15 Giugno 2012 3 commenti

Men at Work di Marco Villa

Bell’inizio, bell’inizio, bell’inizio. Poi basta.

Men at work è l’ennesima serie su un gruppo di uomini caught in a bad bromance. Dovessi mettermi a fare l’elenco dei titoli di questo tipo, visti transitare con pochissima lode e una certa infamia su questo sito, beh, probabilmente rischierebbe di partirmi una mezza depressione per il livello medio di quei prodotti. Evito quindi l’elencone e vado secco nella faccenda. Men at Work parla di un gruppo di quattro colleghi e amiconi, che passano del gran tempo insieme e si raccontano tutto quello che fanno, soprattutto con le ragazze. Uno è stato mollato da tre giorni, un altro è cretino per amore, il terzo se le porta tutte a letto, il quarto, secondo me, è gay ma non ha ancora avuto il coraggio di fare coming out con gli amici. Metto lì questa cinque euro di scommessa, tanto nessuno vedrà mai questa serie e nessuno potrà smentirmi. Che belle le cose di nicchia, ah.

Quindi ora, per lo stesso motivo, potrei inventarmi delle cazzate sovrumane. Come che il padre di uno dei protagonisti è pazzo ed è convinto che il figlio sia illegittimo, concepito dalla moglie con un rettiliano. O che ci siano lunghi dialoghi sul fatto che il cripto-gay è incazzato con il playboy perché questi ha giaciuto con la sua donna delle pulizie. SPOILER: una di queste due situazioni si verifica davvero nel pilot.

Men at Work inizia benissimo, con tre minuti divertenti, ben scritti e con un montaggio stile How I Met Your Mother. Si ride, persino. Poi è tutto un lento declino. Le battute si fanno più rare, lo stile si perde, il ritmo e la freschezza cedono il passo al fantasma degli anni ’90 (inteso come “telefilm che sembra nato in quegli anni”), che finisce per inghiottire quanto di buono poteva esserci. Perché la sensazione surreale è che, nonostante l’inizio tipicamente anni zero, Men at Work voglia giocare a farsi del male, rovinando con le sue stesse mani quel (poco) che aveva costruito nei primi centottanta secondi.

Di fatto non ci sono crolli verticali o momenti in cui venga voglia di autocrocifiggersi alle pareti con dei chiodi arrugginiti, ma la sensazione che finisce per aleggiare è quella della temutissima inutilità. Riassumendo: quattro attori poco carismatici, un intreccio per niente originale, un grafico di interesse peggio della discesa del Mortirolo.

Poi fate un po’ voi, eh.

Perché seguirlo: perché vedete il bicchiere mezzo pieno anche quando è spaccato dall’arsura e vi fate bastare quella prima sequenza che ho rievocato ormai trenta volte.
Perché mollarlo: perché il bicchiere deve essere pieno, per dio!

APPENDICE DI DIEGO CASTELLI
Come sicuramente avrete notato, dei due fondatori di Serial Minds io sono quello logorroico. E il Villa mi rompe sempre le balle per questo. Stavolta, addirittura, si è bullato del fatto che aveva scritto la recensione di Men At Work in circa 2500 battute, uno spazio che io di solito uso per salutarvi, prima di introdurre l’argomento principale.
Il povero stolto, però, dopo essersi bullato mi ha lasciato il compito di formattare l’articolo e metterci le foto, perché lui non ha tempo essendo impegnato in questi giorni col MI AMI e tutte le sue cose da fighetto alternativo (no vabbe’ il MI AMI è figo, andateci). Non ha pensato che io avrei potuto fare quello che volevo del suo post, e quindi ho deciso di aggiungere un’appendice che mi consentisse di arrivare almeno a 4000 battute.

Però ancora non ho detto niente di telefilmico, il che è brutto.

Dunque:

-Non vedo l’ora che ricominci Breaking Bad (15 luglio, giusto un mese!!)
-Questo week end comincio il Recuperone Seriale Estivo di Person of Interest, che bisogna.
-Daenerys Targaryen di Game of Thrones è una delle poche fortunate capaci di essere contemporaneamente carine come bamboline e bombe sessuali pronte a esplodere.
Girls mi piace ogni puntata di più.
-Siamo a 3799 battute.
-Ieri sera pensavo a quanto è strano che Pete Campbell di Mad Men è stato il figlio di Angel, e picchiava i cattivi mentre qui più che altro massacrano lui.
-E sono 4000. Un caro saluto a Marco Villa.



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