3 Novembre 2010 8 commenti

Alias di Marco Villa

Draghi volanti e profezie del ‘500

Sospensione dell’incredulità.
Un concetto fondamentale nei racconti e nelle storie di ogni tipo. Significa che l’autore chiede al lettore (o al fruitore in generale) di smettere di ragionare razionalmente sulla plausibilità degli eventi, abbandonandosi senza remore all’universo narrativo.
Come dire: se vedete draghi volanti, non è il caso di mettersi a ragionare sul fatto che i draghi esistano o sulle leggi fisiche che permettono loro di alzarsi in volo.
Un fatto che diamo per scontato quando affrontiamo storie fantasy o di fantascienza, ma che a volte si fatica ad accettare se i protagonisti sono umani senza superpoteri, che si muovono in un mondo del tutto simile a quello reale.

Una discriminante fondamentale per capire e apprezzare Alias.
La serie creata da J.J. Abrams (105 episodi trasmessi da ABC tra il 2001 e il 2006) nasce infatti come serie d’azione e spionaggio, per poi virare verso altri generi e caratterizzazioni, chiedendo uno sforzo non da poco ai suoi spettatori.



La protagonista è Sydney Bristow (Jennifer Garner), un’agente operativa dei servizi segreti, che in ogni puntata salva il mondo da associazioni segrete, complotti e terroristi di vario tipo.
Inizialmente il concept delle puntate è molto semplice: in apertura abbiamo un briefing, durante il quale viene presentato il nemico di turno. Il supernerd del gruppo (Marshall Fliknman, interpretato da Kevin Weisman) presenta un oggetto tecnologico sofisticato che aiuterà gli agenti nello svolgimento del proprio compito. Poi c’è la missione, di solito una lotta contro il tempo caratterizzata da scene di lotta corpo a corpo, esplosioni e inseguimenti. Infine, terminata la missione, il ritorno alla base, dove si scopre che il successo appena raggiunto è solo un tassello nella lotta contro il male assoluto. Una struttura fondamentalmente verticale, anche se non del tutto coincidente con la chiusura di puntata, dal momento che le vicende narrate venivano lasciate in sospeso al termine di un episodio e poi prontamente chiuse all’inizio di quello successivo.

Uno schema ferreo, rispettato in Alias per buona parte della prima stagione e in fondo ben poco innovativo. Siamo dalle parti di Bond e delle sue armi speciali, con la sola differenza di un’eroina donna.
Un po’ poco, però per fare di Alias una serie da ricordare. Ciò che rende questo prodotto qualcosa di importante è lo scarto rispetto a questa struttura iniziale.
Avanzando con le puntate, infatti, Alias si trasforma in un racconto quasi esclusivamente orizzontale, nel quale le singole missioni sono dei cari, buoni, vecchi MacGuffin.
In più, la sospensione dell’incredulità viene messa sempre più a dura prova.
Nell’arco delle cinque stagioni (delle quali almeno tre e mezza sono da applausi), si assiste a una vera e propria escalation di invenzioni narrative tali da far ritenere Alias – e non X-Files – il vero progenitore di Fringe. Abbiamo infatti divisioni governative che indagano su eventi occulti, armi ed esperimenti per manipolare a distanza le persone spingendo le menti oltre i propri limiti e una profezia che tanto assomiglia allo Schema che dà il via alle indagini di Olivia Dunham.
E poi rapporti più che complicati tra genitori e figli, una storia d’amore tormentata, cloni e umani duplicati.
Con in più la capacità di tratteggiare personaggi memorabili.
Perché in fondo è impossibile non amare Arvin Sloane.
Ma questo è un altro post.



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