21 Luglio 2011 2 commenti

Men of a Certain Age – Addio agli anzianotti di Diego Castelli

Se c’era un telefilm che non meritava la cancellazione era questo, bastardi!

Che brutto colpo, ragazzi. Prevedibile, forse, ma pur sempre una mazzata.
La cancellazione di Men of a Certain Age da parte di TNT arriva in estate inoltrata, come ultimo strascico di una stagione ricca di vittime più o meno eccellenti.
Ma non per questo fa meno male, anzi.

Vi avevo già parlato di Men of a Certain Age, in uno dei post forse meno letti della storia di Serial Minds. Perché si tratta di una serie di nicchia, diretta a un pubblico molto specifico. Forse troppo specifico, a giudicare dagli ascolti!
Malgrado l’abbia sempre apprezzata (ma si sa, critici e pubblico fanno a pugni in continuazione), la situazione è andata precipitando. Partita a fine 2010, la prima metà della seconda stagione ha fatto registrare un tenue ma dignitoso 2,2 milioni di spettatori, salvo poi calare ulteriormente con la seconda tranche, ripartita a inizio giugno. La cosa che più ha pesato nella decisione di cancellare il telefilm è la composizione di quel pubblico già miserello: TNT, la rete che trasmette(va) Men of a Certain Age, punta sulla fascia d’età 25-54 anni, e solo una parte esigua di quel già piccolo ascolto (parliamo di 600 mila spettatori circa) proveniva da quel target.
Insomma, niente da fare.



Che poi, parliamone: com’è che una rete via cavo tutto sommato gargliarda (trasmette The Closer, Leverage, Rizzoli & Isles ecc), che ha nei 25-54enni il principale obiettivo, produce una serie che pare fatta apposta per un pubblico più maturo, che viaggi tra i 40 e i 60? Al di là del carattere elitario di una serie come Men of a Certain Age, il tentativo di farle prendere una quota significativa di spettatori under 40 era di per sé abbastanza rischioso.

Detto questo, io sono un under 40 (per la verità under 30: diciamo le cose come stanno!), e Men of a Certain Age mi piaceva un botto. Anche se la calvizie e la pigrizia probabilmente suggeriscono qualcosa sulle mie predisposizioni mentali.
Molti dei motivi per cui mi piaceva sono probabilmente quelli che hanno decretato la sua dipartita. E ne avevamo già parlato. Però, in questo momento di lutto telefilmico e al di là della presunta miopia dei dirigenti della rete, è giusto ricordare che ci vuole del sano coraggio per puntare su un “drama maschile”.
I maschi non odiano il drama di per sé. E per drama intendo tutte quelle dinamiche “serie” e vagamente “realistiche” tra i personaggi, che la tv tipicamente declina in forma femminile: quindi chi ama chi, chi si tromba chi, quali problemi deve affrontare Pinco Pallo per essere felice (prima cosa cambiare nome, direi). Per far digerire appieno a un maschio la componente drama, la devi inserire in un contesto in cui ci sia anche qualcosa di più mosso, di più impattante. Così ci va benissimo seguire la sottotrama romantica di Fringe, perché tutto intorno c’è la fantascienza, l’azione, il mistero. Non abbiamo problemi a seguire le traversie familiari di un Jack Bauer, perché sappiamo che sono parentesi, pur importante, in mezzo a nuvole di pallottole. E si potrebbero fare molti esempi, perché di fatto il drama è presente in quasi tutti i telefilm attuali, a più livelli (Game of Thrones e Spartacus, per citare due show molto maschili, hanno una componente drama potentissima).

Di solito, però, se il drama è l’elemento principale della storia, la serie è femminile. Sarà che noi uomini ci annoiamo più in fretta, che vogliamo il sangue e i cazzotti piuttosto che gli sguardi corrucciati, o che so io.
Il tentativo di Men of a Certain Age è stato quello di costruire un prodotto che fosse dichiaramente drama (no esplosioni, no spade, no arti marziali, niente battute volgarotte), ma che potesse comunque attirare un pubblico più maschile. Per fare questo hanno lavorato in maniera precisa e puntuale su tutti gli elementi del prodotto: la scelta dei protagonisti, tutti uomini; la decisione di trattare temi cari (anche) al pubblico barbuto (dall’età che avanza al rapporto con le donne, passando per le difficoltà sul lavoro e gli infranti sogni di gloria); l’intenzione, soprattutto, di puntare su modalità espressive originali.

E quest’ultimo punto, se ricordate, era a mio giudizio il più rilevante. In un mondo telefilmico in cui “drama” è sinonimo di urla, schiaffi, pianti a dirotto, porte sbattute, Men of a Certain Age giocava sui silenzi, sul disagio, sull’imbarazzo, su tensioni estreme che vengono soffocate e poi esorcizzate con una battuta. Perché i maschi fanno così, nascondono e sotterrano, negano e borbottano. Mi sembra di essere la Vitali, cazzarola…
Il risultato è stato una delle serie più realistiche in circolazione, fatta di problemi verosimili, trattati con pacatezza ma dalla forza comunque dirompente. Con un grande cast, capace di lavorare sulle più piccole sfumature dello “stare in scena”, perché se sei un personaggio che non sbraita, ma che prova comunque forti emozioni, dobbiamo poterlo vedere dai tuoi occhi, dal movimento delle tue mani, dal tremolio delle tue labbra, perfino dal tuo modo di respirare. Obiettivo raggiunto: il modo in cui Joe si sentiva a disagio di fronte alla propria dipendenza dalle scommesse o ai problemi psicologici del figlio, era una roba che gli altri personaggi vedevano a stento, ma che allo spettatore entrava sotto pelle come un brivido.

Sono in molti a dire che si trattava di un telefilm noioso. Io credo che non sia stato capito. C’è sempre la possibilità che sia io a non capire una minchia eh, però propendo sempre per lo scenario in cui io sono intelligente e gli altri no.
In compagnia di Joe, Terry e Owen ho provato sensazioni sorprendentemente forti, e ogni volta ho atteso l’episodio successivo con grande trepidazione, nemmeno ci fosse in ballo l’esistenza dell’universo o il salvataggio dell’Isola di turno.

E fortunatamente non è una serie che punta tutto sui cliffhanger. La cancellazione è arrivata dopo la messa in onda dell’ultimo episodio, su cui campeggiava l’amara scritta “season finale”, come a suggerire che ci sarebbe stata un’altra stagione. Ahimè, così non sarà. Ma la storia ha avuto comunque un suo completamento, arrivando a tirare le fila di diverse trame sviluppate nel corso dei mesi.
Quasi quasi, è stato bello finire così (SPOILER): con Joe qualificato per il Senior Tour; con Owen che riesce a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia, con Terry che sembra pronto all’ennesimo colpo di testa, ma forse stavolta la strada imboccata è quella giusta.

Certo, rimarrebbe il desiderio di vedere cosa succederà, con la consapevolezza che questi personaggi avrebbero avuto ancora tanto da trasmettere e, perché no, da insegnare al proprio pubblico. Ma siamo contenti di averli lasciati in un momento di serenità, che ci fa ben sperare per il loro futuro.
Quale futuro? Be’, erano così per scritti, che ci viene da pensare che esistano davvero, da qualche parte, e che continueranno a vivere per i fatti loro, con l’unica differenza che noi non saremo lì a guardarli.

Buona fortuna, ragazzi.



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