12 Aprile 2022

Tokyo Vice: il ritorno di Michael Mann in tv è una serie elegante e metodica di Marco Villa

Un giornalista americano che cerca di entrare nel lato oscuro della capitale giapponese: Tokyo Vice è una serie elegante e coinvolgente

Pilot

Nella prima puntata di Tokyo Vice ci sono morti, minacce, esibizioni di forza, iniziazioni di vario tipo eppure il momento in cui mi ha conquistato non c’entra nulla con quello che normalmente finirebbe in un trailer. È nella prima delle tre puntate rese disponibili da HBO Max e non ha nemmeno per protagonista il personaggio principale. 

Siamo in un club alla moda di Tokyo, di quelli frequentati da ricchi e malavitosi e una ragazza bionda sta cantando una versione molto sensuale di Sweet Child O’ Mine dei Guns N’ Roses. Il ritornello è in inglese, la strofa in giapponese. L’attrice è Rachel Keller e in quei pochi minuti di performance riesce a sintetizzare tutto lo spirito dei primi episodi di Tokyo Vice, una serie elegante e ricercata, che fa della sospensione il proprio segno caratterizzante. Del resto, il nome di riferimento è quello di Michael Mann.

Il tempo sospeso è quello in cui canta Samantha, il personaggio di Rachel Keller, ma è anche quello in cui vive Jake Adelstein (Ansel Elgort, già protagonista di Baby Driver e del recentissimo West Side Story di Spielberg). Jake è un ragazzo americano appassionato di Giappone, che si trasferisce a Tokyo con il sogno di diventare il primo giornalista occidentale a scrivere per il più importante quotidiano giapponese. 

Dopo uno studio matto e disperatissimo della lingua, ci riesce, per scoprire però che la lingua non basta: quella la maneggia bene, in compenso finisce lost in translation (era ovvio che l’avrei citato, su) per molte altre cose. Prima di tutto sul ruolo stesso del giornalista nella società, poi nel rapporto con la polizia e la yakuza, la mafia giapponese e perfino nell’approccio con Samantha, che si siede al suo tavolo solo in cambio di costose consumazioni.

Fin dalla prima puntata è chiaro che il vero racconto di Tokyo Vice sia quello che accompagna Jake nella scoperta della parte profonda della città, strappando un velo dopo l’altro. L’obiettivo, però, non è la pura conoscenza: Jake vuole indagare sulla yakuza e sui suoi meccanismi, con un approccio che è a metà tra il giornalismo d’inchiesta e l’antropologia. La sua non è infatti la tipica indagine poliziesca, anche se la compie proprio con il supporto di un poliziotto, il detective Hiroto Katagiri (Ken Watanabe). Un’indagine che muove proprio dal primo incarico ricevuto al giornale e che lo porterà a confrontarsi con i vertici della yakuza.

Il titolo Tokyo Vice è un chiaro rimando a Miami Vice, di cui Michael Mann fu showrunner a cavallo tra anni ‘70 e anni ‘80, che raccontava una città sommersa che viveva legata a triplo filo allo smercio di droga. Il vero link però è con il film Miami Vice del 2006: grande cura estetica e stilistica e la sensazione costante di essere all’interno di una storia di enorme fascino. 

Anche in questo caso, lo stile è innegabile: nel primo episodio – diretto da Mann, che tornerà per gli ultimi due – Tokyo Vice crea la propria atmosfera con grande efficacia, giocando al millimetro con quella sospensione di cui si parlava in apertura, perfetto esempio di noir contemporaneo. A pagare dazio è un po’ la trama, che viene dilatata ai limiti del possibile, perché di fatto i primi tre episodi sono un unico grande pilot. Da un lato, questa scelta permette di entrare nel mondo di Tokyo Vice senza strattoni, dall’altro richiede con forza un cambio di passo nelle prossime puntate: la serie è firmata da J.T. Rogers, premiatissimo autore teatrale, uno che dovrebbe avere giusto un’infarinatura di come si scrive una storia.

Dovendo scegliere un aggettivo diverso dal solito, Tokyo Vice è una serie metodica: l’impressione è che non ci sia nulla lasciato al caso e che ogni tassello sia destinato a trovare il proprio posto. Con tutta la calma del mondo, certo, ma il ritmo è innegabilmente uno degli aspetti caratterizzanti di questa serie. Quanto siete disposti ad aspettarla?

Perché guardare Tokyo Vice: per la raffinatezza del suo mondo noir

Perché mollare Tokyo Vice: perché il ritmo non sarà mai vertiginoso



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