6 Ottobre 2022

Interview With The Vampire – L’ardua eredità di Tom Cruise e Brad Pitt di Diego Castelli

Che uno dice “un’altra serie tv sui vampiri”. Sì, però Interview With The Vampire veniva prima.

Pilot

L’altro giorno stavo parlando col Villa, e notavamo come AMC (la rete che negli anni ha dato i natali a The Walking Dead, Mad Men e Breaking Bad) sia rimasta sostanzialmente l’ultima pay tv americana “grossa e famosa” a non avere uno sbocco diretto e dichiarato nel mercato italiano, non avendo accordi esclusivi con alcuna piattaforma di streaming (Better Call Saul l’abbiamo vista su Netflix, The Walking Dead va ancora su Sky ecc) e non avendo nemmeno una piattaforma proprietaria sua (in America esiste AMC+, ma da noi non arriva).

Chissà dunque cosa succederà alla serie di cui parliamo oggi, che pur non avendo una destinazione già sicura, si porta dietro un nome e una fama che sicuramente ingolosiranno anche reti e piattaforme di casa nostra.
Parliamo di Interview with the Vampire, la serie tratta dall’omonimo romanzo di Anne Rice, già sbarcato al cinema quasi trent’anni fa in un film che, grazie alla presenza di Tom Cruise, Brad Pitt, Kirsten Dunst, Christian Slater e Antonio Banderas, ci ricordiamo bene ancora oggi.

Senza entrare in troppi dettagli, la storia produttiva di questa serie è interessante.
Le “Vampire Chronicles” di Anne Rice, cioè la saga letteraria vampiresca incentrata soprattutto sul personaggio di Lestat de Lioncourt (il vampiro interpretato nel film da Tom Cruise), era nata nel 1976, e per il successivo mezzo secolo è stata continuamente sotto l’occhio di produttori cinematografici e, più avanti, televisivi.

L’approdo dei vampiri di Anne Rice sullo schermo non è stato sempre facile e proficuo, se pensiamo che dopo il fortunato Intervista col Vampiro c’è stato un seguito (La Regina dei dannati) passato abbastanza sotto silenzio, e poi un lungo periodo di rimuginamenti, in cui la stessa Anne Rice, in compagnia del figlio Christopher, cercava di capire come meglio sfruttare i diritti delle sue opere.

Per farla breve, dopo vari passaggi e soggetti coinvolti, fra cui Paramount e Hulu, alla fine è stata AMC Networks ad aggiudicarsi i diritti di ben 18 romanzi di Anne Rice (compresa la saga di Lestat e la trilogia Lives of the Mayfair Witches), con l’idea di trasformare il tutto in un discreto numero di progetti televisivi nei prossimi anni.
La cosa che più mi interessa di tutta sta baraonda, giusto perché sono un tenerone, è che questo era il vero desiderio di Anne Rice, resasi conto nel corso degli anni, e considerando l’enorme crescita qualitativa dei prodotti televisivi, che i suoi vampiri potevano trovare giustizia solo nel racconto ampio e arioso che la serialità televisiva può garantire.

Anne Rice è morta a dicembre 2021, quindi non ha fatto in tempo a vedere nascere concretamente il suo progetto, ma da serialminder quali siamo non possiamo che rendere omaggio a un’autrice che (come già accaduto per esempio con George R. R. Martin e Game of Thrones) ha contribuito a certificare la capacità delle serie tv di essere il vero e naturale sbocco audiovisivo delle saghe di romanzi.

Chiusa la parentesi produttiva, veniamo a noi.
Creata da Rolin Jones, la Interview with The Vampire di AMC ripresenta la storia che già conosciamo, con qualche cambiamento importante.
Il vampiro intervistato del titolo è Louis de Pointe du Lac, che al cinema era Brad Pitt e qui è interpretato da Jacob Anderson (il Verme Grigio di Game of Thrones). Louis, nel nostro presente, racconta la sua vita a Daniel (Eric Bogosian), un giornalista con cui aveva già parlato anni prima, e che ora si appresta a sentire la vera storia di Louis, che fu trasformato in vampiro proprio dal famigerato Lestat.

