23 Maggio 2023

Bupkis – La rilassata follia di Pete Davidson (e Joe Pesci!) di Diego Castelli

Nella tradizione dei Seinfeld, dei Larry David e dei Louis CK, in Bupkis Pete Davidson interpreta una versione (ancora più) pazzarella di se stesso

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Ormai, e non da oggi, rappresenta un genere a sé stante: parliamo delle comedy in cui il protagonista è un comico americano che interpreta una versione parallela di se stesso, solitamente più bizzarra, sfigata, problematica, e sicuramente più povera.
Negli anni Ottanta fu Jerry Seinfeld, seguito a ruota dal suo amico Larri David con Curb Your Enthusiasm. E negli ultimi anni abbiamo avuto molteplici esempi di questa tecnica, da John Mulaney a Lisa Kudrow, passando per il Matt LeBlanc di Episodes (con una sfumatura narrativa diversa, ma il concetto era quello). Anche se il migliore di tutti, parlando del passato recente, resta probabilmente Louis CK con la meravigliosa Louie.
E adesso siamo qui a parlare del turno di un comico neanche trentenne, ma di cui ormai si parla da tanto tempo, e in tanti modi: Pete Davidson.

La serie in questione è Bupkis, disponibile su Peacock (non ancora in Italia, e chissà quando).
Con essa, proprio come Larry David e Louis CK, Davidson sembra voler costruire un’unica grande sessione di autoanalisi con cui affrontare, rielaborare, mettere in piazza i propri demoni, con la speranza di capirci qualcosa e, già che c’è, far divertire chi guarda.

Il titolo della serie è una parola Yiddish che significa “niente”, o “pochissimo”. Viene pronunciata fin da subito da una voce fuori campo che avverte lo spettatore del fatto che alcune cose che vedremo sono ispirate a fatti e persone reali, ma ampiamente romanzate e rimaneggiate a scopo di intrattenimento.
Quel messaggio si conclude con un “It’s Bupkis” che è sì il titolo della serie, ma anche una specie di dichiarazione d’intenti: è niente, stiamo per vedere il niente.

Bastano pochissimi minuti del primo episodio per rendersi conto che quel niente si sostanzia prima di tutto in una specie di sindrome dell’impostore.
Pete Davidson è diventato famoso dopo il suo ingresso nel Saturday Night Live nel 2014, e da allora ha prodotto speciali comici, ha partecipato a numerosi film, ha fatto parlare le riviste di gossip per diversi flirt con alcune bellissime dello show business (a partire da Ariana Grande ma arrivando anche a Margaret Qualley, che da queste parti adoriamo tantissimo).
Soprattutto, ha avuto un rapporto non esattamente sanissimo con alcol e droghe, al punto che il Pete che troviamo all’inizio di questa serie non è un talentuoso comico, produttore, attore, ma uno sfigato assoluto che vive con la madre, non sa cosa fare della propria vita, sbaglia praticamente ogni scelta, e vive malissimo una celebrità che gli attira addosso soprattutto insulti.

La prima scena di Bupkis potrebbe sembrare emblematica, e pare quasi concepita per far scappare le persone: durante un gioco sessuale virtuale, per una serie di inciampi e coincidenze Pete si trova ad avere uno orgasmo… sulla maglietta della madre, appena entrata nella stanza.

È una scena grottesca e abbastanza disgustosa, con la quale Davidson sembra dire “io sono questa roba qui, prendere o lasciare, e scusate”. E in parte sarà così, nel senso che Bupkis è effettivamente una serie scorretta, spesso trash, che alterna continuamente alto e basso, ma che nel complesso sembra orgogliosa del suo non-essere troppo raffinata.

Ma si farebbe un errore ad etichettarla come la versione vanziniana di Louie, perché in realtà, fra una gag e l’altra, Davidson mette effettivamente in scena un percorso preciso del suo personaggio, che parte dal basso di una vita sconclusionata, passa attraverso la presa di coscienza di errori e mancanze, e arriva al tentativo di migliorare.
Dove quel migliorare è prima di tutto provare a liberarsi del peso della dipendenza da alcol e droghe, secondo un meccanismo che non ci è certo sconosciuto, ma che Davidson riesce a rendere personale grazie a un sistema di personaggi abbastanza peculiare e una comicità che resta comunque pienamente sua.

