10 Febbraio 2012 12 commenti

The River – Magia Nera nella giungla amazzonica di Andrea Palla

L’horror mockumentary dal creatore di Paranormal Activity

Se c’è una cosa che ha rovinato il cinema horror in questi anni, questa è il mockumentary. Ovvero quel modo di girare vomitevole con telecamera a mano e immagini volutamente sporche, a voler costruire una sorta di finto documentario che gli spettatori dovrebbero cogliere come storia vera, materiale ritrovato per caso che testimonia quanto di terribile accaduto ai protagonisti. Ma se lo sdoganamento del genere, avvenuto nel 1999 con The Blair Witch Project, ha avuto il pregio di portare una novità stuzzicante e a suo modo originale, è innegabile che la moda iniziata successivamente ha portato alla temibile idea che per fare paura non serva più una storia potente o un’atmosfera, ma basti una telecamerina digitale e qualche spavento di tanto in tanto.

Era prevedibile che – prima o poi – qualcuno avrebbe trapiantato il mockumentary horror anche in una serie tv. E probabilmente non è un caso che a farlo sia Oren Peli, giovane regista israeliano giunto al successo con Paranormal Activity, che, sotto l’ala protettiva di Steven Spielberg, ha deciso di dilatare l’idea semplice del filmato amatoriale sul totale degli 8 episodi di questa prima stagione di The River. Accanto a questi nomi d’eccellenza, la serie porta anche le firme dello scrittore Michael R. Perry, del fumettista Michael Green, e del promettente regista horror Jaume Collet-Serra, che ha diretto l’episodio pilota.

Per quanto riguarda la trama, la base è abbastanza semplice e funge da banale trampolino di lancio ad un racconto costruito più sulle immagini che sulle situazioni. Da oltre vent’anni il dottor Emmet Cole (Bruce Greenwood) si occupa di una trasmissione televisiva ambientata nei luoghi più sperduti e selvaggi del pianeta. Costantemente ripreso da telecamere e accompagnato dal figlioletto Lincoln (Joe Anderson) e dalla moglie Tess (Leslie Hope), il dottor Cole si avventura nella giungla a bordo della barca Magus, alla ricerca di civiltà e posti ormai dimenticati. Anni dopo, Cole scompare in Amazzonia: tutti si convincono della sua morte tranne Tess, che decide così di organizzare una spedizione di ricerca per ritrovare il coniuge. Per la spedizione vengono reclutati amici e collaboratori fidati di Cole, ognuno deciso a ritrovarlo per un motivo ben preciso: chi per affetto, chi per interesse, chi per gloria. Ma, giunti in Amazzonia, si scoprirà che la scomparsa del dottore non è legata a un banale incidente, ma piuttosto a strani rituali di magia nera e a oscure presenze che abitano la giungla.

La reazione di fronte a The River è chiara: o lo si apprezza, con tutti i limiti del caso, amandone gli espedienti registici e il terrore che scaturisce dalla visione in prima persona, o lo si odia dal profondo, paragonandolo alla celeberrima corazzata Potemkin fantozziana: “una cagata pazzesca” (cit.). Comunque la si veda, è innegabile che nella serie ci siano elementi potenzialmente interessanti, primo fra tutti il contenuto mistery che, affiancato a quello meramente horror, aiuta a tenere alta la tensione nel procedere delle puntate, riportandoci alla mente gli espedienti narrativi di Lost. Ma è pur vero che, a differenza del fratello maggiore, The River si propone di mostrare apertamente più che sottintendere, rimanendo stretto sui protagonisti. E questo suo concentrarsi sui dettagli, con zoomate continue e un campo visivo della telecamera per forza di cose ridotto, crea un’atmosfera di continua, angosciante attesa: come se da un momento all’altro dovesse spuntare qualcosa dall’esterno dell’inquadratura. È questa in fondo la forza su cui si basano prodotti di questo genere, e complessivamente – pur con le ridicolaggini del caso – l’espediente funziona nei primi due episodi mandati in onda, con una qualità a mio avviso maggiore nel secondo, forse aiutati dal fatto di essere ormai immersi nella vicenda.

A questo punto però sorge un dubbio: riuscirà la baracca a reggere fino alla fine? Fisiologici cali d’attenzione e momenti di noia sono decisamente prevedibili quando si parla di finti documentari. La paura si avverte, ma a spizzichi e bocconi, e spesso va di pari passo con il fastidio nel seguire immagini riprese e montate alla rinfusa, che dovrebbero un po’ ingenuamente ricreare l’effetto amatoriale (ma poi ditemi voi quale operatore televisivo continua a fare zoom casuali e a scatti mentre riprende le persone?).

Se c’è una caratteristica che potrebbe salvare questo show, dunque, non è certo l’originalità della trama. Piuttosto la leva su cui spingere potrebbe essere la messa in scena, che si rifa a una sorta di Grande Fratello oscuro e inquietante: i protagonisti sono seguiti sempre da telecamere (sia fisse che a mano, comandate da un operatore di ripresa che nella storia dovrebbe occuparsi di registrare il materiale per poi costruire quello stesso show televisivo di cui Cole era protagonista), e questa cosa si rivela interessante nel momento in cui devono essere gestite le scene più adrenaliniche. Spesso, poi, qualcosa non viene nemmeno mostrato, seguendo la logica che un operatore amatoriale ha una visione limitata, e dunque non può cogliere ogni aspetto di quanto accade in scena. Da un certo punto di vista questa potrebbe sembrare una limitazione, ma contribuisce invece ad amplificare la tensione, come per esempio succede nella scena in cui l’operatore attende con impazienza che la bambola stregata che sta riprendendo apra gli occhi, e intanto lo spettatore nota, grazie a un’altra telecamera piazzata precedentemente da lui stesso, come gli occhi vengano aperti da una bambola che si trova alle sue spalle. In altri termini, noi spettatori assumiamo alternativamente due punti di vista: quello dei protagonisti, e quello di testimoni onniscenti che visionano la cronaca di un probabile massacro (facile pensare che molti di quei personaggi faranno una brutta fine).

Basteranno questi elementi a convincere lo spettatore, a restituirgli sul serio l’idea di trovarsi di fronte a un filmato ritrovato e non costruito ad hoc? La risposta è , perchè a volte si ha la netta impressione del tocco evidente di regia, e probabilmente guardando con occhi attenti si potrebbero notare grossolani errori di montaggio che dimostrano chiaramente come nulla sia ripreso a caso. Una sterila polemica, forse, che purtroppo rinasce ogni volta che ci si trovi a dover giudicare questo genere di racconti.

Una piccola nota a margine, tanto per testimoniare quanto ABC abbia creduto a questa serie: Peli e Perry avevano già partorito l’idea di un horror ambientato in Amazzonia nel 2010, e nel Settembre di quell’anno si scatenò una guerra di offerte da parte di vari network, tra i quali alla fine la spuntò ABC, decisa a rendere The River il vero erede di Lost. Gli ascolti non hanno però premiato tanto entusiasmo, e infatti lo show all’esordio ha conquistato solo il 7,62% degli spettatori; difficile dire se crescerà o se piuttosto sarà destinato ad un’inesorabile fine: magari un bell’affondamento nel Rio delle Amazzoni.

Perché seguirlo: per le atmosfere inquietanti e la paura che scaturisce dall’incapacità di vedere tutto ciò che accade in scena.

Perché mollarlo: per la nausea che nasce dalle riprese e dal montaggio e perché la storia in sè non sembra essere così originale.

 



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