In questa versione, Louis è nero e gay, e se pensate che ci sia all’opera la famigerata inclusività, è vero solo in parte.
È infatti vero che nel romanzo Louis era bianco, e anzi era padrone di una piantagione e proprietario di schiavi. In questo caso, Jones ha dichiarato che di questi tempi parlare di piantagioni e schiavi non sarebbe importato nessuno, e quindi ha trasformato Louis in un imprenditore degli anni Dieci del Novecento, che proprio perché nero è costretto a costruire il suo business in un ambito di legalità grigia, in mezzo a bordelli e spaccio. Insomma, un twist probabilmente dettato dal segno dei tempi, ma comunque pensato per essere organico e coerente.

Sul fronte della sessualità, invece, la nuova Interview With The Vampire è perfino più aderente al romanzo rispetto al vecchio film: la tensione omoerotica fra Louis e Lestat era infatti evidente sulla pagina scritta, e confermata dalla stessa Anne Rice, ma era stata eliminata quasi completamente dal film del 1994, che all’epoca non voleva rischiare di essere… “troppo”.

Siamo dunque in presenza di un’operazione insieme più moderna ma anche più filologica, in cui ci si prende tutto il tempo per esplorare background e sottostorie che il film con Tom Cruise, a suo tempo, non aveva il tempo di trattare.
Rivisto oggi (me lo sono riguardato prima di vedere il pilot), il film di Neil Jordan appare pure un po’ invecchiato, sia negli effetti speciali che nella messa in scena, e per noi serialminder suona frettoloso pure senza aver ancora visto la serie.

Guardando il primo episodio, ci si rende conto che racconta cose che nel film erano appena accennate in pochissimi minuti, e sospetto che questo possa fare la gioia proprio dei fan di Anne Rice, che possono sperare in una ripresa integrale (pur con le differenti sfumature) del materiale di partenza.

Non so bene l’effetto che farà invece su tutti gli altri, perché a un certo punto di questa recensione una cosa va detta: pensavamo che il periodo dei vampiri in tv fosse passato, ora invece AMC rilancia pesantemente, e per quanto i vampiri di Anne Rice vengano cronologicamente prima di tutti gli altri, in tv ci arrivano per ultimi, e la nostra predisposizione a buttarci in una storia di succhiasangue potrebbe essere diversa rispetto a che ne so, quindici anni fa.
Ma vabbè, questo era un inciso.

Manca ancora un pezzo del puzzle, che nel pilot ancora non c’è.
Parliamo di Claudia, la ragazzina interpretata nel film da Kirsten Dunst, che diventa elemento fondamentale della strana relazione a tre che è il fulcro della storia di Interview With The Vampire.

Claudia viene trasformata quando è ancora bambina (nella serie sarà in realtà un’adolescente interpretata da Bailey Bass), e da lì smette di invecchiare, diventando il simbolo molto potente di un’immortalità vampiresca che è insieme dono e maledizione, relazione perenne ma anche inevitabilmente disfunzionale.

La storia di Louis, Lestat e Claudia è la storia di esseri fuori dal tempo che si beano della loro superiorità rispetto agli umani, ma sotto sotto ne soffrono, provando disgusto delle proprie necessità di sangue, sentendo la mancanza della luce del sole, percependo la propria alterità in modo doloroso (naturalmente con differenze decisive fra i personaggi, perché Lestat è il vampiro più felice della sua condizione, mentre Louis quello che più ne sente il peso).

Senza essere un conoscitore dei romanzi di Anne Rice, mi sembra comunque di poter dire che sia stato proprio questo equilibrio fra potere e malinconia, fra invidia nei confronti dei vampiri e repulsione per il loro stile di vita, a decretare il successo di un film che, pur coi suoi difetti e una certa bigotteria, riuscì comunque a trasmettere un preciso senso di tensione morale e filosofica.
Questo oltre al fatto che Brad Pitt in quel film è un figo mondiale.

