10 Febbraio 2021

The Equalizer: Queen Latifah a caccia di cattivi di Diego Castelli

The Equalizer era una vecchia serie, poi diventata film, e ora tornata serie: e stavolta tocca a una donna diventare paladina degli indifesi

Nel 1985 approdò su CBS una serie dal titolo “The Equalizer” (poi tradotta in italiano come “Un giustiziere a New York”), in cui un ex agente di una misteriosa agenzia governativa diventava paladino della giustizia combattendo i criminali in quel sottobosco privo di distintivi che da sempre attrae gli eroi letterari e cinematografici. Anni dopo, nel 2014, Denzel Washington raccolse le redini di quel concept per un film omonimo di discreto successo e buona qualità (nel suo genere action-crime), e ora è tempo per la terza versione di quella stessa storia.
La novità, come spesso ci capita di vedere di questi tempi, riguarda soprattutto un ribaltamento di genere nel protagonista, che smette di essere un uomo e diventa Queen Latifah.

Al secolo Dana Elaine Owens, Queen Latifah è una che in vita sua ha fatto qualunque cosa, quasi sempre con successo. Cantante, attrice, produttrice, ha messo le mani in pasta dappertutto, ricevendo nomination agli oscar, ai golden globe, agli Emmy, ai Grammy, insomma quello che volete, e in tempi in cui certi spazi per le donne (parliamo soprattutto in ambito musicale) erano quasi off limits. E ora si cimenta nella parte della giustiziera Robyn McCall (in originale il personaggio aveva lo stesso cognome ma si chiamava Robert), un’ex agente della CIA che ha lasciato l’Agenzia per stare più vicino alla figlia adolescente, ma soprattutto per allontanarsi dai fantasmi del passato e delle troppe vite non salvate.
Robyn non sa ancora bene cosa fare della propria vita, ma quando finisce quasi per caso ad aiutare una ragazzina trovatasi nel posto sbagliato al momento sbagliato, capisce che può mettere le sue molte abilità, sviluppate in una vita passata sul campo, al servizio dei più deboli, di quelli che non hanno nessuno a cui rivolgersi.
Ad aiutarla ci sono Harry (Adam Goldberg), hacker provetto, Mel (Liza Lapira) abile cecchina, William (il buon vecchio Chris Noth) che ancora per la CIA ci lavora o quasi, e il detective Marcus Dante (Tory Kittles) con cui all’inizio c’è qualche screzio, ma che in fondo è nu bravo guaglione.

La nuova The Equalizer è adattata per il 2021 da Andrew W. Marlowe e Terri Edda Miller e forse vale la pena di dirsi subito una cosa importante: non è niente di che.
Siamo ancora alla prima puntata, è sicuramente presto per trarre conclusioni definitive su quello che sarà lo sviluppo del personaggio e la ramificazione di una storia personale che comprende molti antichi fantasmi e chissà quali evoluzioni catartiche in futuro, ma da un punto di vista strutturale The Equalizer è un normalissimo crime. L’obiettivo è quello dell’onesto intrattenimento tipico della maggior parte dei prodotti di CBS, ma allo stesso tempo non ci si allontana mai da quello schema lì, senza particolari slanci creativi ma con i classici difetti del genere, che spesso c’entrano qualcosa con la rapidità con cui è necessario risolvere i casi, disseminando l’episodio di piccoli colpi di fortuna e di operazioni tecnologiche ben oltre il limite della fantascienza.
Se però siete appassionati/e del genere e non avete avuto problemi con quasi due decenni di CSI e del loro zoom perennemente definito, non dovrebbe essere un problema seguire le avventure di Robyn McCall (con la differenza, ovviamente, che CSI era un’innovazione pazzesca, per l’epoca, mentre The Equalizer non lo è).

A fronte di questa blanda ordinarietà, che resta un difetto importante ma può anche essere quello che banalmente si cerca da questo tipo di prodotti, è comunque evidente che il ragionamento più serio va fatto sull’operazione a monte, cioè la scelta di una donna per la parte di McCall.
L’intento, abbastanza evidente e politicamente impegnato, se possiamo dire così, riguarda la volontà di mettere una donna in una parte tradizionalmente maschile, e vedere cosa succede.
Se fosse una sostituzione pura sarebbe poco rilevante. In questo senso, il fatto che Robyn abbia lo stesso passato oscuro, lo stesso presente complicato, e le stesse abilità di un uguale personaggio maschile in questo contesto, potrebbe essere politicamente importante, ma artisticamente dimenticabile. Bisogna però ammettere che c’è lo sforzo di virare effettivamente quel tipo di figura (l’eroe ombroso e segnato dal passato) verso l’area più femminile dello spettro in cui non mancano una buona dose di empatia verso il prossimo e una precisa volontà di non rinunciare a certe aspetti esteriori della femminilità.

In questo senso la scelta di Queen Latifah può funzionare. Solida nella recitazione e prorompente nel carisma, l’attrice funziona sia nella parte della madre frustrata, affaticata e amorevolmente preoccupata dalla figlia ribelle, sia in quella di rocciosa leader di un piccolo gruppo di Robin Hood, perché sa alternare diversi registri e può fare la Sherlock Holmes della situazione così come la snocciolatrice di frasi ad effetto.
C’è solo un ambito dove finisce col risultare poco credibile, ed è quello dell’azione pura. Non so se dico una cosa impronunciabile di questi tempi, ma che una donna di cinquant’anni, non certo simbolo di atletismo, possa sgominare a mani nude una banda di cinque malviventi armati, muovendosi alla velocità di un ninja da cartone animato giapponese, temo sia una cosa un po’ goffa.
E intendiamoci, parliamo di credibilità, non di “realismo”, e non c’entra nulla col fatto che sia donna, perché se ci fossi io in quella situazione sarebbe ridicolo ugualmente, considerando che sono uno che dà l’idea di potersi strappare la schiena alzandosi dal letto. E sarebbe al contrario ben più accettabile se al suo posto di fosse la Gina Carano prima maniera, o che ne so, l’intramontabile Ming-Na Wen di Agents of S.H.I.E.L.D., o la Zoe Saldana di Colombiana.
Nel caso di Queen Latifah, però, l’impressione è che la foga dell’inclusività abbia spinto verso un concetto (“tutte le donne possono fare tutti i ruoli, mantenendo sempre la stessa pettinatura”) che naturalmente non è contemplato neppure per gli uomini, visto che nessuno ha mai chiesto a Woody Allen di sostituire The Rock nella saga di Fast & Furious.

A parte questo dettaglio un po’ forzato, per il resto The Equalizer prova a fare il suo onesto lavoro di intrattenimento, in un genere e su una rete che su questo tipo di offerta ha fondato anni di successi.  Se è quello che cercate, bene, se invece dalla serialità volete un livello più alto di ricerca stilistica, visiva o filosofica, allora cercate altrove.

Perché seguire The Equalizer: se vi piacciono i classici crime di CBS, eccone un altro, e Queen Latifah funziona quasi sempre.
Perché mollare The Equalizer: non fa praticamente alcuno sforzo per uscire dalla sua mattonella, col concreto rischio di essere semplicemente perdibile.



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