20 Gennaio 2012 7 commenti

Gossip Girl – Quinta Stagione, atto Secondo – Era meglio quando erano peggio? di Vale Marla Morganti

L’Upper East Side ha perso un po’ di smalto. O forse c’è troppo smalto.

Gossip Girl è a mio avviso la serie che meglio esprime il concetto di consumismo, ossia una cosa di poca sostanza ma molta apparenza, pompata dalla pubblicità e voluta da tutti perché fa figo. Escludendo la prima serie, che aveva dalla sua la novità di un prodotto abbastanza teen e molto glam, le altre spesso ricadevano e ricadono in circoli viziosi che se prima ci entusiasmavano ora ci hanno abbastanza rotto le balle, come si dice a MI. A NY invece si dice che i nostri beniamini continuano imperterriti a calcare la Fifth Avenue e i sentierini di Central Park, a mettere in mostra le ultime borse o le ultime mise delle griffes più note (e dispendiose), scialacquando in ristoranti e locali totally hip and obviously glam, partecipando a eventi, inaugurazioni, serate di beneficenza, compleanni, hanukkah, feste di fidanzamento. A riempire il palinsesto ci sta il contenuto finto-accattivante fatto di scheming, complotti, rivalse, vendette, scalate, torti, il tutto confezionato nella velina più patinata che puoi trovare nell’Upper East Side.

Ebbene sì, questa è la location dove avviene la maggior parte dei misfatti (qualche volta passano per gli Hamptons, qualche volta volano a LA, a Paris o a Praga) e dove per 5 stagioni (la quinta è in corso) questi 5 baldi e ricchi giovincelli decidono di aggrovigliare le loro vite, perché sarebbe troppo poco andare a scuola col lunch box, fare i compiti, giocare a basket, andare a trovare la fidanzatina e tutti a letto presto. No, sabotiamo vite, uccidiamo persone, tramiamo, facciamo eleggere politici, cerchiamo le meglio MILF della City o i rampolli di qualche famiglia nobile, diventiamo a vent’anni imprenditori miliardari, facciamo arrestare, facciamoci arrestare, minacciamo, facciamoci minacciare. E beviamoci sopra un Apple Martini o un bel bicchiere di Scotch. Però c’è da capirli, se vivi all’ultimo piano di un hotel di superlusso a Manhattan, di certo il mondo lo vedi da un’altra prospettiva.



Per carità il prodotto è buono, o quantomeno rispecchia le caratteristiche pubblicizzate: glamour, patinato, ricco, snob, senza verità trascendentali o principi morali ma accattivante al punto giusto da incantare i nostri occhi e non farci pensare alle piroette un pò alla “cazzo di cane” con le quali sceneggiatori & co fanno procedere le storie. E per mettere tutti i puntini sulle i, sono io la prima ad attendere impaziente i sottotitoli il martedì. Sono io la prima ad aver guardato un numero infinito di volte la scena del season finale della 2 con Chuck che accoglie Blair con i regali e l’I LOVE YOU più bello della storia dei telefilm (ok era il periodo in cui parlare male di Gossip Girl per me era reato). Sono io la prima a non perdermi una puntata per farmi un’immersione di 45 minuti in New York, nuove tendenze, nuovi Must Have, nuovi ristoranti e locali… come si diceva all’inizio? Apparenza tanta, sostanza poca. Non c’è più la cattiveria gratuita della Regina della scuola con le sue tirapiedi che declassava le persone non facendole sedere sui gradini più alti. Non c’è più la freschezza di questi adolescenti così smodatamente ricchi e beatamente fancazzisti. Ci sono principi, politici e ventenni che lavorano. Ora, lavoro e Upper East Side stanno agli occhi del popolo come la Grey Goose e la Coca Cola: non c’azzeccano proprio nulla. E secondo me è proprio questo nuovo cocktail l’emblema di una serie che poggiava su una base élitaria e di spessore, una vodka top, ma che poi s’è un po’ persa per strada e s’è macchiata di Coca Cola, bevanda popolare e che mette tutti d’accordo.

Io sono del partito che preferiva la Grey Goose liscia, fatta di puro snobismo, ingenua cattiveria fine a sé stessa e sublime nulla facere dei piani alti. La Coca Cola alla lunga stanca e corrode. Ridateci la Blair Waldorf che compra le persone con le borse di Balenciaga della prossima stagione. Ridateci il Chuck Bass che ti fa fremere solo perché dice “I’m Chuck Bass” e fa fremere il 99% della popolazione newyorkese. Ridateci il Nate Archibald che non vuole fare coppia fissa con una 40enne. Ridateci il Dan Humphrey fallito di Brooklyn che si strugge d’amore. Ridateci Serena in version “Svetlana e Savannah” che si fa di vodka, di acidi e si fa chiunque. Ridateci quella stronzetta senza né arte né parte di Jenny Humphrey. Ridateci quella cattocomunista-arrivista di Vanessa Abrams. Ridateci Georgina Sparks quando era la figlia del diavolo.

Il 16 gennaio ha avuto inizio sugli schermi della CW il secondo atto della stagione 5. L’atto primo s’era concluso con un finale un po’ alla Grey’s Anatomy: mandiamo qualcuno a caso in ospedale. La serie stava prendendo una piega un po’ troppo surreale: gente incinta, matrimoni reali oltreoceano, fughe d’amore… Che dire, questa seconda parte non è meno surreale: guarigioni miracolose, conversioni, ritorni di fiamma, doppie identità, complottini senza senso e complottoni immotivati. Pare che la pausa non abbia rinfrescato le penne dei nostri sceneggiatori che continuano a propinarci del tavernello in un bicchiere di cristallo. Ma abbiamo voluto la limo? Allora lasciamoci portare in giro. C’è solo da allacciare le cinture di sicurezza e pregare che l’autista scelga la strada giusta (possibilmente senza sbatter contro un muro perché è inseguito da paparazzi, o perché qualcuno – senza motivo apparente – ha tagliato i freni). Io ci conto e continuo con il rito propiziatorio di un chicchetto di vodka liscia a sera, confidando che la serie riprenda lo smalto dei tempi che furono. Sperando che sia una limited edition Chanel, e non uno smaltino Pupa.



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