Basandoci sul solo primo episodio, da cui come detto manca ancora il pezzo importante di Claudia, Interview With The Vampire sembra voler nuovamente ritrovare quella tensione, e le cose che aggiunge (come il rapporto gay fra Louis e Lestat) non vanno a cambiare la struttura di fondo.

Quello che percepiamo, nel corso di un pilot girato con buona ricchezza produttiva e dispiego di mezzi importanti, è di nuovo la frizione fra un’attrazione quasi mistica verso il vampirismo, e la coscienza della sua depravazione.
Anne Rice diceva che i suoi vampiri erano “lost souls”, anime perse, e la serie sembra voler rispettare questa visione.

C’è ancora molto da raccontare, questa premiere si dedica molto setting e non finisce nemmeno di costruire tutta la relazione principale, e quindi un giudizio definitivo sarebbe molto prematuro, più di latre volte.
In più, le potenzialità seriali di cui abbiamo parlato all’inizio, quelle che consentono di affrontare con respiro più ampio le idee dell’autrice originale, possono pure mostrare delle fragilità, dal momento in cui un’intera serie fondata su un triangolo malato e oscuro va gestita con una certa bravura per evitare che diventi troppo pesante o ripetitiva.

In attesa di capire che direzione prenderà lo show, e se saprà mantenere le promesse di un pilot comunque robusto, mi sento però di fare una critica specifica, per un problema che potrebbe diventare grosso (se già non lo è).

Siamo nell’ambito della più totale soggettività, quindi prendetela con beneficio di inventario, ma per me c’è un discreto problema di casting.
Se diamo per scontato che una storia come questa, completamente dominata da tre personaggi principali, ha bisogno che quei tre siano fortissimi, capaci di bucare lo schermo al primo colpo, ecco, avendo visto solo due terzi di questa piccola banda, ce n’è già uno che non mi piace.

Non parlo di Louis, perché mi sembra che Jacob Anderson stia facendo un buon lavoro, e quando lo conoscevamo come Verme Grigio già sapevamo che poteva essere funzionale a un personaggio tormentato e pieno di pensieri.
I problemi li ho con Lestat, che dovrebbe essere IL protagonista di questa saga, presa nel suo complesso.
Al cinema, come detto, era interpretato da Tom Cruise, mentre in tv ha il volto di Sam Reid, attore australiano recentemente co-protagonista della serie The Newsreader con Anna Torv.

Reid è chiamato a interpretare un personaggio capace di gettare sulle persone che lo circondano un fascino magnetico dalla potenza espressamente magica, e per me, per ora, non ce la fa.
Mentre guardavo l’episodio, non riuscivo a convincermi del tutto, intimamente, che Louis potesse essere così affascinato da Lestat, e per quanto, naturalmente, ci sia di mezzo una capacità manipolatoria soprannaturale che va accettata in quanto tale, si sente comunque la mancanza di una o due tacche di carisma.

Possibile che sia solo un’impressione iniziale, e che la cosa possa andare migliorando. Ma per dire, anche nelle scene in cui Lestat si trova a esplicitare i suoi poteri sugli umani, a me resta sempre quel senso di incompiuto, come se ci fosse la faccia sbagliata nel ruolo giusto.

Sperando che questa sensazione migliori, e rimanendo per un attimo in sospeso dopo un pilot di evidenti potenzialità non del tutto esplose, chiudo con un tecnicissimo “vedremo cosa succederà”.

Perché seguire Interview With The Vampire: buon livello produttivo per l’inizio di una saga seriale potenzialmente molto articolata.
Perché mollare Interview With The Vampire: se il pilot non “spacca” di brutto, è per via di scelte di casting non tutte perfette. E poi oh, è una serie sui vampiri, magari non vi va perché anche basta.



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