10 Maggio 2013 6 commenti

Riabilitiamo Hannibal, va… di Diego Castelli

Un po’ lentamente, ma alla fine ci ha convinto

Hannibal copertina

Come ben sapete a Serial Minds vige una totale libertà di pensiero, per cui non è che io e il Villa ci telefoniamo prima di ogni recensione concordando le cose da dire e decidendo a tavolino una linea ufficiale del blog. Se voglio scrivere bene di una serie lo faccio, anche se il Villa la stroncherebbe, e viceversa.
E siccome ormai ci conoscete, sapete anche che se dovessimo usare i voti da uno a dieci per ogni pilot, mediamente i miei voti sarebbe sempre più alti di un paio di punti rispetto a quelli del Villa. Che volete, siamo fatti così. Io sono entusiasta e lui molto esigente. O, se preferite, io sono di manica larga e lui più rigoroso.

Era andata così anche col pilot di Hannibal. Attenzione però: i miei “due punti in più” facevano rimanere comunque il voto bassino. In parte per i motivi già elencati dal Villa, cioè una suspense poco incisiva e un’eccessiva necessità di conoscere a priori il mito di Hannibal Lecter per poterlo apprezzare appieno. E ne aggiungo pure un’altra: il complessatissimo Will Graham mi fa scivolare le palle giù giù fino alle caviglie. Per carità, i protagonisti travagliati sono spesso i migliori, ma li preferisco quando coprono il lato oscuro con le minchiate tipo House, o quando gestiscono i problemi a Hannibal (3)sparatorie come i motociclisti di Sons of Anarchy.
Will no, Will tendenzialmente si lamenta. E lo scroto mi si raggrinzisce.

Detto tutto questo, sono comunque andato avanti, sempre perché son di bocca buona, e dopo qualche altro episodio mi sono accorto che urge una correzione di rotta. Ci siamo sbagliati, e Hannibal sta diventando proprio figo.

La cosa bella, però, è che questa crescita non sta avvenendo attraverso la correzione degli errori del pilot. Sì perché Will, almeno preso da solo, è ancora una clamorosa palla al cazzo, mentre di tensione vera, nel senso di suspense spasmodica da rimanere incollati alla poltrona, ce n’è poca.
Ciò che davvero si è fatto interessante è, da un lato, la “fantasia” dei casi di puntata e, dall’altro, la crescita esponenziale del personaggio di Hannibal.
Metto fantasia tra virgolette perché fa pensare a Topolino sotto acido che vede le scope muoversi da sole, quando in realtà mi riferisco all’abilità degli autori di mettere in scena casi di puntata di deliziosa putritudine. Ora, voi sapete che non sono un espertone di crime, ma cadaveri usati come fertilizzante per funghi e altri mutilati in modo da trasformarli in angeli sanguinolenti ancora non li avevo visti. Ed è roba tosta, roba girata bene, roba che colpisce.

Poi arriva lui, Hannibal, che nel pilot non era risultato convincente fino in fondo, con quella sua faccia strana e un confronto inevitabile con Anthony Hopkins che ne metteva in risalto le differenze piuttosto che esaltarne le specificità.
Ma sono bastati pochi episodi perché Mads Mikkelsen salisse in cattedra. Il volto imperturbabile, la pettinatura da secchioncello, le labbra imbronciate e la voce sussurrata e leggermente sibilante: tutto ciò che all’inizio sembrava un po’ fuori luogo ora appare imprescindibile e perfetto. E il miracolo si deve a un mirabile lavoro sui dettagli. In primo luogo conta la bravura dell’attore, la cui pacatezza quasi ossessiva è diventata una specie di firma, la quiete prima di una tempesta che ci hanno fatto vedere poco ma che sono stati capaci di suggerire nel modo giusto.

Hannibal (2)Pensiamo anche alla passione per il cibo (il cibo vero, intendo, non la gente), e al modo in cui Lecter lo serve, lo descrive, lo gusta, lo centellina. E’ un insieme di piccoli gesti e parole che riescono a dire moltissimo del personaggio, e insieme impregnano la narrazione di una costante inquietudine, perché abbiamo sempre il sospetto che quello che Hannibal fa mangiare ai suoi commensali non sia esattamente “coniglio”, a meno che “coniglio” non sia il modo abituale con cui il dottor Lecter si riferisce ai vicini di casa.

E poi ci sono i dialoghi: le parole scritte per Lecter sono eccezionali, calibratissime, studiate al millimetro per rendere visibile la sua intelligenza e le sue capacità manipolatorie.
Viene da pensare a The Following, l’altra novità crime della stagione che condivide con Hannibal un’anima orizzontale molto pronunciata. Probabilmente preferirei Kevin Bacon a Hugh Dancy in Hannibal, ma senza dubbio Mikkelsen sarebbe un Joe Carroll molto superiore a James Purefoy.

Ulteriore elemento di goduria sono le indagini psicologiche, così approfondite e interessanti, tanto da guidare lo spettatore a una visione che si avvicina più a quella di In Treatment che a quella di un crime classico.
Qui sta probabilmente il bello della serie, che è a tutti gli effetti un crime, ma in cui ciò che più interessa sono gli elementi accessori alla trama strettamente gialla. Il gusto malato dei killer, la recitazione di Mikkelsen, i dettagli della figura di Lecter, il rapporto ora intellettuale ora quasi salvifico e messianico che riesce a instaurare con le persone che conosce. Sì ok, poi c’è gente che muore e bisogna scoprire chi è stato, quella specie di vice-Hopkins sotto vetro mi fa un po’ ridere, e lo stesso Laurence Fishburne mi trasmette meno di quello che potrebbe. Ma è tutto tanto meglio di quanto pensassi all’inizio.

HannibalNon ce n’eravamo accorti, distratti dalle menate di quel noiosone di Will e dal fatto che speravamo di avere gli incubi e invece abbiamo dormito come bambini. Ma il bello delle serie tv – e il difficile per chi le vuole recensire – è anche questo: alle volte serve un po’ di fiducia prima di poter essere stupiti.

Piccola postilla: se già non lo sapete, è bene dirvi che Hannibal non va troppo bene, in termini di ascolti. Il suo rinnovo non è affatto sicuro, al momento, e deve le chance che ancora gli rimangono al fatto di essere molto registrata e vista in differita, perché senza quei dati derivanti dalla visione non lineare probabilmente sarebbe già stata cancellata.
Ma non è una cosa difficile da comprendere, proprio per i motivi per cui son qui a dire che mi piace: è una serie lenta, riflessiva, dallo spessore intellettuale inaspettato. Solo che queste sono caratteristiche da serie cable, mentre Hannibal va su NBC.
Bravi furbi…



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