6 Novembre 2012

Fringe – Il salto di qualità della quinta stagione di Marco Villa

Fringe punta sempre più in alto

SPOILER SENZA RITEGNO: LEGGETE SOLO SE AVETE VISTO LA S05E05

Qualche giorno fa è uscito l’annuncio che Fringe si concluderà il 18 gennaio, con la messa in onda di due episodi, rispettivamente il numero 99 e il numero 100. La data è fissata, giusto un paio di mesi prima di archiviare quello che, pochi cazzi, è uno dei titoli che ha segnato di più questi anni. E per andare fino in fondo, quest’ultima stagione sta spingendo ancora più in là – e in modo differente – quella che è stata la caratteristica principale di Fringe, ovvero osare sempre e comunque. Diceva bene il mio socio in occasione delle premiere: questa stagione sembra quasi uno spinoff delle precedenti. Del resto, dopo aver chiuso con un ferro da cucito (o una roba simile) che ravanava nella testa di Olivia, sarebbe stato difficile continuare su quella strada.

E allora eccoci a questa quinta stagione, che mantiene puntata dopo puntata le promesse lanciate già nella sigla. Perché il cambio enorme di prospettiva lo si coglie lì. Via i nomi delle discipline (più o meno) scientifiche che avevano abitato i titoli di testa delle prime quattro stagioni, dentro concetti giganteschi come libero arbitrio e gioia, fino al punto massimo di quel freedom racchiuso nel filo spinato. Retorica? Certo, ma ben venga: qui si parla di guerra e di lotta per la libertà, gli americani queste cose le maneggiano in questo modo e le maneggiano bene. Di fronte al cambio di scenario, non poteva non cambiare anche l’impostazione stessa di Fringe: se per quattro stagioni ci siamo lamentati dell’invadenza dei casi di puntata, in questa stagione finale si arriva quasi a rimpiangerli, tanto che il quinto episodio, che torna in parte su quel percorso, è sembrato quasi un ritorno al passato.

In questi primi cinque episodi, infatti, pressoché tutti gli avvenimenti servono a far procedere la macronarrazione orizzontale di Fringe, quella stessa macronarrazione che finora era stata spinta avanti con il contagocce. Qui le accelerate sono tante ed evidenti, la più forte di tutte è la morte di Henrietta, ovviamente. Al di là del sollievo di perdere un personaggio con un nome così brutto, per una volta si ha la sensazione che gli autori stiano maneggiando il racconto con una certa coscienza e non con il più classico dei fringiani “ma sì, spariamola sempre più grossa”.

Uno degli aspetti più forti di questi episodi era stato infatti la presenza quasi superflua di Olivia, messa in un angolo da una figlia che tutti dicevano identica a lei e per giunta più sgamata, perché abituata al mondo degli osservatori. Diverso il discorso di Peter, pienamente in controllo del nuovo mondo e ora dotato anche di una lisca di pesce alla base del cranio. Full optional, il giovane. La morte della figlia, ora,  libera il personaggio di Olivia e quelle poche inquadrature in cui viene mostrata la mammina attorniata dal volto della defunta e da scritte “Resist” è il segno di questa liberazione. Immagini potenti, così come potente è tutto l’immaginario della resistenza presente in Fringe. Di fatto lo scontro tra gli universi paralleli faceva saltare continuamente il confine tra buoni e cattivi, a seconda del colore (blu o rosso) delle puntate. E non sarebbe potuto essere altrimenti: i personaggi erano quelli e – volenti o nolenti – noi comunque eravamo affezionati a quelle facce.

Qui non si scherza più un cazzo: le analogie con un mondo nazista sono talmente evidenti da far diventare banale ogni osservazione. Meno banale è invece la voglia di sottolineare quella sottile linea che separa da sempre atti di resistenza e atti di terrorismo: una linea e una differenza che va difesa a spada tratta, intendiamoci, ma che rimane un tema scottante per una nazione che da oltre dieci anni vede tornare a casa aerei militari con di bare di soldati uccisi dalla guerriglia, dagli insorti.

Anche in questo sta l’ennesimo azzardo di Fringe: il non accontentarsi della scelta facile in questa stagione non è più legato alla narrazione in senso stretto, ma ai temi trattati. E si ritorna alla sigla e al cambio netto di parole e riferimenti. Mancano due mesi e poco più, manca una decina di puntate. La fiducia c’è e ormai non può che essere incondizionata. Del resto, la cagata epocale l’hanno già fatta con il finale Mulino Bianco della quarta stagione, ora non si può che migliorare.

 

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