21 Gennaio 2013 19 commenti

Fringe – E’ finita di Diego Castelli

Ultimo addio a una grande serie


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ATTENZIONE, NON LEGGETE SE NON AVETE VISTO IL FINALE!

Brutta storia, ragazzi.
L’ultimo post su Fringe.
Non so neanche se mi va di scriverlo, perché una volta che avrò messo l’ultimo punto sarà andata, finita, caput. Certo, ne parleremo ancora, faremo citazioni e fumetti, ma saranno sempre e solo un ricordo e una nostalgia.

Sono indeciso su come cominciare, e soprattutto su dove andare a finire. Perciò facciamola facile, e diciamo subito che il doppio episodio di venerdì è stato un grande finale.
In primo luogo perché la storia, come chiedevano i fan di tutto il mondo, è stata portata a pieno compimento: i grandi misteri sono stati risolti, e non ci sono domandone rimaste appese (al massimo un po’ di domandine). Gli avvenimenti che abbiamo seguito in questi cinque anni hanno trovato un culmine oltre il quale non c’è più nulla da raccontare.

In secondo luogo, e forse soprattutto, perché questa volontà di chiusura si è sposata perfettamente con un’altra esigenza che ogni serialminder porta dentro di sé: la necessità, cioè, che il finale di una serie amata come Fringe non sia solo la fine di una “trama”, ma anche la conclusione di un'”esperienza”, di un percorso che i personaggi hanno compiuto insieme a un pubblico che li ha sostenuti e accompagnati. Un pubblico che, più o meno consciamente e con una punta di egoismo, chiede di essere salutato e ringraziato.

In questo senso, il finale di Fringe è un unico, grande e struggente addio. Attraverso espedienti nemmeno troppo velati, primo fra tutti la partenza di Walter per il futuro, gli autori sono riusciti a mettere fisicamente in scena il distacco e il saluto, così che lo spettatore potesse sentire che quello che stava provando, cioè un senso di doloroso ma necessario abbandono, fosse pienamente percepito anche dai personaggi, trasformati così in vero simulacro del pubblico a casa.
Intendiamoci, Fringe non ha inventato nulla: pensate agli amici di Friends che lasciano fisicamente la casa di Monica nell’ultima puntata, o ai naufraghi di Lost che abbandono definitivamente l’isola. Allo stesso tempo, però, ogni serie fa storia a sé, e nulla era scontato, specie per uno show così particolare come Fringe. Invece no, gli autori sono stati magnanimi, e nel tessuto narrativo della lotta agli Osservatori ci hanno regalato una grande quantità di “ultime volte”: l’ultima capatina nell’universo parallelo (con l’ultimo incontro tra Olivia e Bolivia), l’ultima apparizione di Broyles, l’ultimo addio alla mucca Gene e ad Astrid, l’ultimo commovente saluto di Walter a Peter, persino un’ultima occhiata rapida ai tanti casi che la squadra Fringe ha affrontato in passato, in un passaggio memorabile in cui i malvagi Osservatori vengono disorientati e sconfitti da tutte le stranezze che i nostri protagonisti hanno dovuto gestire in un’epoca che ora ci sembra lontanissima, ma che in fondo è appena dietro l’angolo.
Sono gli stessi meccanismi della serialità – così efficace nel creare un legame intenso e duraturo tra i due lati dello schermo – ad accendere nello spettatore il bisogno di un addio “vero”. Vorremmo quasi che i personaggi si girassero verso di noi dicendo “grazie, amico mio, per averci seguito così a lungo”. A suo modo, Fringe l’ha fatto, senza nemmeno dimenticare di rendere il lieto fine ancora più intenso, mischiandolo con la tenera amarezza della partenza di Walter, ultimo sacrificio di un uomo che sapeva di avere fatto molti errori, ma che era pronto a tutto pur di rimediare.

Non è stato un percorso facile, né privo di ostacoli. Un po’ come Lost, Fringe ha spesso cercato di forzare i limiti del mezzo e del genere in cui era inserita, proponendo suggestioni e deviazioni a volte pericolose. E’ da qui, da questo calderone di creatività e sperimentazione, che sono nati i passaggi migliori ma anche quelli meno riusciti. La stessa ultima stagione, che pure è stata concepita come un unico blocco narrativo, non è esente da critiche. Il forte scarto con gli anni precedenti è stato parzialmente risolto solo alla fine, grazie al decisivo viaggio di Olivia nell’altro universo, fino a quel momento quasi dimenticato pur essendo stato la colonna portante di tutte le stagioni precedenti. Stessa cosa si può dire del Peter Osservatore, un passaggio bellissimo ma che a conti fatti si è rivelato fine a se stesso. Infine, la figura di Olivia è stata fin troppo ridimensionata, ridotta per gran parte della stagione a madre lacrimevole quasi incapace di agire. Anche qui, fortunatamente, l’episodio finale è riuscito a riportarci la vecchia agente Dunham, cazzuta e coraggiosa come pochi.

Eppure, accanto a questi passi falsi troviamo elementi di altissima qualità e suggestione. Pensiamo alla vera natura degli Osservatori, meraviglioso simbolo dei rischi del progresso slegato da qualunque componente etica ed emozionale. Pensiamo alla figura di September, che unisce una splendida storia personale (un romanzo di formazione che attraversa epoche storiche e stagioni televisive), una riuscitissima funzione di raccordo (se nonostante tutto percepiamo la trama di Fringe come un unico percorso lo dobbiamo anche a lui, che era presente in tutti i momenti decisivi della vita dei protagonisti) e persino un ruolo metaforico poco esplicito ma assai potente (chi è September se non uno di noi, uno “spettatore” talmente innamorato dei suoi personaggi da voler rischiare tutto pur di aiutarli?). Pensiamo infine a Walter Bishop, uno dei personaggi più belli e sfaccettati dell’ultimo decennio televisivo, così pieno di sfumature e punti di vista da essere sempre nuovo e sempre divertente (e la mancata assegnazione di un emmy o di un golden globe a John Noble rimarrà per sempre uno scandalo). Ecco perché il suo sacrificio e la sua partenza acquisiscono un significato particolare: perché in larga parte Walter Bishop è Fringe, e abbiamo la certezza che è davvero finita solo quando è proprio lui – e nessun altro – a entrare nel più classico dei coni di luce da fantascienza.

Sarebbero ancora tante le questioni da affrontare, partendo dall’inizio e arrivando a quel Peter dubbioso di fronte al tulipano del padre, un simbolo di speranza che ora il giovane Bishop non può conoscere ma che consegna al personaggio un ultimo enigma, a riprova che Fringe dà il suo meglio quando propone misteri, piuttosto che quando li risolve.
Ma non si può scrivere per sempre, e sapete che non ci piace recensire gli episodi punto per punto.
Quello che ci rimane, dopo cinque anni, cento episodi e tanti post, è una profonda consapevolezza. Che quella di Fringe è stata un’esperienza strana, potente e insieme disorientante. Un’esperienza da condividere, da difendere, a volte persino da sopportare.
Ma alla fine, dopo tutto, un’esperienza che valeva la pena vivere.
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