24 Aprile 2012 5 commenti

Fringe – Letter of Transit e il futuro della serie di Marco Villa

La puntata pi

SPOILER CLAMOROSI SULLA PUNTATA 4X19 LETTER OF TRANSIT

Ok, l’hanno fatta grossa e l’hanno fatta a modo loro. Una stagione che inizia malissimo, si riprende, entusiasma, si conclude prima del tempo. E poi riparte con altre puntatone. Mancava giusto il colpo di genio, l’attesissima sterzata inattesa. Quella che, negli anni, ha fatto sì che Fringe diventasse Fringe.

La puntata è la diciannovesima, ma, di fatto, potrebbe essere la prima puntata di una nuova serie, perché all’inizio e alla fine dell’episodio, gli autori hanno messo due parentesi grandi così. Se state leggendo questo post, l’episodio l’avete già visto, altrimenti sareste dei folli. E quindi non sto a farvi il riassuntone punto per punto della puntata, mi pare inutile. Siamo nel 2036, da vent’anni gli Osservatori hanno preso il controllo del mondo e gli umani (i “nativi”) sono trattati come esseri inferiori. Unica speranza di riscatto per il genere umano è rappresentata dai gruppi di resistenza, che discendono dagli storici componenti del gruppo Fringe.

Ecco, giusto qualche riga, con il solo obiettivo di rendere chiaro ed evidente quanto sia forte la sterzata di cui si parlava prima. Non c’è alcun legame non solo con il resto della stagione, ma con l’intero Fringe. Il primo personaggio conosciuto, Broyles, arriva dopo parecchi minuti e solo a puntata ampiamente inoltrata salta fuori il buon Walter Bishop, incastonato nell’ambra come una nocciolina nel miele (cinque euro per il metaforone, please). Eh no, Henry Ian Cusick direttamente da Lost non vale.

Ciononostante, il mondo che viene descritto in Letter of Transit colpisce fin da subito. Il motivo è presto detto: l’accoppiata Osservatori + lealisti (ovvero i nativi che hanno giurato fedeltà agli osservatori) è quanto di più vicino ci possa essere a quella Gestapo + Wermacht e si sa che il nazismo continua a essere un immaginario potentissimo, con annesso fascino morboso (non è un caso che si continuino a produrre migliaia di documentari su ogni possibile aspetto del Terzo Reich, compresi toelettatori e uscieri di regime). Gioco facile, quindi, ma gioco efficace. Ed è questo che conta.

Così come efficace è la scelta di dare una svegliata a Walter, che, grazie al reinnesto delle parti di cervello tolte a suo tempo da William Bell (dio santo, ogni volta che scrivo di Fringe mi viene da dire: ma stiamo scherzando? Ma cosa ho scritto? Ma come fa a piacermi una cagata del genere? E invece) – dicevo, con il reinnesto del cervello Walter riacquisisce autostima e spregiudicatezza, lasciando per strada quell’aria da simpatico nonnino che nella quarta stagione si era ulteriormente accentuata.

Tutto bello, tutto interessante. Puntatone e via contenti. Eh no, troppo facile. Perché nel finale arriva quella che il Castelli nei Serial Moments ha definito una svolta telefonatissima, mentre io la chiamo semplicemente una troiata. Sto parlando del riconoscimento tra Peter e sua figlia Henrietta (fare ironie sul nome sarebbe troppo facile), con abbraccione da libro Cuore. Un finale che in parte rovina la costruzione globale dell’episodio, ma che non va a inficiare la scelta di scrittura più interessante, ovvero la mancanza di Olivia.

Per come è andata a svilupparsi nel corso delle stagioni, Fringe è una serie che si è sempre caratterizzata sull’accumulo, sul rilancio. Anche nei momenti in cui tutto sembrava al limite, gli autori rispondevano aggiungendo altra carne al fuoco, sparandola sempre più grossa. In una serie di questo tipo, suona quindi come una vera e propria rivoluzione la decisione di lavorare – per la prima volta – di sottrazione. Olivia, semplicemente, non c’è e non viene nominata. Paradossalmente, è questa assenza l’elemento che collega maggiormente questo episodio al resto della quarta stagione. Sarebbe stato stupido aspettarsi risposte a quanto sta succedendo: in fondo sono passati vent’anni. L’unica risposta che abbiamo è che Olivia non c’è più e che, soprattutto, non era nell’ambra insieme al resto della squadra Fringe originaria (che poi: la squadra Fringe originaria dell’universo blu, mentre il Broyles in questione ha la canottierina del Broyles rosso). Il che significa che tutto ciò che gli osservatori le hanno detto è vero: in nessun caso, lei sopravviverà. Il suo destino è segnato e non potrà fare nulla per cambiarlo. O almeno così pare, ma se gli autori decidessero di far saltare il tavolo non sarebbe certo la prima volta.

Per chiudere: Letter of Transit dimostra che Fringe ha tanto da raccontare. Scontato, banale: già lo sapevamo. Con questo episodio, però, gli autori hanno dimostrato di essere in grado di andare da tutt’altra parte e anche di poter cambiare alcune basi della propria scrittura. Però è evidente che non è certo questa puntata a poter far decidere Fox sul futuro di Fringe. Meglio non illudersi e prepararsi alle tre puntate di fine stagione. Questo episodio lascia presagire un livello altissimo. Speriamo, sarebbe (in caso) il modo migliore di andarsene. L’unico possibile, per Fringe.



CORRELATI