grossa della stagione, perché è un personaggio senza scopo per quasti tutti gli otto episodi, e a cui vengono appiccicati i gradi di leader semplicemente perché a Dolores è stato simpatico una volta, qualche anno fa. E Aaron Paul fatica da matti a dargli uno spessore che vada oltre 3-4 faccette sofferenti. Serac un po’ meglio, e nemmeno mi dispiace l’idea che alla fine sia comandato da Rehoboam, l’ho trovata una scelta azzeccata e per questo lo salvo. La sfida Dolores-Maeve a conti fatti è poca cosa, sempre piuttosto forzata, e Dolores, che sembrava dovesse diventare il vero villain della stagione, si trasforma invece in liberatrice del genere umano, ma senza che il passaggio funzioni davvero come “sorpresa”, e con metà episodio finale in cui praticamente non fa nulla, perché in stato semi-comatoso. Invece non sposo le critiche a Bernard. Lasciate stare Bernard. Amo Bernard, e due delle scene migliori del finale sono per lui: quando va a trovare la moglie di Arnold, e quando alla fine si carica sulle spalle il peso del cliffhanger, mostrandoci la polvere che ha coperto il mondo mentre lui cazzeggiava nel Sublime.

Il Finale
Villa: A caso, come buona parte della stagione. Manca del tutto una progressione narrativa: il finale sarebbe potuto arrivare al quarto episodio e nessuno si sarebbe accorto della differenza. Ovviamente nelle puntate succedono eventi più o meno grandi, ma non provocano mai cambiamenti sui personaggi. Gli unici ad avere un arco di effettivo cambiamento sono Hale e William, che non sono esattamente al centro del racconto (e sul senso di William nella stagione potrei aprire un altro lunghissimo paragrafo). La rappresentazione cristologica di Dolores assume i tratti del ridicolo.

Castelli: Non sono per niente d’accordo sul fatto che il finale sia a caso. Questo episodio chiude buona parte dei fili narrativi nel modo in cui era logico facesse, arrivati a questo punto. Il percorso di Dolores mi sembra tutt’altro che nullo, visto che cambia completamente obiettivi e “status” rispetto alla premiere. E le due scene dopo i titoli di coda sono molto potenti. Semmai, il problema è proprio che è un finale che non sorprende, perché ormai si era capito che si finiva lì, e che è comunque troppo lungo, perché le stesse identiche informazioni si potevano veicolare con 20 minuti buoni in meno, e il ritmo ne avrebbe guadagnato. È un finale “giusto”, ma messo in scena con poco mordente.

Impianto filosofico
Villa: Ma di cosa stiamo parlando. Westworld parla di libero arbitrio dalla prima stagione: là era un discorso sensato, calato in una trama che funzionava. Nella seconda stagione si è pasticciato un po’ tutto, ma la ribellione segnava un salto di qualità nel discorso filosofico di fondo. Qui invece siamo di fronte a una ripetizione continua, stanca e senza alcuna energia. I robot che ridanno la libertà agli uomini sono ovviamente uno spunto interessante: difficile affogarlo in modo peggiore.

Castelli: Come detto più sopra, per me il ribaltamento fra gli host comandati dagli umani, e gli umani comandati da Rehoboam, di per sé funziona. Anche perché è un tema più generale della contemporaneità, che stiamo ritrovando anche in altre serie e film di questi mesi. Il problema riguarda la sua difficoltà nel reggere praticamente da solo otto episodi lunghi, e probabilmente anche il fatto che, mentre nella prima stagione ci trovavamo a empatizzare con gli androidi, stavolta non possiamo provare lo stesso senso di straniamento, considerando, fra l’altro, che non ci sono personaggi umani che ci trasmettano le stesse sensazioni dei robot della prima stagione.

Valutazione generale
Villa: È stato bellissimo, poi lo è stato molto meno, ora non lo è per niente. Una stagione che fatica sotto ogni punto di vista e che – a conti fatti – non aveva ragione di esistere. Westworld è finita con Dolores che esce dal parco. Quella che è venuta dopo è una serie nuova che non ha saputo trovare le proprie coordinate, finendo per girare in tondo su se stessa. Arriverà la quarta stagione, per quelli che saranno ancora interessati.

Castelli: Io la prossima volta sarò ancora qui. Questa stagione ha avuto dei problemi, alcuni pure grossi, ma anche molti spunti interessanti e intuizioni azzeccate. Che non sia al livello della prima stagione mi sembra evidente, ma non ho perso l’interesse verso ciò che accadrà a questa gente (a parte Caleb), e soprattutto mi interessa vedere come il discorso sul libero arbitrio, trasformato da Bene Supremo e necessario a Fonte del Caos, evolverà in uno scenario ancora diverso rispetto a quest’ultimo giro di giostra.

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