4 Ottobre 2010 1 commenti

Raising Hope di Diego Castelli

Signore e signori: My Name is Earl 2.0

Quando gli hanno chiuso My Name is Earl, Greg Garcia deve esserci rimasto proprio male.
Negli ultimi tempi, lo show con Jason Lee aveva varcato i confini della semplice serialità televisiva: si era trasformato in una riunione periodica di amiconi fraterni, uniti dal comune obiettivo di accumulare minchiate. E la cosa, per quanto mi riguarda, funzionava perfettamente. Li adoravo tutti, dal primo all’ultimo. Quando li hanno cancellati, per di più con un finale aperto, sono rimasto assai deluso, e se è successo a me, figuriamoci al loro creatore.

Ma Garcia dev’essere uomo di grande entusiasmo e una punta di perfidia. Perché si è presentato dai capoccia di Fox e ha strappato l’ok per una serie, Raising Hope, che nelle sue strutture più intime è tale e quale alla precedente. Che poi non son mica certo che sia andata così, magari gliel’hanno chiesta apposta, ma a raccontarvela così era meno interessante…



Due parole di trama. Jimmy (Lucas Neff), 25 anni, vive con mamma (Martha Plimpton), papà (Garret Dillahunt) e nonna (Cloris Leachman), e pulisce le piscine altrui. Scontento della sua vita, vorrebbe uno scopo più alto. Lo trova nella paternità: dopo una notte con una ragazza che si scopre essere una pazza assassina, si trova ad allevare da solo la figlia della passione, dopo che la suddetta ragazza viene condannata alla sedia elettrica.
Messa giù così sembra un po’ dramattica e intellettuale, ma tranquilli, siete fuori strada. In realtà, Greg Garcia mette nuovamente in piedi uno show pieno di personaggi strambi e comicità surreale, al limite della pura demenza.

L’autorialità è importante anche in televisione, e sappiamo quanto conti essere un JJ Abrams, un Chuck Lorre o un Greg Berlanti. Ma Garcia è forse l’autore di tv più particolare e riconoscibile che ci sia. Raising Hope recupera tutti i temi, gli scenari e i meccanismi di Earl: un “eroe” deciso a dare una svolta alla propria vita (ricordate il karma la lista dei torti da riparare?); l’importanza della famiglia; la messa in scena di gag stranissime; i flash back a raccontare l’infanzia dei protagonisti; la continua ricerca di dialoghi bizzarri.
Più di tutto, Garcia mostra una volta di più di avere un amore tutto particolare per i bifolchi: anche qui troviamo una provincia americana povera e ignorante, dove un’accozzaglia di personaggi infantili, capricciosi e un po’ schizzati tira a campare con ogni mezzo, immersi una sciatteria esageratissima. Eppure, sotto la scorza sudicia di questi buzzurri, si nascondono buoni sentimenti e inaspettate capacità di compiere il bene.
Insomma, Garcia ama i vinti e i perdenti. Li usa senza pietà per i suoi scopi, mettendogli in bocca ragionamenti impensabili e filosofie-spazzatura che vanno ben oltre il ridicolo. Ma puntualmente li salva, donandogli una simpatia unica e una strana forma di bontà che è impossibile non amare. È gente che ti fa sentire subito a casa, ma che ti fa venire anche una gran voglia di traslocare.

Con Raising Hope, come già accadeva con My Name Is Earl, la domanda che lo spettatore si pone più spesso di fronte alle storie e ai dialoghi, è la seguente: quanto bisogna essere idioti per inventarsi una roba così folle?
Ecco, Greg Garcia, per nostra fortuna, deve esserlo davvero tanto!

Previsioni sul futuro: la piccola Hope crescerà in mezzo alla follia ma, contro ogni previsione, sarà sana e felice.
Perché guardarlo: è divertente e pieno di invenzioni.
Perché mollarlo: se, a prescindere dal genere, amate il realismo (qui non ce n’è manco un po’).



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