9 Maggio 2012 5 commenti

Touch – Ecco perché ci sta deludendo di Diego Castelli

Perplessit

Copertina, On Air

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Qualche spoilerino c’è per forza…
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Oggi riparliamo di Touch, la serie mistico-filosofico-cosmologica con Kiefer Sutherland, che avevamo recensito in occasione del pilot.

E il motivo che ci porta a riparlarne non è un’incredibile trovata narrativa, o una sorpresona che impone una riflessione a poche settimane dalla fine della prima stagione.
Casomai il contrario: scriviamo di Touch perché non sta succedendo niente.

La serie creata da Tim Kring (lo stesso di Heroes, per capirci) era e rimane uno dei prodotti più ambiziosi di quest’anno, tutto teso a mostrare le grandi connessioni dell’universo, a inumidire i nostri occhi con commoventi coincidenze e a scaldare il nostro cuore con l’amore sconfinato di un padre che a tutto rinuncerebbe, tranne che alla compagnia del silenziosissimo figlio.

Ma proprio in virtù di questa grande ambizione, molti di noi si aspettavano una storia di ampissimo respiro, che trasformasse il concept un pochino fumoso della vigilia in un racconto realmente nuovo, ben oltre le strutture della serialità più classica e, in questo senso, più banale.

Invece, dopo un primo episodio difficilotto ma pieno di spunti, Touch si sta limitando ai casi di puntata. Ogni settimana il piccolo Jake tira fuori nuovi numeri, gioca coi gomitoli o con le macchinine, e il povero padre invece di lavorare se ne va in giro a seguire le più improbabili piste per ricongiungere fratelli dispersi, salvare aspiranti suicidi e quant’altro.

Manca qualcosa. Perché il caso di puntata me lo aspetto dal medical e dal crime, che anzi sono strutturalmente pensati per questo, e fondano il loro decennale successo sulla riproposizione di schemi fissi che diano allo spettatore un intrattenimento solido e rassicurante. Certo, poi esistono le mille sfumature, si possono inventare i CSI e i The Wire, ma certi meccanismi rimangono giustamente invariati.
Da Touch, onestamente, mi aspettavo qualcosa di un po’ più sorprendente. Già a me che non piacciono molto i crime che raccontano la banale e sempre reiterata  ricerca di un pluriomicida o di un truffatore, che me ne frega delle gemelle che si ricongiungono? Cos’è, Maria De Filippi?

A questo punto bisogna fare una precisazione. Perché al di là delle perplessità, Touch rimane un prodotto formalmente impeccabile. C’è una cura maniacale non solo nell’ideazione delle trame, ma anche nella creazione e nella gestione audiovisiva di tutti i piccoli dettagli che costruiscono i mille intrecci di cui la storia si nutre. E non va nemmeno dimenticato che una specie di “promessa” c’è. La Sequenza di Amelia, stringa di numeri dalle misteriose proprietà conoscitive e predittive, rappresenta la flebile ma (si suppone) importante trama orizzontale, che numeretto dopo numeretto dovrebbe condurci in qualche straordinario posto che ancora non vediamo.

Ma il problema è proprio questo: non “percepisco” questa importanza, non sento nella pancia l’urgenza di scoprire dove ci porterà questo viaggio. Il contrario di quanto, pur in generi anche diversissimi, mi succede con Fringe, o con The Walking Dead, con Sons of Anarchy, con Breaking Bad.

Voglio sapere come andrà a finire, ma quasi preferirei che qualcuno me lo dicesse così, a voce, senza bisogno di sorbirmi tutte queste lacrime e sospiri genitoriali.

Anche perché diciamolo: sto bambino che conosce i segreti dell’universo, ma che non dice una parola e schizza in mezzo al traffico non appena il padre si siede a tirare il fiato, fa davvero incazzare.

UPDATE:  Giusto per segnalare che Touch è stato rinnovato per una seconda stagione. C’è da sperare, a questo punto, che si possa dare maggiore sviluppo a una trama orizzontale degna di questo nome. Staremo a vedere, e vi faremo sapere…
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