21 Aprile 2021

Mare of Easttown: HBO, Kate Winslet, e siamo a posto di Diego Castelli

Mare of Easttown è una crime story di provincia che scava in un disagio di quelli pesanti, ma che sconfinano nella poesia

Pilot

Una cittadina di provincia.
Un omicidio da risolvere.
Una detective con un sacco di problemi in famiglia e poca voglia di ottimismo.
Un pilot molto preparatorio in cui sembra succedere relativamente poco.
Detta così parrebbe la solita cosa, tutta da sbadigliare.
E poi però è HBO.
E la protagonista è Kate Winslet.
E quel pilot così preparatorio è carico di una tensione inaspettata, palpabile.

Questa, in sostanza, la reazione di fronte al primo episodio di Mare of Easttown, miniserie HBO (in arrivo su Sky a giugno), creata da Brad Ingelsby e interamente diretta da Craig Zobel. Kate Winslet, come accennato, interpreta Mare Sheehan, una detective da paesello di provincia, che da un anno non riesce a risolvere la scomparsa di una ragazza, figlia di una sua vecchia compagna di squadra, quando ancora faceva applaudire il pubblico come piccola campionessa del basket locale.
Mare (il cui nome significa “giumenta”, letteralmente) è una donna non ancora “vecchia”, eppure già nonna, e in generale appesantita da una vita fatta di molti problemi e non troppe soddisfazioni. L’ex marito si sta risposando, la figlia non le dà granché retta, il lavoro va così così, trovare un uomo non sarebbe male, ma è una cosa a cui fa perfino fatica a pensare.
In questo contesto fatto di giornate e persone sempre uguali, di scarsa soddisfazione e poche prospettive, si inserisce poi la storia di una giovane ragazza-madre che tenta di tirare su il suo bambino circondata da freddezza quando va bene, e aperta ostilità quando va male. Una madre dal futuro tragico che innescherà nuova oscurità e nuovi problemi.

Ce lo siamo detti all’inizio: di crimini nelle cittadine di provincia, con la loro bella spalmata di disagio esistenziale, ne abbiamo visti parecchi, quindi Mare of Easttown non può basare il suo appeal sull’originalità del concept. Deve puntare tutto su atmosfera e messa in scena.
Per nostra fortuna, sotto questo aspetto non ne sbaglia una. I 58 minuti del pilot, che servono soprattutto a presentarci la vita privata e professionale di Mare e quella della giovane Erin, non puntano al contrasto fra una facciata felice e un’oscurità nascosta, come spesso accade in questi casi. La facciata felice non c’è proprio, e Easttown si rivela subito per quella che è: un postaccio dimenticato da Dio e dagli uomini, in cui è tutto sempre uguale, non c’è margine di crescita e non c’è spazio per chissà quale speranza. L’unica gioia (fittizia, posticcia, forzata) arriva da un passato lontano in cui Mare e le sue amiche erano famose per il basket. Ma è trascorso un quarto di secolo, e festeggiare ancora quella mitica partita, quando nel frattempo è successo di tutto (e quasi sempre un tutto “brutto”), rende gli applausi e i festoni ancora più amari.

Easttown è un posto dove tutti conoscono tutti, dove gli stranieri che arrivano da fuori (tipo Guy Pierce) sono l’unica fonte di potenziale intrattenimento, e dove soprattutto sembrano mancare le vie d’uscita: è evidente che a Mare la sua città non piace granché, ma è altrettanto evidente che non riesce e non è mai riuscita ad andarsene.
Questa sensazione di confinamento, di gabbia, di una comunità che soffoca più che nutrire i suoi componenti, è il cuore più profondo di una miniserie che lascia poco o nulla al divertimento più leggero, ma che riesce ad attirarci nei suoi perversi meccanismi grazie all’umanità e al realismo di personaggi e situazioni, e alla creazione di alcune figure-chiave del cui destino ci interessa fin da subito, perché percepiamo con forza il desiderio di un riscatto, di un guizzo fuori dalla mediocrità.
In tutto questo, Kate Winslet – al ritorno in tv dieci anni dopo Mildred Pierce – batte tutti per distacco. La sua Mare è una donna sostanzialmente stanca, fisicamente e moralmente, ma in cui ancora arde una scintilla di orgoglio quasi piccato (specie in relazione al suo lavoro). Ed è a quella scintilla che chi guarda le sue vicende si aggrappa quasi subito, vedendo nel suo volto uno sfinimento con cui è facile rapportarsi, ma che lascia spazio alla promessa di cose più grandi.

L’ultima inquadratura non è altro che il mantenimento di quella promessa: nel corso della prima ora abbiamo assimilato un’ambientazione, un mondo, ne abbiamo colto con chiarezza le linee di forza e alcuni precari equilibri. In quel finale lento e tragico vediamo la piccola spinta che quegli equilibri li farà crollare uno a uno, costringendoci a rimanere inchiodati alla poltrona per assistere alla distruzione che la frana porterà con sé.
Non è matematico che il livello rimanga alto fino alla fine, anche perché è la serie stessa a giocare con equilibri non per forza solidissimi. Sarà quindi il caso di rivedersi alla fine per tirare somme conclusive.
Intanto però stiamo qui, perché Easttown è brutto posto, ma volenti o nolenti ci sentiamo già a casa.

Perché seguire Mare of Easttown: per il perfetto equilibrio fra atmosfera, scrittura e recitazione.
Perché mollare Mare of Easttown: se cercate una serie leggera, sappiate che qui siamo più dalle parti del buco nero.

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