3 Luglio 2012 1 commenti

Anger Management – Il ritorno di Charlie Sheen di Marco Villa

Il ritorno del ribelle Charlie Sheen, con l’autobiografia dietro l’angolo

La premessa è che né io, né il Castelli seguiamo Two and a half men e – visto il numero imbarazzante di puntate andate in onda – non c’è speranza che ci si butti in un recuperone. Ecco perché, per quanto mi riguarda, Anger Management non è la serie che segna il ritorno del grande Charlie Sheen dopo l’allontanamento da Two and a half men. No, Anger Management è semplicemente una serie con il figlio di Martin Sheen (sempre sia lodato).

Eppure è impossibile eludere il collegamento con la fortunatissima serie di Chuck Lorre. Impossibile perché, come già evidenziato dal socio nei Serial Moments di questa settimana, Anger Management inizia proprio con un richiamo diretto alle disavventure lavorative di Charlie Sheen, che gli sono costate il posto in Two and a half men a vantaggio di Ashton Kutcher.

Del resto anche il tema stesso di Anger Management è decisamente sul filo del meta: prendere un attore noto per il suo carattere non certo conciliante e metterlo a interpretare uno psicologo esperto in contenimento della rabbia è qualcosa di più di un cogliere la palla al balzo. Esaurito questo giochino, però, resta da vedere cosa c’è davvero dentro Anger Management, incentrato sulla vita lavorativa e personale di Charlie (ma toh, attore e personaggio hanno lo stesso nome), ovvero sul gruppo di terapia che dirige e sul suo rapporto con la ex moglie, le nuove donne e la figlia adolescente. Apro una piccola parentesi: la figlia del protagonista è il personaggio adolescente migliore visto da secoli. Non irrita, non è eccessivo, non è caricaturale. Senz’altro troppo maturo e adultizzato, ma non fa venire voglia di graffiare mille gessi sulla lavagna. E non è poco.

La sensazione principale è che Anger Management sia una serie di impostazione vecchia. Ci sono le risate finte, c’è un ritmo non certo vertiginoso, c’è uno stile di battute e dialoghi che non brilla per coraggio e inventiva. Insomma, lo sviluppo è evidente: prendiamo Charlie Sheen, spremiamogli un po’ di carisma e poi quello che accade intorno non è così importante.

Su tutto, infatti, sembra aleggiare una patina di “massì, tiriamola via così, non stiamo a impazzire con chissà quali invenzioni”. E va dato atto alla serie che, nonostante questo approccio, il tutto tiene abbastanza, soprattutto quando le scene sono di breve durata e la scrittura non mostra la corda o il suo essere Sheen-centrica. Personaggi di contorno interessanti ce ne sono (il vecchio del gruppo in terapia, la collega-amante) e già il secondo episodio mostra quale strada verrà probabilmente seguita, ovvero una serie di personaggi esterni che arrivano in toccata e fuga.

A conti fatti, è probabile che Anger Management si posizioni in uno spazio simile a quello occupato da 2 Broke Girls, ovvero caratterizzato da un equilibrio instabilissimo tra vecchiume ed elementi interessanti. I primi due episodi, va detto, non sono niente di eccezionale, ma la struttura e l’impostazione danno l’idea di poter fidelizzare comunque lo spettatore, che presto potrebbe restare incastrato nei rapporti – pur elementari – tra i personaggi ricorrenti. Insomma, io non continuerò a vederlo, ma solo perché sono un rompicoglioni cronico.

Perché seguirlo: perché a suo modo, nella sua essenza di già visto, è rassicurante. E perché Charlie Sheen tiene in piedi da solo la baracca.

Perché mollarlo: perché è prevedibile e piuttosto lento. E siamo sicuri di voler iniziare una nuova serie con le risate? Nel 2012? Questione di principio.



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