11 Settembre 2012 17 commenti

Elementary – Sherlock Holmes va in America e fa cagare di Diego Castelli

Ma io dico, non ci provate neanche…

Copertina, Pilot

Ero abbastanza incuriosito dall’arrivo di Elementary. Sherlock Holmes a New York, la strana e intrigante idea di una Watson donna (Lucy Liu poi, mica Orietta Berti), la possibilità di avere tante puntate invece dei pochi (pur bellissimi) episodi di Sherlock su BBC.

Insomma, una serie pronta a partire sotto i migliori auspici, se non fosse che il pilot di Elementary è fastidiosamente inutile.

Voi sapete che non amo eccedere coi paragoni. Ma se dai vita a uno Sherlock Holmes contemporaneo a pochissima distanza da un altro telefilm concettualmente identico, in pratica imponi il confronto. E il risultato della sfida è impietoso, quasi imbarazzante. Rispetto allo Sherlock di BBC, Elementary di CBS perde praticamente su tutti i fronti. Miseramente.

Questo nuovo Holmes è un ex detective inglese trasferitosi a New York su imposizione del padre per curare una dipendenza dalle droghe. Ad aiutarlo nel percorso di riabilitazione arriva un’ex chirurgo convertitosi a badante dopo un incidente in sala operatoria. Tale chirurgo, il dottor Watson, è interpretato come detto da Lucy Liu, in un guizzo di creatività che maschera il classicissimo desiderio di creare una qualche tensione (etero)sessuale intorno al protagonista.

La cosa impressionante di Elementary è la rapidità con cui ti accorgi della sua pochezza. Bastano pochissimi minuti per rendersi conto che non ci troviamo di fronte a Sherlock Holmes, ma all’ennesimo detective un po’ matto e semi-autistico che la serialità americana ha prodotto a rullo negli ultimi anni. Johnny Lee Miller, che pure sembra provare a dare una caratterizzazione riconoscibile al suo personaggio, finisce per trasformarlo in un Rain Man rompicoglioni, a cui tutti guardano con un certo fastidio stemperato dal più classico dei “ehhh, però è bravo”. Niente a che vedere con Benedict Cumberbath, che coi capelli biondi sembra un povero idiota, mentre con la chioma scura dà vita a uno Sherlock Holmes insieme fascinoso e inquietante, terribilmente razionale e, proprio per questo, inevitabilmente alieno. Un personaggio sfaccettato e profondo, al cui confronto il protagonista di Elementary sembra Leo Gullotta nel Bagaglino.

Il capitolo Watson, ahinoi, è ugualmente mortificante. Il Watson inglese (e parliamo sempre della serie BBC, non mi azzardo a fare troppi confronti letterari) è perfetto per fare da contraltare al genio di Holmes. Martin Freeman interpreta un uomo normale, anzi persino più intelligente della media – come ognuno di noi crede di essere – ma che di fianco a Sherlock sembra l’ultimo dei cretini. Un artificio semplicissimo e ancora efficace dopo più di un secolo, che in Elementary viene bruciato in pochissimi istanti a causa delle eccessive capacità di Lucy Liu. In pratica, nel pilot è lei a risolvere il caso, notando una cosa che agli altri era sfuggita. Ma come?!?! E Holmes che ci sta a fare? Allora tanto valeva richiamare Cameron Diaz e Drew Barrymore, rifondare le Charlie’s Angels e lasciare Sherlock nel suo tristo appartamentino.

Ma i problemi non sono solo i personaggi, incastrati in una banalità da normalissimo crime che nulla ha da aggiungere ai ben superiori The Mentalist o Monk. La questione è anche (e mi viene quasi da dire “soprattutto”) visiva. Nello Sherlock di BBC possiamo apprezzare una cura formale che ha del prodigioso, con una Londra contemporanea e insieme grigia e fumosa come quella della tradizione. In più, il metodo deduttivo di Holmes e le sue straordinarie doti investigative vengono rappresentate non solo a parole, ma nella splendida concretezza di una regia e di un montaggio che costruiscono sequenze letteralmente vertiginose, dove l’occhio e la mente del protagonista ci guidano tra le fibre di una giacca, le minuscole variazioni di un gesto, le molteplici implicazioni di uno sguardo. Un po’ come successo nei film con Robert Downey Junior, che rappresentano, quelli sì, un tentativo riuscito di aggiungere freschezza al mito di Sherlock Holmes senza per questo tradirne il carisma originario.
In Elementary, invece, Sherlock si guarda un po’ in giro, si sdraia sulla scena del crimine così che i poliziotti possano vedere quanto è strambo, e poi snocciola la sue verità così, come se le avesse lette su un’etichetta.

Insomma, Elementary è un crime banalissimo, con il classico detective mattacchione a cui non daresti una lira finché non lo vedi risolvere i casi. Né più né meno, e preso così potrebbe anche essere giudicato come una serie galleggiante in una placida e indifferente mediocrità. Ma se il nome scelto per il protagonista è Sherlock Holmes, allora no, allora ci incazziamo, perché se prendi un mito del genere e ti permetti anche di cambiarne alcuni elementi fondamentali, devi avere le (s)palle per reggere il peso della leggenda e della concorrenza. E qui si fallisce miseramente.

A conti fatti, il miglior Sherlock Holmes della serialità americana recente è ancora uno solo, e risponde al nome di Gregory House.

Perché seguirlo: onestamente non saprei. Forse per trarne degli screenshot di Lucy Liu.
Perché mollarlo: lo straordinario mix di superficialità e povertà di idee.
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