23 Gennaio 2013 14 commenti

The Following – Kevin Bacon contro i serial killer di Marco Villa

L’odioso Kevin Bacon in una serie crime niente male

Ve lo dico: rispetto al solito spoilero un po’ di più, ma è inevitabile per come è fatto il pilot. Niente di sconvolgente eh, però regolatevi voi.

 

Voi ditemi un film in cui Kevin Bacon è simpatico e vi offro una birra. Ma simpatico davvero eh, non una cosa del tipo “sì ok, lì lo si può sopportare”. Ecco, lo spoiler ve lo faccio subito: Kevin Bacon è il protagonista di The Following e il suo personaggio è  praticamente odioso. Quindi tutto torna.

The Following è un crime in onda dal 21 gennaio 2013 su FOX, creato da Kevin Williamson (sì, quello di Dawson’s Creek e The Vampire Diaries). E’ il racconto di una sfida tra un serial killer e un agente dell’FBI. Il primo ha alle spalle quella quindicina di omicidi di giovani donne, cosa che dà sempre un tono, il secondo è quello che l’ha catturato, rischiando di morire (vedi alla voce bypass causa coltellata al core). Dopo anni di prigione il serial killer (Joe Carroll, interpretato da James Purefoy) evade e l’agente cardioleso (Ryan Hardy, ovviamente Kevin Bacon) lo insegue. Dite: vabbé, roba facile. Vanno avanti per dodici puntate a inseguirsi e a farsi gli agguati a vicenda. E qui arriva la svolta di The Following, perché, giunti a tre quarti di puntata, l’amico Joe Carroll, dopo una carneficina interessante, si costituisce. E qui mi è calato di colpo l’entusiasmo: oddio, non dirmi che questo The Following è solo un procedurale a tema serial killer e Joe Carroll è semplicemente il cattivone della prima puntata. Scoramento totale che rientra però presto: durante gli anni di carcere, il nostro serial killer ha addestrato attraverso l’internet una squadra di seguaci, che gli obbediscono ciecamente e che sono pronti a continuare le sue gesta. La sfida tra il serial killer e l’agente FBI, quindi, è una sfida a scacchi nel vero senso dell’espressione, visto che il primo muove delle pedine e il secondo è costretto a fronteggiare quei movimenti. Evidente, quindi, che una forte componente orizzontale ci sarà. E meno male. Probabilmente accompagnata da casi di giornata, ma va bene così.

Ok, scusate la trama più lunga e spoilerosa del solito, ma ci voleva. Ma com’è questa serie? The Following ha un buon pilot, niente da dire. Non è di quelli che ti fa esultare (stile Banshee, ad esempio), ma è senz’altro valido. L’idea dello scontro con i seguaci del cattivone non è male e garantisce una serie di faccia a faccia che normalmente mancano, oltre a un numero più alto di avversari da arrestare.

E allora perché non è una bomba? Via con le magagne. La prima è un cast piuttosto derelitto. Buoni Kevin Bacone e James Purefoy, gli altri invece lasciano molto a desiderare, per un risultato finale di recitazione che è molto simile a quello di una serie come Revenge, ovvero mediocre, a essere buoni. A questo si aggiunga una sceneggiatura che infarcisce il pilot di dialoghi e spiegoni piuttosto irritanti (tutte le citazioni di Edgar Allan Poe spiegate con una pignoleria che neanche una nota a pié di pagina). Ultimo elemento con il segno meno davanti: l’ennesimo protagonista stile House con malattia a scorbuticheria al seguito. Again? Again, ma d’altra parte non scegli a caso Kevin Bacon.

Nota di merito invece per la regia, caratterizzata da stacchi continui e da un ritmo davvero niente male. Altro elemento positivo è una certa cattiveria visiva e di racconto legata alle gesta del serial killer, che sventra e acceca le vittime. Non proprio una morte senza sangue, insomma. E quindi? E quindi bisogna seguirlo, dai. Diamo fiducia a questo 2013 seriale.

Perché seguirlo: per l’impianto di sfida con tanto di squadra governata a distanza

Perché mollarlo: per una media incapacità degli attori e per una sceneggiatura piuttosto pedante e pesante

NOTA RIBELLE DI DIEGO CASTELLI
Ribelle fino a un certo punto, nel senso che condivido in gran parte l’analisi razionale del mio socio. Ma volevo comunque esprimere un giudizio emotivo diverso: il pilot di Following è composto da 44 minuti da cui non ci si stacca mai. Una storia e un costruzione che inchiodano alla sedia. Ecchisenefrega se i personaggi di contorno in questo momento sono oggettivamente loffi. Quindi il mio “perché seguirlo” è “perché sì”. Poi oh, magari dalla seconda cala. Ma incrocio le dita fortissimamente!

 



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