Vale la pena parlare del cast.
Il Pete Davidson di Bupkis, come quello vero, ha un padre morto da eroe durante l’11 settembre (un fatto che evidentemente rappresenta un ulteriore peso inconscio sulla mente di un ragazzo che magari farà ridere, ma non sarà mai un “eroe”), una madre fin troppo affettuosa interpretata da Edie Falco, uno zio fin troppo maschio alpha impersonato da Bobby Cannavale, e un nonno anziano ma fin troppo arzillo con il volto di… udite udite… Joe Pesci.
Erano ormai quattro anni che l’attore italo-americano non si vedeva su uno schermo, dai tempi di The Irishman di Scorsese, e già prima di allora c’erano stati diversi anni di comparsate rarissime, per un attore che ormai, semplicemente, pareva essere andato in pensione.

Averlo ingaggiato addirittura per una serie tv è un’assoluta magia compiuta da Davidson e dai suoi, per la quale non possiamo che ringraziare: certo, Joe Pesci è invecchiato e quasi rimpicciolito, ma ha ancora un carisma e una presenza scenica (nonostante il metro e sessantatre centimetri di altezza) che molti altri attori più giovani si sognano di notte.

Ma non ci sono solo loro: tutta Bupkis è piena di camei più o meno divertenti, più o meno strambi, da Steve Buscemi a Ray Romano, da Machine Gun Kelley al già citato John Mulaney, arrivando perfino ad Al Gore e JJ Abrams.

Alcuni interpretano se stessi (con ovvia storpiatura comica), altri costruiscono personaggi veri e propri, ma tutti insieme creano un effetto quasi straniante, perché la loro sola presenza combinata sembra rendere omaggio alla bravura e alla fama di Pete Davidson, proprio all’interno di una serie in cui il protagonista non fa altro che raccontare la sua costante fallibilità, il suo essere niente di rilevante.

Se non si fosse ancora capito, Bupkis è una serie che merita.
Il suo aspetto apparentemente trasandato nasconde una precisa poetica, un preciso percorso, e non si riesce a capire fino in fondo se lo show serva a Davidson per compiere un lavoro su di sé, o se sia il resoconto di un lavoro già compiuto.

Verrebbe da pensare alla seconda ipotesi, perché il Pete Davidson fattone e inaffidabile che vediamo nella serie non è evidentemente quello che ha creato e interpretato la serie che stiamo guardando. Ma l’effetto sullo spettatore è proprio quello di aprire uno squarcio su una vita che il gossip vorrebbe sfrenata e inarrivabile, e che lo stesso Pete Davidson sembra volerci raccontare nelle sue pieghe meno glamour, più oscure, o semplicemente più semplici, giusto per ricordare che è comunque un tizio di ventinove anni che ha fatto un sacco di scelte sbagliate nella vita.

Il resto, l’intrattenimento più spicciolo, è fatto di grandi attori in parti ridicole, di improvvise vette metatestuali e parodiche (la puntata a tema Fast & Furious è divertentissima), di improvvise oasi di dolcezza e romanticismo che si aprono nel mezzo di un disagio apparentemente rozzo e caciarone, ma in realtà studiato nei minimi dettagli.

Non serve essere già fan di Pete Davidson per godersi la serie (io stesso non sono un esperto del suo lavoro precedente, a parte qualche video qui e là su internet). E questo perché l’autore, al netto dei dettagli reali, riesce a buttarci subito dentro una storia che ci suona familiare (il famoso che non riesce a godersi la sua fama, e forse nemmeno sentirsene meritevole), ma che è calata in uno sguardo particolare, subito riconoscibile, che resta coerente per tutti gli otto episodi di questa prima e spero non ultima stagione.

Avrà la sindrome dell’impostore e non sarà un eroe, ma di certo Pete Davidson non è uno qualunque.

Perché seguire Bupkis: per la comicità dai molti toni diversi e per un cast di altissimo livello.
Perché mollare Bupkis: se per voi la comicità più spinta possibile è The Marvelous Mrs. Maisel ecco, rischiate di uscirne un filo traumatizzati.



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