10 Dicembre 2010 3 commenti

Community Rulez – La seconda stagione di Marco Villa

La grande partenza della seconda stagione

Su Serial Minds si torna a parlare di Community, la comedy di NBC che avevamo definito la migliore serie del 2010.
Scriviamo nuovamente oggi, a metà della seconda stagione, per ribadire il concetto e, se possibile, per alzare ancora il tiro.

Al termine della prima stagione, dopo 25 episodi di altissimo livello, il timore era quello di un pesante rallentamento, se non di una involuzione. I personaggi erano infatti ormai codificati e spingerli oltre nel loro non-sense avrebbe rischiato di trasformarli in macchiette.
Gli autori hanno avuto allora il colpo di genio: mettere da parte le dinamiche interne al gruppo di studio del Greendale College e guardare all’esterno, dove “esterno” sta per “universo della cultura pop”. Le citazioni e i metadiscorsi erano già stati tra gli elementi distintivi della serie creata da Dan Harmon, ma, in queste prime undici puntate della seconda stagione, la loro importanza è cresciuta a dismisura.

Dopo i primi tre episodi, passati a prendere a mazzate tutti i personaggi, infliggendo loro colpi che avrebbero ucciso elefanti e distruggendo ogni intreccio creato nella prima stagione, Community ha iniziato a mettere in scena con regolarità quello che sa fare meglio: le puntate tematiche.
Dal quarto episodio in avanti, è stata un’infilata di omaggi, parodie, rivisitazioni, chiamatele come volete. Senza fare spoiler, si è passati dalla fantascienza ai film religiosi, dall’horror al teen drama, fino ad arrivare al nono episodio, finora il migliore di questa seconda annata.
Conspiracy Theories and Interior Design è capace di mettere insieme la più assurda follia immaginata da Troy e Abed, l’omaggio ai film che giocano con le cospirazioni occulte e la parodia delle sceneggiature a scatole cinesi (di nuovo Inception, dopo la citazione di cui abbiamo già parlato). Ovviamente farcendo il tutto con citazioni continue (così, tanto per giocare, come nel caso di Britta in versione soft-core con sottofondo che dà di gomito a Eyes Wide Shut).
Date un occhio a questo video (personalmente, mi ribalto ogni volta quando Troy dice di tagliare per il “turkish district” e per la parata lettone).

Così, in 20 minuti, Community mette insieme l’equivalente di una tesi di laurea sui rapporti tra media e opere.
Dopo una corsa verso il costante miglioramento durata sei puntate, ci si aspetterebbe qualcosa di interlocutorio.
Di nuovo, si resta spiazzati. Perché il decimo episodio contiene ciò che non ti aspetteresti mai da una serie comica: l’amarezza. Non si tratta di passaggi drammatici o poco allegri – quelli li si trova dappertutto – ma di una sensazione di malessere e di disagio.
Come a inizio stagione tutti i personaggi sono stati di fatto demoliti, così a metà li si rende del tutto umani. In occasione del compleanno di Troy, tutto il gruppo va a bere in un pub e finisce per beccarsi una sbronza triste. Nessuno muore, nessuno compie gesti inconsulti (SPOILER!), tutti passano una serata semplicemente da dimenticare. Di quelle che tutti hanno vissuto, anche in gruppi o compagnie affiatati e in cui si sta bene. Non un capolavoro, ma una puntata importantissima nell’economia dell’intera serie, che conferma per l’ennesima volta la forza di Community.
Non troverete episodi simili in altre comedy, che, per quanto divertenti e ben fatte, puntano solo sulla leggerezza. Community fa un passo in avanti e lo fa con gran classe.
Con l’undicesimo episodio, andato in onda ieri sera, spinge poi sull’acceleratore. La puntata è interamente realizzata in stop-motion e – cosa forse ancor più importante – Abed è consapevole della trasformazione dei personaggi in pupazzetti e si interroga sulle implicazioni semiotiche di questo cambiamento.

Ecco, per questo e per tutti i motivi messi insieme nelle tremila battute precedenti, Community è decisamente la miglior serie del 2010.



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